Giacomo Bulleri scompare a 94 anni, circondato dall'affetto della sua famiglia, dopo una lunga carriera spesa nella ristorazione. Milanese d'adozione, alla città ha offerto per decenni un ritrovo rassicurante e senza tempo, tavola d'elezione per grandi personalità internazionali. Lascia un gruppo solido, che oggi conta 8 insegne. La storia.
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L’ultimo saluto a Giacomo Bulleri

Aveva compiuto 94 anni lo scorso giugno, Giacomo Bulleri, che oggi pomeriggio, presso la chiesa di Santa Maria della Passione – designata per i funerali – raccoglierà l’affetto di una città che ha contribuito a rendere celebre nel mondo. E infatti il suo nome, a Milano, continueranno a ricordarlo tutti, per sempre legato a un gruppo di ristorazione cresciuto in (e con) la città, orientandone i gusti e anticipando tendenze, come racconta il libro edito da Elisabetta Sgarbi nel 2013 – Ricette di vita – che del mondo di Giacomo condensa luoghi, memorie, pensieri.

L'esterno della Trattoria da Giacomo negli anni 50, foto in bianco e nero

Giacomo Bulleri. La gavetta e la trattoria di via Donizetti

Nato a Collodi nel 1925, Bulleri si trasferì giovanissimo a Torino, per imparare il lavoro di “bottega” e studiare l’universo della ristorazione dall’interno. A 11 anni, impiegato come lavapiatti, per iniziare una gavetta che l’avrebbe portato in alto: “Dopo pochi anni hanno iniziato a darmi un po’ di spazio in cucina, perché hanno capito che ero sveglio” raccontava Bulleri qualche mese fa al Giornale “La gavetta serve, ma serve anche l’indole”. Infatti nel 1958, a Milano, esordisce con il primo ristorante di proprietà, la Trattoria da Giacomo a via Donizetti, non distante dalla Camera del Lavoro. Sarà questa, per i decenni a venire, l’insegna che consacrerà la professionalità e l’intuito di Bulleri, non certo l’unico tra i toscani di grande fiuto imprenditoriale “emigrati” in città in cerca di fortuna, ma indubbiamente uno dei più longevi e rappresentativi: votata a rappresentare la buona cucina di tradizione italiana (di matrice toscana), la tavola di Giacomo diventerà presto ritrovo preferito della Milano bene, per pranzi di lavoro e cene in famiglia, tra un risotto e un carrello dei bolliti. Ospitando sovente anche personalità del panorama artistico e culturale internazionale, dalla Callas a Kissinger, passando per Montanelli, Versace e Mondadori. E più tardi, col boom della Milano della moda alla fine degli anni Ottanta, Madonna, Maradona, Franca Sozzani, Woody Allen. Icone internazionali in cerca di un rifugio diventato pop pur continuando a perseguire un’eleganza senza tempo.

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Giacomo Bulleri con la torta dei 93 anni a Pietrasanta

Giacomo. Un’attività a gestione familiare

Così l’attività ha finito per diventare un’impresa a gestione familiare (in casa lo considerano il segreto del successo), sotto la guida di Tiziana Bulleri e Marco Monti – rispettivamente figlia e genero del patron – e conta oggi 7 locali in città, cui si è aggiunto, dall’estate 2018, l’avamposto di Pietrasanta, in Versilia, dove l’imprenditore toscano aveva celebrato, in occasione del suo 93esimo compleanno, un ritorno a casa particolarmente gradito, prima occasione per esportare la “griffe” Giacomo fuori da Milano. Quasi un sigillo alla lunga carriera spesa ad accudire i suoi ristoranti.

Giacomo. Il quartier generale di via Sottocorno

Pur non avendo mai tentato la via dell’estero, la fama di Giacomo è cresciuta col tempo fino a meritare, nel 2017, l’attenzione del New York Times, che allora titolava, a proposito del ristoratore meneghino, “The man who cooked for Italy”, ricordando le numerose personalità conquistate dalla piacevolezza del ristorante di via Donizetti (dagli anni Novanta nel nuovo locale di via Sottocorno, firmato dall’architetto Mongiardino, che sancì il passaggio da trattoria a ristorante), poi replicata in tutte le insegne inaugurate a partire dal 2009 per diversificare l’offerta del gruppo. L’ultima arrivata è la Rosticceria aperta nel 2017, che con il ristorante, il bistrot, la pasticceria e la “tabaccheria” ha fatto di via Sottocorno un polo gastronomico firmato Giacomo (gli altri due locali, invece, sempre in pieno centro cittadino, sono Giacomo Arengario al Museo del Novecento e il caffè Giacomo di Palazzo Reale). Un gruppo solido (nel 2018 il giro d’affari ammontava a 13,5 milioni di euro, frutto anche della linea di prodotti a marchio Giacomo), dunque, capace di non accusare il peso degli anni pur mantenendo l’identità rassicurante e ordinata che il suo patron ha voluto imprimere sin dai primi anni di attività, con l’idea di offrire un ritrovo piacevole – per cucina e ambiente, informale ma curato nei minimi dettagli – alla Milano in cerca di figure e luoghi di riferimento, per presentarsi al mondo col suo abito più bello.

I riconoscimenti alla carriera

Non a caso il ristorante è oggi annoverato nell’elenco dei Negozi Storici della Regione Lombardia, e nel 2015 l’impegno di Bulleri per valorizzare l’immagine della città gli è valso il riconoscimento dell’Ambrogino d’Oro. Lui, però, ha sempre preferito gestire la notorietà con discrezione, fino all’ultimo vivendo in prima persona i suoi ristoranti: “La sala e il ristorante sono il mio palcoscenico, la mia televisione” diceva condensando in una frase il suo pensiero “Il mio regno è la cucina, il mio pubblico sono i clienti”.

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a cura di Livia Montagnoli