L'Italia è uno dei maggiori produttori mondiali di albicocche, con numerose varietà lungo tutta la Penisola. Conosciamo meglio la regina delle confetture e scopriamo un nuovo modo di utilizzarla, grazie al barman Nicola Mancinone.
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Piccola, sinuosa, tonda, con la pelle dall’arancio all’oro. Bella, l’albicocca. Così bella e dolce che la si tiene in dispensa tutto l’anno, sotto forma di confettura o succo.

Origini dell’albicocca

La storia della Prunus armeniaca, o albicocca, inizia in Europa grazie ai Romani che la diffondono intorno al 60 a.C.. Originaria della Cina settentrionale, il percorso di avvicinamento all’occidente la vede passare prima in Arrmenia, paese da cui prese inizialmente il nome e di cui è frutto nazionale. Ancora oggi in alcuni dialetti italiani si trovano tracce di questo viaggio dall’Asia centrale al Mediterraneo: per i liguri è armugnin, armelin in veneto, mugnagh in lombardo. Dagli armeni ai greci, fino ai citati Romani, che sviluppano la coltura di questa drupa dai colori accesi con il nome greco di chrisomelos, ovvero “mela d’oro”. Termine rimasto in uso in una delle maggiori zona di produzione odierne, la Campania, dove per tutti l’albicocca è la crisommola. Il nome con cui la conosciamo oggi, invece, sembra derivare dall’arabo al barquq (barquq significa “prugna”).

La produzione Italiana: varietà e numeri

Nonostante un 2020 critico, con gelate primaverili e piogge estive, che ha visto quasi dimezzare la produzione, l’Italia si conferma il primo produttore europeo. Le albicocche raccolte sono circa 240mila tonnellate l’anno, il doppio della Spagna, ma lontani dalle 730mila tonnellate della Turchia, prima al mondo. Le regioni capofila sono l’Emilia Romagna, nonostante una perdita del 90% rispetto al 2019 e la Campania, che invece ha registrato perdite inferiori, assestate intorno al 30%. Proprio queste due regioni danno vita ad alcune varietà caratteristiche: la Reale di Imola e la Diavola. La prima è una varietà tardiva con una maturazione scalare che impone una raccolta manuale, ottima per le confetture, mentre la seconda è una delle varietà più dolci, e si presenta di maggiori dimensioni e con striature rosse, da cui il nome.

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Albicocche
Albicocche

Tra le tante varietà ci sono la Precoce Toscana, fra le più antiche e capostipite di tante sub-varietà coltivate in regione, la Pindos, che si può trovare in commercio già dai primi di maggio, con frutti più grandi della media. O ancora, la profumatissima Valleggina del savonese, le albicocche della Val Venosta, chiamate Vinschger Marillen, di colore giallo chiaro e con una spiccata nota acida e la Don Silvestro, coltivata solo nell’isola di Ventotene, estremamente aromatica e di colore arancio pallido. Tutte queste varietà rientrano nel progetto Arca di Slow Food, così come un’altra varietà storica campana: la Crisommola Vesuviana (impossibile non pensare alla strepitosa pizza dolce di Franco Pepe).

La Vesuviana: storia di un’eccellenza

Già nel 1538 il filosofo naturalista campano Giovan Battista Della Porta nella sua “Suae villae pomarium” elogiava la bontà delle albicocche locali, specialmente delle “crisommole”, ovvero quelle coltivate nei pressi del vulcano. L’importanza socio-economica e il legame con il territorio di questa coltura è stata riconosciuta con una IGP nel 2004. Riconoscimento che però porta con sé una triste storia di mala gestione delle ricchezze agroalimentari nazionali, in quanto solo cinque anni dopo, a fine 2019, la tutela è stata revocata da Bruxelles per un intoppo burocratico-linguistico, con l’avvallo dell’allora Ministro delle Politiche Agricole Luca Zaia. Ad oggi il percorso per il riottenimento della tutela comunitaria è ancora in corso. Nel frattempo però alcuni produttori della Crisommola Vesuviana, hanno potuto consolarsi con l’inserimento nei presidi Slow Food delle varietà più vecchie, tra cui la rinomata Pellecchiella e la Boccuccia.

Albicocca: proprietà nutrizionali

L’abitudine di consumare questi frutti sotto forma di conserve o succhi di frutta potrebbe far cadere nell’errore di pensare che siano estremamente calorici e zuccherini. Invece l’albicocca, dati alla mano, presenta un apporto di calorie molto basso, intorno alle 30 per 100 grammi di prodotto. È poi ricca di beta-carotene, un precursore della vitamina A, di vitamina C, e chiaramente di fibra.

Ricetta con l’albicocca: l’Asticoccola, il cocktail by Nicola Mancinone

La confettura di albicocca è senza dubbio una delle modalità di consumo preferite dagli italiani, spalmata su una fetta biscottata o usata come farcia per una crostata (qui trovate la ricetta). Ma un modo alternativo e gustoso per sfruttare il suo equilibrio dolce-acido e i suoi profumi ce lo suggerisce Nicola Mancinone, barman astigiano e titolare de Il Confessionale, ghost bar itinerante inaugurato nel 2017. Dall’unione fra confettura di albicocca e un prodotto simbolo del suo territorio, nasce l’“Asticoccola”: “Si tratta di un drink poco alcolico, nel quale l’aromaticità della grappa arriva molto al naso e meno alla bocca. Il tenore alcolico, complessivamente, è molto basso. Per raggiungere questo risultato in coppa è importante usare una grappa di Moscato e un Moscato d’Asti di altissimo livello”, consiglia il barman.

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Ingredienti

  • 2 cl di grappa di Moscato
  • 3 cl di spremuta di arancia
  • 2 cucchiaini da caffè di confettura di albicocche bio
  • 10 cl Moscato d’Asti spumante

Amalgamare mescolando con il cucchiaio i primi tre ingredienti, aggiungere ghiaccio a cubi e agitare vigorosamente; filtrare doppiamente in coppa e colmare con Moscato d’Asti spumante.
Finire con un cucchiaino di marmellata sul fondo del bicchiere e con oli essenziali di arancia sulla superficie del drink.

a cura di Valerio Dussich