Seguendo il modello italiano, sono molti i Paesi che in queste ore si blindano per evitare il contagio. Le prime attività a fermarsi sono quelle che favoriscono la socialità, bar e ristoranti in testa, che chiudono in Francia, Spagna, Olanda, New York. La lista è lunga, e tocca anche nomi eccellenti, dal Noma al Celler de Can Roca, a Momofuku.
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Coronavirus. Ora tutto il mondo si ferma

Ce lo diceva qualche giorno fa un consapevole Giovanni Passerini, cuoco italiano di stanza a Parigi, interpellato sulla difficoltà di sensibilizzare i francesi circa la velocità di contagio del Covid-19 e il rischio imminente per tutti, senza confini nazionali che tengano: “Mi sento come Don Chisciotte”, diceva della sua battaglia contro i mulini a vento parigini. “Si è parlato di provvedimenti restrittivi?”, chiedevamo anche in riferimento alle attività di ristorazione che oggi in Italia sono ferme fatta eccezione per il servizio di food delivery. “No, per ora nulla”, rispondeva. Era giovedì 12 marzo, qualche ora più tardi il presidente Emmanuel Macron avrebbe parlato alla nazione. Il giorno successivo l’Oms dichiarava la pandemia. Storia recentissima su una linea del tempo che corre veloce al ritmo di un contagio particolarmente aggressivo nel propagarsi. Ecco perché, a distanza di pochi giorni appena, tutto è cambiato. E non solo in Francia. In Europa è stata l’Italia, duramente colpita, la prima ad adottare provvedimenti stringenti per evitare il collasso del sistema sanitario nazionale. Ereditando dalla Cina la scomoda nomea di untrice, e conquistando tutte le prime pagine nel mondo per l’inevitabile decisione di chiudere tutto, limitare gli spostamenti, fermare le attività non indispensabili. Ora, però, il modello (perfettibile) adottato dall’Italia sembra rivelarsi l’unico percorribile, fatta eccezione per qualche voce fuori dal coro come il Regno Unito di Boris Johnson (ma tra qualche giorno sarà ancora così?). Ognuno a suo modo, sono molti i Paesi che seguono l’esempio.

René Redzepi

L’alta ristorazione chiude. Cosa dicono gli chef

Una settimana fa, ancor prima del blocco nazionale imposto alle attività di ristorazione, ci sembrava scioccante l’annuncio di Massimo Bottura (che nel frattempo, ogni sera, dà appuntamento ai suoi follower su Instagram, improvvisando ricette casalinghe), “costretto” a interrompere il lavoro di uno dei ristoranti più celebri del mondo. Ora la stessa sorte accomuna molti grandi chef d’Europa e statunitensi: “L’emergenza ci porta a prendere la decisione più difficile di sempre, ma siamo costretti a chiudere almeno fino al 14 di aprile” spiega René Redzepi dal Noma, in Danimarca; stessa responsabilità avevano preso qualche giorno fa – prima che tutta la Spagna si fermasse – i fratelli Roca, a Girona (chiusi, anche loro, fino al 14 aprile). Mentre in Belgio, Kobe Desramaults si è schierato con forza a sostegno della linea intrapresa dal governo (chiusura di tutte le attività non essenziali), ridimensionando le proteste di qualche ristoratore contrario. E negli Stati Uniti è sempre più nutrita la lista di nomi eccellenti che approvano lo shut down, in mancanza (ancora) di provvedimenti univoci che stabiliscano la chiusura delle attività di ristorazione: chiudono a New York Daniel Boulud, le insegne del gruppo dell’Union Square Hospitality Group di Danny Meyer, Le Bernardin di Eric Ripert, i ristoranti di David Chang. E tutti fanno i conti con la difficoltà di continuare ad assicurare lo stipendio a squadre numerosissime. Chiude i suoi ristoranti anche José Andres, cuoco spagnolo d’adozione americana, non nuovo a iniziative di solidarietà per sostenere le persone più colpite in momenti difficili: non a caso, le sue insegne a Whasington D.C. si trasformano temporaneamente in dark kitchen adibite a take away e delivery a prezzi contenuti per la comunità.

David Chang in giacca da chef in cucina

Bar e ristoranti devono fermarsi. La situazione in Europa

Oltre ai nomi più altisonanti – che rendono la misura di come il virus non guardi in faccia a nessuno, paralizzando di fatto tutta l’industria dell’alta ristorazione mondiale (per limitarci a quel che ci riguarda da vicino) –  risentono dei provvedimenti restrittivi bar e ristoranti chiusi un po’ ovunque – come musei e luoghi a rischio assembramento – nel tentativo di ridurre al minimo le occasioni di socialità. Chiude negozi, bar e ristoranti l’Austria, che limita anche le possibilità di spostamento per i cittadini. Lo stesso sta succedendo in queste ore in Repubblica Ceca: fino al 24 marzo stop a negozi, bar e attività di ristorazione e somministrazione di cibo. Si blinda anche la Spagna, attualmente seconda in Europa per numero di contagi, dove restano aperte solo le attività commerciali essenziali, come supermercati e negozi di generi alimentari. Idem la Francia di Macron, mentre ancora non prende provvedimenti drastici la Germania, che però si barrica in casa: a quanto pare dietro al blocco delle frontiere con i Paesi confinanti ci sarebbe la necessità di scongiurare l’assalto ai supermercati da parte di stranieri in cerca di beni di prima necessità subito oltre il confine. A Berlino, intanto, il sindaco Michael Muller impone la chiusura di bar e pub fino al 19 aprile, mentre possono restare aperti i ristoranti che assicurano il rispetto della distanza di almeno 1,5 metri tra i tavoli. E l’Irlanda chiude pub e locali, compresi i bar d’hotel. Tutte chiuse, invece, le attività non essenziali (coffee shop compresi, e sono lunghe le file per approvvigionarsi) in Olanda.

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Panorama di New York

L’evoluzione negli Stati Uniti

Fuori dall’Europa fa la stessa scelta Israele, mentre negli Stati Uniti la situazione evolve rapidamente, a macchia di leopardo: sabato scorso è toccato ad Alexandra Ocasio Cortez lanciare un appello ai newyorkesi per evitare gli assembramenti in ristoranti e locali: “Mangiate a casa, smettete di affollare bar e ristoranti da subito”, scriveva su Twitter. Ora, mentre Donald Trump stabilisce la chiusura delle scuole in tutti gli States, il sindaco di New York, Bill De Blasio, si appresta a firmare l’ordinanza che chiuderà teatri, locali, bar e ristoranti a partire dal 17 marzo, fino a data da destinarsi. Saranno concessi il servizio take away e il food delivery, mentre i rider della città già chiedono tutele fiscali e sanitarie per continuare a svolgere il proprio lavoro. A Los Angeles la chiusura di bar e ristoranti si protrarrà almeno fino al 31 marzo (in California chiude per un mese anche il parco di divertimenti di Disneyland, che dona tutto il cibo in eccesso al banco alimentare per gli indigenti della comunità di Orange County), lo stesso sta succedendo in queste ore in Ohio, Massachusetts, Illinois e nello stato di Whasington. A New Orleans ristoranti e locali devono chiudere entro le 21, a Boston si opta per una riduzione obbligatoria del numero dei coperti del 50%, per rispettare le distanze di sicurezza.

 

a cura di Livia Montagnoli