L'autismo e il suo impatto sull'approccio a cibo: quel che c'è da sapere per affrontare il problema anche da un punto di vista alimentare. Con un focus sul concetto di selettività e sul rapporto tra spettro autistico e disturbi gastrointestinali
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Selettività alimentare, incidenza dei disturbi gastrointestinali, diete a esclusione (di glutine e caseina): in occasione della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, affrontiamo il tema dell’alimentazione.

Non rispondere al proprio nome, avere difficoltà a mantenere il contatto oculare, mettere in atto comportamenti stereotipati e avere un ritardo del linguaggio. Ecco alcune delle caratteristiche che possono accomunare i bambini con disturbo dello spettro autistico, anche se – e questo è un concetto da ribadire sin da subito chiaro e forte – l’autismo è una condizione neuro biologica di stampo eterogeneo, in cui le differenze individuali possono rivelarsi significative. Nonostante ciò, esistono in effetti alcuni ricorrenti “campanelli d’allarme”, da cui i genitori spesso avviano il percorso che li porterà a una diagnosi definitiva e quindi a una terapia.

Autismo e cibo: la selettività alimentare

Le problematiche alimentari non vengono di solito incluse in questo gruppo di atteggiamenti “sospetti”, ma in realtà lo spettro autistico riversa le proprie conseguenze pure in questo campo. Come nel caso della cosiddetta selettività alimentare, ossia un rapporto con il cibo rigido ed escludente, che implica il rifiuto di alcune pietanze e l’abitudine a nutrirsi attingendo da un repertorio limitato.

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Come ci spiega Leonardo Fava, direttore di UmbrellAutismo, centro psico-educativo romano per l’autismo in età prescolare e scolare, “nelle persone a sviluppo tipico la selettività può essere la conseguenza di una cattiva educazione alimentare: se un bambino è stato abituato a mangiare solo determinati cibi, probabilmente continuerà a ricercarne sempre pochi; diverso è, invece, il caso in cui un bimbo ha una tale routine a causa della sua ristrettezza di interessi e, soprattutto, della sua ipersensorialità”.

Quest’ultima è, in particolare, un altro tratto peculiare dello spettro autistico, “che può avere come conseguenza uno stile alimentare condizionato dagli aspetti sensoriali, come forma, consistenza, colore del cibo o di ciò che lo accompagna tipo il piatto”, ribadisce Fava, “ad esempio in molti preferiscono prodotti liquidi o ben solidi, che non lascino residui in bocca, perché quel senso di imprevedibilità genera fastidio”.

Autismo, cibo e ipersensorialità. Qualche indicazione

E allora che fare? Se da un lato è vero che l’argomento “spesso è stato sottostimato dagli stessi clinici e ricercatori”, come si legge nel volume di Luigi Mazzone La selettività alimentare nel disturbo dello spettro autistico (edito da Erickson), dall’altro sono comunque state raccolte delle indicazioni e procedure utili per andare incontro ai genitori e aiutarli nell’affrontare le conseguenti difficoltà. Non si tratta, chiaramente, di un percorso semplice o immediato, considerando che la comprensione delle esigenze delle persone autistiche è facilmente compromessa dalle loro problematiche a livello comunicativo e relazionale.

È però consigliato, intanto, valutare lo stato di nutrizione del soggetto e comprendere se il suo fabbisogno alimentare sia soddisfatto o meno, per poi realizzare una scheda di assessment generale, ossia – come è scritto nel testo – “la raccolta di informazioni circa il tipo di selettività presentata dal bambino in base ai parametri sensoriali (consistenza, odore, gusto, temperatura) o alla rigidità comportamentale (presentazione del piatto, packaging, luogo, disposizione posate, ecc.)”. Questa, sottolinea Fava, “è la fase più complessa; successivamente si possono avviare percorsi di sensibilizzazione orofacciale oppure lavorare sull’aspetto visivo”.

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Disturbi gastrointestinali nello spettro autistico

Senza dimenticare che la selettività alimentare è strettamente collegata a un altro tema caldo, ossia quello dell’incidenza dei disturbi gastrointestinali tra gli autistici.

Negli ultimi anni la ricerca scientifica si è concentrata sulle caratteristiche intestinali di questi pazienti: il microbiota (l’insieme di tutti i microbi che popolano l’organo) risulta alterato nella quasi totalità dei casi, con prevalenza di alcune specie rispetto ad altre più comuni negli omologhi a sviluppo tipico. La correlazione fra microbiota e sintomi dell’autismo nasce dal fatto che i microbi non sono spettatori innocui, ma veri e propri attori della salute: quelli che nelle persone autistiche sono presenti in quantità maggiori e producono molecole con un potere biochimico ben definito, che possono influenzare negativamente la sintomatologia (aumento dello stress ossidativo e neuroinfiammazione sono fra le conseguenze).

Autismo, alimentazione e diete a esclusione

Il dibattito è molto acceso riguardo l’opportunità di far seguire ai bimbi autistici una dieta priva di glutine e latticini. In una revisione del 2017 (Piwowarckzyk et al.) è stato visto come effettivamente i bambini sottoposti a una dieta priva di glutine e caseine migliorassero i tratti legati alla comunicazione e ai comportamenti sociali. Il glutine, infatti, può aumentare la permeabilità intestinale di soggetti predisposti geneticamente – quali dalle ultime ricerche sembrerebbero essere coloro che rientrano nello spettro autistico (Rahmoune et al, 2018) – e così facilitare il passaggio di sostanze che, in alcuni casi, possono oltrepassare la barriera ematoencefalica, con un effetto diretto sul sistema neurologico. Fra queste ci sono molecole oppioidi derivate anche dalle caseine (per questo i latticini vengono esclusi), la cui conseguenza è quella di accentuare il deficit relazionale.

Eppure sono tanti i detrattori della dieta a esclusione, i quali partono dal presupposto che tentare con il cibo di migliorare la qualità della vita dei soggetti autistici possa dare false speranze di guarigione. Il fatto che sia una patologia multifattoriale, però, è scienza e nessuno studio parla di regressione come risultato di una dieta specifica, ma di miglioramento dei sintomi. È vero, tuttavia, che far affrontare una dieta a esclusione a bambini con un’importante selettività alimentare potrebbe essere per la famiglia e per il bambino stesso causa di stress ulteriore.

a cura di Agnese Fioretti e Caterina Pamphili