Dopo oltre dieci anni di attività, la Gelateria Popolare di Torino chiude. Lo annuncia Maurizio De Vecchi, stanco dell’intolleranza della città. Per questo il prossimo progetto lo vedrà all’opera in Calabria, con un’agrigelateria.
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Chiude la Gelateria Popolare di Torino

Alla fine dell’anno la Gelateria Popolare di Torino, a Borgo Dora, chiuderà per sempre. Eppure non c’è rancore, né rammarico, nelle parole di Maurizio De Vecchi, che il progetto l’ha ideato e cresciuto negli ultimi anni, anche quando si è trattato di ricominciare in un nuovo spazio, a partire dal 2017, investendo soldi e impegno per portare avanti un lavoro preciso sul prodotto di qualità, e naturale, senza aggiunta di additivi o basi, privilegiando la valorizzazione degli ingredienti locali (lavoro premiato dalla guida Gelaterie d’Italia del Gambero Rosso). Il ciclo ora si è concluso, con la consapevolezza di aver raggiunto tanti traguardi e raccolto la stima di una clientela affezionata. L’annuncio della chiusura, però, ha destato molto clamore, per il messaggio schietto e diretto che il gelatiere ha deciso di affidare a Facebook, scattando una fotografia di quel che è diventato il lavoro in Borgo Dora, negli ultimi tempi, “dopo tredici anni belli, difficili, stimolanti, faticosi”. C’è per esempio il dispiacere di non essere stati capiti proprio da quel quartiere di cui la Gelateria Popolare voleva essere punto di riferimento e di incontro, “un luogo familiare, dove sentirsi a casa”. “Abbiamo cercato con tutti i nostri limiti di fornire al quartiere degli stimoli culturali. Abbiamo fatto musica, cercando di privilegiare artisti locali o di nicchia, con particolare attenzione al jazz, ma non solo. Abbiamo cercato di collaborare come potevamo con tutte le varie anime del quartiere, privilegiando le iniziative dal basso”, spiega Maurizio De Vecchi nel suo commiato “Qualcosa però è andato storto”.

La difficoltà di vivere e lavorare in città

Dopo tredici anni scopriamo di essere detestati da tutti. Ci detestano i vicini da tutti e quattro i punti cardinali” continua lo sfogo amaro “Ci detestano i colleghi commercianti di zona, che chiudono alle sette e mezza e vivono fuori città, ma firmano esposti contro di noi, infastiditi dai nostri aperitivi. O che ci incontrano per strada quasi quotidianamente da tredici anni, ma girano platealmente la faccia da un’altra parte per non salutarci. Ci detesta la questura di Porta Palazzo, che ci ha inquadrati come simpatizzanti area antagonista. E ci detesta giustamente l’area antagonista, che non ci considera certamente un presidio libertario, ma ci considera per quello che siamo, una gelateria con fini commerciali. Ci detestano i vigili, che per più di dieci anni hanno consentito ad un furgone di stare parcheggiato tutto il giorno in divieto di sosta sul marciapiede ostruendo quasi completamente la vista sulla porta della gelateria di via Borgo Dora”. E ancora, in una escalation di j’accuse molto diretto: “Ci detesta l’attuale padrona di casa. Ci detesta la figlia dell’attuale padrona di casa. Ci detestano gli inquilini che abitano sopra di noi negli alloggi della figlia dell’attuale padrona di casa, disposti ad inventarsi qualunque cosa pur di farci cacciare via (e abbiamo i vocali delle loro diffamazioni). Probabilmente ci detesta la Città, l’amministrazione cittadina, sempre ammesso che sappia della nostra esistenza, visto che ad esempio gli assessori alla cultura che si sono succeduti in questi anni non si sono mai degnati neanche di rispondere alle nostre mail. Direi che può bastare, togliamo il disturbo”. Parole forti, che al di là dello sfogo affidato ai social network, hanno bisogno di essere chiarite, per evitare di esacerbare tensioni che il diretto interessato vuole scongiurare.

La decisione di chiudere un ciclo

Dunque, il giorno dopo, Maurizio De Vecchi è ancora convinto della decisione maturata negli ultimi mesi, e ci tiene a smorzare i toni, senza per questo smentire quegli ostacoli – prevalentemente riconducibili all’intolleranza e alla diffidenza nei confronti del prossimo – che hanno progressivamente fiaccato il lavoro della gelateria: “Voglio ribadirlo, non vado via sbattendo la porta, né mi sento abbandonato dalle istituzioni. Ho voluto fare una foto di quello che è stato, ci sono voluti due anni per elaborare una voglia di cambiamento che devo seguire, prima che sia troppo tardi. Chiaramente hanno influito le dinamiche di quartiere: finché ho avuto le motivazioni giuste per fare questo lavoro ci sono passato sopra, oggi sono convinto che la gelateria non ha più niente da offrire al quartiere e soprattutto non dà più stimoli a me. Non è vero che tutti ci detestano, siamo anche amati, ma non mi basta più”. Maurizio parla poi di un clima sociale che sta cambiando in peggio, in un quartiere popolare come quello di Borgo Dora che ha attraversato più fasi, pur mantenendo una forte identità, che però si scontra con motivi diversi instabilità: “C’è il processo di gentrificazione, e poi non mancano gli attriti con i residenti che avversano la pedonalizzazione della zona… Io dal canto mio ho investito molto nel quartiere, solo il nuovo locale, aperto dopo il trasloco obbligato del 2017, mi è costato 70mila. Ho sempre cercato di offrire spazi condivisi, organizzare eventi che purtroppo non sono mai stati appoggiati dal Comune. Ciò non toglie che non ce l’ho con le istituzioni, né tanto meno con la sindaca. Semplicemente ne prendo atto: è come se si fosse squarciato un velo”.

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il gelato alla fragola di Gelateria popolare

Il nuovo progetto in Calabria. L’agrigelateria

Dunque, “alla fine di un’esperienza meravigliosa, ma conclusa”, si inizia a pensare al futuro. Che porterà Maurizio in Calabria, nel piccolo paesino di San Vito sullo Ionio. Un cambio di vita drastico, per raggiungere il paese d’origine della famiglia paterna, in cerca di una dimensione più umana, supportata dal contatto diretto con la natura, e con la terra: “Sul desiderio ha influito anche l’ultimo periodo, le difficoltà dei mesi di lockdown, la voglia di prendere coraggio e dedicarmi con entusiasmo a un nuovo progetto”. Un’idea ancora da definire, che potrebbe prendere forma entro l’inizio del prossimo anno come agrigelateria, in collaborazione con una cooperativa sociale (per formare e dare lavoro anche a persone svantaggiate, come i migranti sfruttati nei campi) e altre realtà contadine che stanno cambiando il volto della Calabria agricola: “Anche mio cugino produce olio in zona, ma sono molte le aziende che lavorano con qualità, e io invece di fare il gianduiotto del Balon potrei iniziare a proporre gelato al bergamotto, alla liquirizia… Sempre con la mia filosofia, ma valorizzando un territorio che ha grandi potenzialità”. Nei prossimi mesi, però, si lavorerà ancora a Torino, per rimediare ai danni del lockdown: “Abbiamo bisogno di riprenderci, anche il mese di giugno è stato difficile. Mi auguro che chi davvero vuole provare il nostro gelato ci vanga a trovare finché è in tempo”. Un’operazione commerciale? “Non mi vergogno a dire che questo è il momento di attirare l’attenzione. L’esperienza della Gelateria Popolare si concluderà a breve, non torno indietro. Però voglio chiudere senza debiti, consapevole che non si tratta di una fuga, ma solo di un nuovo ciclo”. E poi c’è la gelateria di San Salvario, sviluppata in collaborazione con Progetto Tenda: “Un progetto che ha bisogno di essere ripreso in mano, ci lavoreremo con impegno nei prossimi mesi, poi Elisa, il mio braccio destro, resterà a lavorare lì, mentre io farò i bagagli per la Calabria, lasciandomi alle spalle tante situazioni vissute, begli incontri, relazioni costruite. Non rinnego nulla”.

 

a cura di Livia Montagnoli