L’invenzione dell’ingegner Palazzetti, con il contributo del Politecnico di Torino, si è rivelata efficace nel contenere la trasmissione aerea di virus tra persone a contatto ravvicinato. A breve si inizierà a produrlo. Ecco perché potrebbe risolvere i problemi al ristorante.
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Cos’è il biostopper

All’inizio di giugno scorso, un servizio di Report condivideva col grande pubblico l’idea partorita dall’ingegner Mario Palazzetti, già inventore del noto sistema frenante Abs. Durante le prime settimane di pandemia, Palazzetti si era cimentato con la progettazione di un dispositivo capace di creare una barriera biologica tra persone che interagiscono a distanza ravvicinata, tale da offrire una protezione efficace senza impattare eccessivamente sulla qualità delle relazioni, in tempi in cui l’unica soluzione avanzata per garantire la permanenza di più persone in uno spazio chiuso sembrava essere l’utilizzo di invadenti barriere in plexiglass. Che nel frattempo hanno preso il sopravvento in molti degli spazi comuni che frequentiamo ogni giorno e condividiamo con gli altri (dall’ufficio alle poste, al ristorante). Per sviluppare il prototipo del biostopper – com’è stato subito ribattezzato il progetto – l’ingegnere si era rivolto al Politecnico di Torino, attraverso la mediazione di Report. Dopo le prime settimane di test in laboratorio, la trasmissione faceva il punto sui primi incoraggianti risultati; e noi approfondivamo le potenzialità dello strumento interpellando il professor Marco Simonetti, ricercatore e docente di fisica tecnica ambientale al Politecnico di Torino.

Test e primi ostacoli

Il biostopper ideato da Palazzetti, ricordiamolo, era in grado di isolare biologicamente più individui a contatto ravvicinato (per esempio seduti al tavolo di un ristorante), creando intorno a ciascuno un vortice, tale da indurre le particelle emesse semplicemente parlando a ricadere in prossimità del nostro corpo, senza invadere lo spazio di chi è seduto di fronte. All’inizio di giugno, nei laboratori del Politecnico, si respirava moderato ottimismo. Durante l’estate test più accurati evidenziavano il primo ostacolo: nella sua prima versione, il biostopper risentiva della presenza di oggetti sul tavolo (piatti, centrotavola, bottiglie…), responsabili di alterarne il funzionamento. Il dispositivo, infatti, ci spiegava il professor Simonetti, posto al centro del tavolo, “crea dei moti dell’aria che accelerano la caduta verso il basso delle particelle, modificando la loro traiettoria naturale”; l’interferenza di altri oggetti, però, ne minacciava l’efficacia. Quello che si ripresenta a favore di telecamera oggi, in occasione di un nuovo approfondimento di Report sul tema, dunque, è un biostopper modificato nella forma per aggirare l’ostacolo.

 

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Il render del biostopper
Render di Federica Gilda Marrella

 

Una nuova forma per il biostopper

Allo sviluppo del nuovo prototipo hanno contributo due giovani designer italiane – Federica Gilda Marrella e Cecilia Polonara – che hanno raggiunto un team tutto made in Italy per giungere al risultato indiscusso: il biostopper inventato dall’ingegner Palazzetti e perfezionato dai ricercatori del Politecnico, ora, funziona. L’università torinese ne custodisce il brevetto, in attesa che qualcuno si faccia carico di produrre il dispositivo perché possa avere un impatto positivo nell’affrontare la pandemia in corso. E non solo.

Il render del biostopper ambientato
Render di Gianpiero Caputo

Chi vuole produrre il biostopper?

Torniamo dal professor Simonetti: “Dopo la puntata di Report abbiamo ricevuto parecchie manifestazioni d’interesse. Ci hanno contattato fondi che si candidano a finanziare una startup, ma anche aziende già avviate che vorrebbero produrre su scala industriale l’oggetto. Interesse manifestato anche da realtà straniere, di altri Paesi d’Europa. Il nostro obiettivo è fare in modo che la tecnologia si diffonda nel modo più rapido e capillare possibile, quindi stiamo valutando le proposte pervenute, ed entro i primi giorni di gennaio capiremo come orientarci. Chiaramente avvieremo una procedura aperta, perché siamo un ente pubblico; è probabile che opteremo per seguire lo sviluppo all’interno di una o più aziende già consolidate. E dovremmo escludere la concessione di una licenza esclusiva, proprio perché il fatto di avere più attori che lavorano in parallelo sulla diversificazione del prodotto per diversi campi d’applicazione o normative nazionali diverse farebbe gioco alla diffusione dello strumento. La pluralità garantisce un impatto maggiore”.

Le potenzialità del biostopper, mentre ancora siamo alle prese con chiusure reiterate di locali e spazi pubblici indoor per arginare la diffusione del virus, sono evidenti: “Il biostopper agisce su scala locale, ci permette cioè di stare vicini in un ambiente chiuso, con minore probabilità di contagiarci, per esempio mentre mangiamo. Altra cosa è la concentrazione media della carica virale all’interno di una stanza, su cui si agisce solo ventilando correttamente il locale. I due rimedi devono essere associati”. Il vero punto di forza del dispositivo, però, è la sua semplicità, di realizzazione e gestione: “L’oggetto è semplice, si rivelerà economico, dovrebbe mantenersi sotto il tetto dei 100 euro. Questo è il merito di Palazzetti: avere un impatto significativo a partire da un oggetto semplice è molto difficile. Lui ci è riuscito”. Ma qual è ora l’orizzonte temporale su cui ci si muove? “L’auspicio è che entro la fine di gennaio saremo in grado di determinare chi si occuperà di produrre il biostopper. Ci vorrà ancora qualche mese per vederlo in giro, ma ricordiamoci che sarà efficace su qualunque virus a trasmissione aerea, influenza compresa. La sua utilità non si esaurisce col Covid”.

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a cura di Livia Montagnoli