Preoccupati sì, ma con lo sguardo proiettato in avanti. È questa la fotografia scattata da Tre Bicchieri ai principali attori della filiera agroalimentare in attesa di conoscere il verdetto sulla black list americana.
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Gli accordi Usa con Francia e Cina

Alla fine un accordo tra le due sponde dell’Atlantico è arrivato. Quello tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo omologo francese Emmanuel Macron. Il tema è sempre quello dei dazi, ma non riguarda il vino italiano. Si tratta, infatti, della questione parallela relativa alla digital tax (la Francia ha deciso a luglio di applicare una imposta del 3% sui ricavi dei servizi digitali, colpendo colossi statunitensi come Google, Apple e Amazon). I due Capi di Stato hanno concordato di evitare una potenziale guerra commerciale, almeno fino alla fine del 2020, in modo da poter continuare i negoziati sulla questione in seno all’Ocse. Pace fatta, dunque. Sia con la Francia (sebbene si tratti più di una tregua momentanea), sia con la Cina (l’accordo è stato firmato la scorsa settimana). E con l’Unione Europea? Quanto bisognerà ancora attendere per conoscere l’aggiornamento della black list? E, soprattutto, queste due risoluzioni, potrebbero rappresentare un segnale positivo?

L’attesa della nuova black list

In questa snervante attesa, mentre la diplomazia è a lavoro, il settimanale Tre Bicchieri ha chiamato all’appello i principali attori della filiera per una mobilitazione a più voci, in cui ognuno ha condiviso le proprie paure, previsioni, informazioni e strategie in questo momento di palpabile tensione. Per avere una visione onnicomprensiva, abbiamo coinvolto produttori, consorzi, associazioni, politici, importatori e opinion leader non solo del comparto vino, ma di tutto l’agroalimentare (settore in parte già colpito dai dazi del 18 ottobre). E senza trascurare ristoratori e pizzaioli italiani Oltreoceano.

Il risultato? Una sorta di hackathon, nero su bianco, da cui viene fuori, non solo la comprensibile preoccupazione, ma anche la capacità di reazione del mondo produttivo italiano: dal continuo dialogo con le istituzioni all’eventuale assorbimento dei costi fino allo spostamento su altri mercati, senza però abbandonare quello che oggi rappresenta la principale piazza di destinazione al di fuori dei confini europei. Ci sono, poi, le iniziative di Ice New York, che ha subito implementato le attività promozionali del Made in Italy, le pressioni dei parlamentari italiani europei, che hanno già ottenuto l’aumento del cofinanziamento europeo dal 50 al 60% e l’impegno della ministra Teresa Bellanova che per il 30 gennaio ha già fissato un incontro con il segretario all’agricoltura americano Sonny Perdue. Insomma, ci si prepara alla guerra, sperando di poterla evitare.

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POLITICI E OPINION LEADER

PAOLO DE CASTRO (coordinatore S&D in commissione Agricoltura del Parlamento europeo)

Per contrastare l’aumento del 25% dei dazi imposti dagli Usa sui vini esportati dall’Unione europea, in commissione Agricoltura al Parlamento Ue abbiamo deciso di approvare, con una procedura straordinaria, un atto delegato che ci consentirà di dare una risposta tempestiva al settore, rafforzando i programmi di promozione, come proposto dalla Commissione, attraverso un aumento del cofinanziamento europeo dal 50 al 60% e l’estensione di programmi oltre l’attuale limite di 5 anni. L’importante ora è intervenire con nuove misure e un fondo specifico per rafforzare le misure di promozione di tutti quei settori colpiti dai dazi, e non lasciare soli i nostri produttori, in difficoltà anche per le conseguenze nefaste del cambiamento climatico che hanno messo in pericolo il loro reddito e le prospettive economiche per il futuro.

HERBERT DORFMANN (europarlamentare membro del Ppe)

È scandaloso che l’agricoltura debba pagare a causa di un aiuto illecito ad Airbus. L’ho fatto presente e continuo a ripeterlo in Parlamento. L’Unione europea deve rispondere con una sola voce alla minaccia americana. Nello stabilire le loro sanzioni, gli Stati Uniti cercano di frammentare il mercato europeo e si fa quindi il gioco di Trump se ogni comparto nazionale fa una battaglia per il suo piccolo orticello. Perciò è giusto che sia il Commissario europeo al Commercio, Phil Hogan, a interloquire con il governo americano a nome di tutta la filiera europea. Ed è importante che la sua reazione sia stata tempestiva, col viaggio negli Stati Uniti della settimana scorsa. Dobbiamo fare tutto il possibile perché Washington rinunci a queste misure, anche perché un’eventuale vittoria dell’Ue nel caso parallelo, quello relativo a Boeing, ci obbligherebbe a nostra volta ad applicare dei dazi, aprendo la strada a una guerra tariffaria.

DARIO STEFÀNO (senatore e vicepresidente del gruppo del Pd)

Si fanno diverse ipotesi in queste settimane. C’è chi ha fatto notare che i dazi potrebbero aprire per alcune specificità, ad esempio i vini rosati, delle possibilità in più ma, di contro, essendo il loro peso molto limitato, renderebbe il saldo sempre negativo. La vicenda deve essere seguita con grande attenzione anche perché ancora una volta il nodo europeo diventa decisivo e ci permette di essere presenti, e di avere un ruolo, nell’ambito di una trattativa globale.

BRUNO VESPA (produttore e giornalista)

Da appassionato di storia, ho sempre ritenuto la politica dei dazi sbagliata e pericolosa. Un tempo i dazi portavano anche alla guerra, adesso possono procurare squilibri economici spaventosi. Nessuno ci guadagna, alla fine tutti ci perdono. Evidente che per il vino italiano i dazi imposti dagli Stati Uniti, che rappresentano il nostro migliore mercato, sarebbero devastanti. Ma mi ha colpito l’allarme del mondo americano del vino. La contrarietà ai dazi degli importatori è scontata. Comprensibile quella dei negozianti che prevedono la perdita di migliaia di posti di lavoro. Sorprendente, a prima vista, invece la preoccupazione dei produttori americani. Essi ritengono che la crisi determinata dai dazi porterà a un impoverimento generale del mercato con una riduzione dei punti vendita nell’intero territorio degli Stati Uniti. Una follia dunque che non gioverebbe a nessuno.

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ANTONINO LASPINA (direttore Ice di New York)

L’applicazione di dazi sui vini potrebbe ridurre la varietà a cui il consumatore medio possa accedere. È questo il timore espresso dagli operatori del settore che hanno, numerosi, compilato i commenti sul sito governativo durante le settimane scorse. Come agire? Come Ice, stiamo già svolgendo un programma di supporto al vino italiano, iniziato nel 2018, con una campagna di comunicazione che ha raggiunto 900 milioni di impressions, specificamente focalizzata sulla valorizzazione del patrimonio vitivincolo italiano. Inoltre, a seguito dell’imposizione dei dazi su alcuni formaggi, salumi e tutti i liquori italiani a partire dallo scorso 18 ottobre, abbiamo immediatamente implementato attività specifiche: promozioni degli spirits italiani nei ristoranti di New York e soprattutto le attività di animazione “Aperitivo italiano: enjoy!” realizzate all’interno della Winter Fancy Food show. Tra cui lo showcooking nella Lounge Italia, affidato allo chef Sodano (1 stella Michelin), che ha impiegato i prodotti colpiti dai dazi nelle sue ricette. Un format che sarà riproposto in altri eventi e territori.

PRODUTTORI

MARILENA BARBERA (produttrice Cantina Barbera e tra i promotori della petizione in difesa del vino italiano)

Il 4 gennaio abbiamo lanciato la petizione alle istituzioni italiane ed europee. Il nostro obiettivo era sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema dazi in un momento in cui pochissimi si erano ancora resi conto della minaccia. In poco più di una decina di giorni, siamo riusciti a raccogliere 18mila firme che abbiamo consegnato il 16 gennaio scorso nelle mani del Sottosegretario Scalfarotto e della Ministra Bellanova. Quest’ultima, molto cordialmente, ci ha confermato il proprio personale impegno e quello del Governo su diverse linee: lavorare a livello diplomatico in coordinamento con il Commissario Hogan; promuovere un fondo di compensazione europeo per ripagare i danni che stanno subendo i produttori colpiti dai dazi; incontrare il Segretario all’Agricoltura Sonny Perdue il 30 gennaio, anche per anticipargli l’intenzione del Governo italiano di lanciare una campagna di informazione rivolta al consumatore americano, che potrebbe diventare il miglior alleato per i prodotti agroalimentari italiani ed europei.

ANDREA ROSSI (presidente Vecchia Cantina di Montepulciano)

Sono appena tornato da un viaggio a New York e devo dire che la preoccupazione per l’effetto dei dazi è molto forte anche tra gli operatori americani, i quali chiedono che il vino non sia trasformato in una pedina della guerra commerciale. Molti di loro hanno detto chiaramente che sarebbero costretti a cessare l’attività e altrettanti rivenditori hanno dichiarato che sarebbero costretti a licenziare i dipendenti. Per questo, stanno facendo lobby nei confronti dell’amministrazione Usa.

Se l’obiettivo è far crescere il prodotto interno, spiegano, le perdite di posti di lavoro e di valore sarebbero sicuramente superiori. Per ora, i nostri importatori si stanno comportando “normalmente”, tanto che stiamo definendo la programmazione del 2020. È ovvio che soffriranno di più i vini di fascia alta, ma l’effetto psicologico dei dazi nei confronti dei consumatori è lo stesso: c’è l’impressione che chi ne è vittima non si sia comportato correttamente nei confronti degli Usa. Attualmente gli States sono il secondo Paese di riferimento per il Nobile di Montepulciano, con il 22% della quota export.

LORENZO COSTANTINI (proprietario Villa Simone)

Attualmente siamo in una fase di ricostruzione del nostro rapporto con il mercato Usa, dove negli ultimi anni abbiamo venduto il 10% della nostra produzione perché abbiamo cambiato da poco l’importatore. Ho già deciso che se il dazio fosse solo del 25% lo assorbirei direttamente, perché i margini me lo consentono. Nel caso fosse del 100%, siamo già d’accordo di spalmarlo 50/50. L’idea, inoltre, è ampliare la platea interessata al nostro vino tra i ristoranti italiani moderni meno legati all’immagine del Frascati come di un vino vecchio che non ha più molto da dire.

ANGELO MORANDO (export director oenologist di Tenute Orestiadi)

Certamente gli effetti non saranno di poco conto. Intanto, relativamente al nostro programma di espansione in Usa, sarà necessario rivedere tempistiche ed investimenti e saremo costretti a rivedere il posizionamento dei vini per garantire un margine minimo ai nostri distributori: vini da 10 – 15 dollari (popular premium) saliranno alla fascia successiva a 15 – 20 dollari (premium) e così via, con una possibile diminuzione del sell-out e un rallentamento nell’apertura di nuovi mercati. Va ricordato che le vendite dei vini francesi sono diminuite di circa il 25/30% nell’ultimo periodo. Inoltre, sarà necessario rivedere la quota di investimento dedicata al mercato Usa, almeno per il breve e medio termine, cercando di utilizzare sempre meglio i fondi Ocm Paesi terzi, integrato da proprie risorse, per poter attuare tutte quelle attività di supporto ai nostri partner Oltreoceano. Confidiamo in un’azione decisa e pressante del nostro Governo, come avvenuto proprio in queste ultime ore da parte dei nostri cugini transalpini, che sono riusciti a scongiurare almeno per il 2020 l’implementazione dei dazi.

ASSOCIAZIONI

FIVI. Matilde Poggi (presidente)

In questo momento, spaventa soprattutto la mancanza di certezze, il fatto che non ci sia una data sicura in cui la decisione verrà eventualmente presa. In tale situazione, gli importatori hanno acquistato negli ultimi mesi dell’anno, ma ora sono fermi.

I dazi colpirebbero in modo pesante i vini italiani che si collocano nella fascia premium. Un eventuale dazio del 100% li metterebbe fuori mercato, mentre i vini top di gamma riuscirebbero probabilmente ad assorbire l’aumento di prezzo. Un dazio al 100% sarebbe impossibile da affrontare per molti dei miei importatori con cui mi sono confrontata. In caso di dazio più basso, per esempio il 25%, propongono di suddividerlo equamente tra importatore, produttore e consumatore.

L’Ue, che tanto ha fatto, tramite le misure per l’internazionalizzazione, vedrebbe ora vanificato quanto siamo riusciti a raggiungere in questi anni negli Usa. Le quote di mercato acquisite, in caso di dazio al 100%, verrebbero perse a favore di altre bevande alcoliche e difficilmente verrebbero riconquistate. Ritengo anche che per i piccoli vignaioli non ci siano altri mercati cosi maturi e aperti alle piccole produzioni artigianali come quello americano.

ASSOENOLOGI. Riccardo Cotarella (presidente)

Gli Stati Uniti sono la prima destinazione, in volume e in valore, delle vendite di vino italiano. I dazi ovviamente non favoriranno il mercato, ma di fronte a queste decisioni non possiamo fare nulla, se non chiedere una forte azione politica alle istituzioni. Cosa che credo sia stata fortemente percepita dalla nostra Ministra delle Politiche agricole, che proprio in questi giorni ha sollecitato sia il ministro Di Maio sia il Presidente Conte a una grande campagna di comunicazione indirizzata ai consumatori americani. Credo comunque che l’appeal del vino italiano in America sia molto più forte di quello di altri Paesi, inclusi Francia e Spagna, e che grazie alle tante persone che amano i nostri vini potremo affrontare anche questa difficile congiuntura.

ASSOVINI SICILIA. Alessio Planeta (presidente)

Gli Stati Uniti rappresentano da sempre, ma soprattutto in questi ultimi anni, un mercato di punta per i vini siciliani che per valore, varietà e sostenibilità stanno scalando importanti classifiche e ottenendo considerevoli risultati. Gli investimenti fatti in tal senso dal comparto rappresentano una voce rilevante nei piani di sviluppo della Sicilia del vino. Ragione per cui stiamo seguendo con molta attenzione l’evolversi della questione sul tema dei dazi. Siamo una generazione che ha visto cadere muri e abbattere frontiere. Ci auspichiamo che il futuro riservi al nostro settore, ma non solo, politiche in continuità con questo scenario e non dannose inversioni di tendenza.

SILVANA BALLOTTA (AD Business Strategies)

Ancora un duro colpo per l’agroalimentare italiano. L’aumento dei dazi sui nostri prodotti prospetta un futuro tutto in salita in un mercato, quello statunitense, che da sempre rappresenta lo sbocco principale per l’esportazione del nostro vino. La vera preoccupazione credo sia comunque di capire quali saranno le effettive conseguenze a cui si andrà incontro sugli altri mercati e se a discapito degli Stati Uniti altre aree potranno crescere. Ora più che mai l’Europa deve essere compatta e coesa per far fronte alla crisi che la sta investendo.

FEDERVINI

A distanza di tre mesi dall’entrata in vigore dei dazi su liquori e cordiali rileviamo il rialzo dei prezzi al consumo, anche superiori al 35% e si materializzano i primi segnali di calo delle vendite a favore di prodotti “similitaliani”, la cui concorrenza sta diventando più aggressiva. Di fronte alle incertezze sulla durata di queste tariffe, una parte dell’incremento più o meno ampia, è rimasta a carico del produttore, intaccando pesantemente i margini e compromettendo gli investimenti degli anni passati con azioni di promozione mirata, soprattutto per sostenere i marchi e i prodotti italiani. Infine, l’incremento del 10% in valore sull’analogo periodo del 2018 (dati dei primi 11 mesi del 2019 elaborati dalle dogane americane) risente del sensibile aumento delle scorte di prodotti, altro elemento che pesa nelle relazioni commerciali.

La vera soluzione al problema, come mostrano gli incontri in corso a Davos in queste ore, può essere trovata solo con il confronto diretto fra Ue e Usa. L’incertezza politica attuale preoccupa e il Governo deve partecipare a questi incontri con una voce esperta, preparata, autorevole, dotata di una delega speciale che al momento non è stata ancora creata.

UNIONE ITALIANA VINI. Paolo Castelletti (segretario generale)

L’impegno dell’Uiv in questa vicenda è massimo. Abbiamo scritto una lettera al presidente della Repubblica, Sergio Mattarela, che domani incontra a Roma il vice presidente americano, Mike Pence. Stiamo proseguendo le attività di lobby sui parlamentari membri del Congresso Usa. Abbiamo raccolto 108 firma bypartisan tra i deputati. Abbiamo inoltrato entro il 13 gennaio all’Ustr ben 28 mila firme raccolte in una petizione online. Ci siamo rivolti anche al sottosegretario di Stato, Ivan Scalfarotto, che incontrerà negli Usa il Ministero del commercio e alla ministra Bellanova, che il 30 gennaio vedrà il suo omologo americano Sonny Perdue. A tutti abbiamo chiesto il massimo sforzo per evitare i dazi. Una tariffa del 25% sulle importazioni di vino comporterà probabilmente un aumento del 50% dei prezzi per i consumatori e una tariffa del 100% sulle importazioni di vino comporterà probabilmente un aumento dei prezzi del 150%. L’Europa potrebbe perdere un milione di ettolitri di vino e in questo momento non sembra ci siano mercati alternativi agli Stati Uniti.

ORIGIN

Al momento, ci conforta a sapere che è stata accolta con favore e con commenti distensivi anche da parte statunitense, la missione della scorsa settimana negli Usa del Commissario al Commercio estero della Ue, Phil Hogan, stimolato anche da interventi molto determinati della nostra Ministra Teresa Bellanova. Nel contempo, però, una parte degli operatori ha potuto approfittare dei rincari dei prodotti europei per aumentare i prezzi anche dei prodotti locali a danno, evidentemente, di tutti i cittadini statunitensi. Le ritorsioni tariffarie sono il peggior modo per affrontare il problema, mentre un tavolo negoziale tra Ue e Usa darebbe frutti certamente migliori al quale la nostra organizzazione, OriGin, non si sottrae ed è pronta a dare un contributo di chiarezza, al fine di disegnare un perimetro normativo certo, che in fondo è l’elemento più importante e prezioso per chi opera nei mercati internazionali.

COLDIRETTI

Ci sono le condizioni per avviare un dialogo costruttivo ed evitare l’acuirsi di uno scontro dagli scenari inediti e preoccupanti che rischia di determinare un pericoloso effetto valanga sull’economia e sulle relazioni tra Paesi alleati. Il dazio al 100% sarebbe un’eventualità devastante, che mette a rischio il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari e il terzo a livello generale, dopo Germania e Francia. Non dimentichiamo che l’Unione Europea ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia, che come ritorsione ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari che è costato al Made in Italy oltre un miliardo in cinque anni. Ed è ora paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato, con pesanti ipoteche sul nostro export negli Usa.

FEDERALIMENTARE

Il nostro Paese pagherà il conto più alto dopo i quattro Stati membri che hanno ricevuto sussidi per Airbus (Francia, Germania, Regno Unito e Spagna) pur non avendo fruito dei vantaggi commerciali legati agli aiuti riconosciuti distorsivi dal Wto. Non sembra casuale che i comparti al momento più colpiti, il “lattiero-caseario” e quello degli “aperitivi e liquori”, ovvero quelli che, nel primo semestre dell’anno in corso, abbiano registrato gli spunti espansivi più forti sul mercato Usa, rispettivamente con +22,8% e +32,7%. Se gli incrementi venissero estesi a vino, olio e pasta italiani sarebbe interessata un’ulteriore quota pari al 50% del nostro export alimentare negli Usa. Il paradosso è che, negli scorsi anni e tuttora, l’Ue ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia, subendo come ritorsione l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari per un danno di oltre 1 mld di euro in cinque anni.

Le azioni necessarie, adesso, sono piani promozionali in Usa e programmi educational, per consentire al consumatore americano di distinguere i prodotti veramente italiani. Non vanno poi trascurate contestuali azioni “compensatorie” e strumenti operativi (come la fruibilità gratuita dei servizi Ice) per le imprese già colpite.

ASSICA (Associazione Industriali delle Carni e dei Salumi)

Gli Stati Uniti per i salumi italiani rappresentano il secondo mercato export con ben circa 10 mila tonnellate di prodotto, che vale oltre 116 milioni di euro. Nello specifico, nel 2018, le spedizioni di salami stagionati hanno raggiunto le 600 tonnellate per 6 milioni di euro, mentre gli invii di mortadelle si sono attestati a quota 683 tonnellate, per oltre 3,7 milioni di euro. Coi dazi entrati in vigore a ottobre – sebbene non abbiamo ancora i dati dell’ultimo trimestre dell’anno – cambia molto, se si pensa che precedentemente i salumi avevano un dazio molto basso, 0,8 cent/Kg. Invece, col provvedimento attuale, ogni spedizione è gravata da una tariffa pari ad un quarto dell’intero valore del prodotto esportato. Un aumento dei costi considerevole, che ovviamente si ripercuoterà fortemente sul nostro export.

VERONAFIERE. Giovanni Mantovani (direttore)

Ci auguriamo che le missioni diplomatiche possano scongiurare ciò che riteniamo essere un vero e proprio agguato commerciale ai danni dell’agroalimentare italiano ed europeo. L’eventuale lista allargata espressa dal dipartimento del Commercio americano (Ustr) non sarà infatti esecutiva prima di metà di febbraio: per questo è necessario che l’Unione europea dia riscontro alle istanze contenute nella lettera che la ministra alle Politiche agricole Teresa Bellanova ha inviato al Commissario Hogan. Non dimentichiamo che i vini francesi, già sottoposti all’extra dazio del 25%, hanno registrato un calo di vendite negli Usa del 36% a valore nel solo mese di novembre, rispetto alla stessa mensilità del 2018, così come evidenziato dal nostro Osservatorio Vinitaly-Nomisma. Ciò dimostra che, con le tariffe aggiuntive, l’Europa rischia di perdere quote di mercato difficilmente recuperabili in futuro, a tutto vantaggio del Nuovo Mondo produttivo.

CONSORZI

CONSORZIO DEL CHIANTI CLASSICO. Carlotta Gori (direttrice)

Come tutti, siamo sinceramente preoccupati di fronte all’annunciato pericolo di un’introduzione di dazi sui vini italiani negli Usa e per questo abbiamo già preso una posizione ufficiale a supporto del Mipaaf, che sta lavorando a livello europeo per scongiurare tale ipotesi. Il Consorzio ha anche sottoscritto due note della Wine Origin Alliance, che raggruppa 26 fra le più importanti denominazioni e regioni vinicole di qualità a livello mondiale, fra cui anche alcune note Ava (American viticultural areas), per supportare l’interruzione della “politica dei dazi” da parte del Governo americano. Siamo anche contrari a un’applicazione parziale dei dazi, rivolta solo a determinate tipologie vinicole. L’introduzione di dazi sul vino italiano potrebbe avere, infatti, un impatto negativo sull’economia di entrambi i Paesi: non solo nei confronti delle aziende vinicole italiane ma anche di tutti gli interlocutori americani che lavorano nel comparto, come specialisti del vino italiano.

CONSORZIO DEL BAROLO E BARBARESCO. Andrea Ferrero (direttore)

Siamo preoccupati e frustrati, perché si tratta di una decisione sulla quale non abbiamo alcuna possibilità di intervenire, ma che saremo costretti a subire. Per i vini delle Langhe, il mercato statunitense è uno storico partner, con un peso che oscilla tra il 25 e il 35% delle esportazioni. Con i dazi al cento per cento, è evidente che sarebbe impraticabile proseguire come oggi i nostri rapporti con gli Stati Uniti: i prezzi raddoppierebbero, i consumi cadrebbero a picco e i nostri clienti storici inizierebbero a guardare altrove. Un effetto a catena per il quale sarebbe complesso trovare soluzioni: perché se guardiamo all’Inghilterra, la situazione non è più rassicurante, per via della Brexit. Nel frattempo, anche in America il clima è di forte preoccupazione. Da quando è stato reso noto il provvedimento, abbiamo assistito a un aumento degli ordinativi: i nostri clienti stanno cercando di far entrare negli Stati Uniti più prodotto possibile, fino a quando scatteranno i dazi. Ma è un palliativo, una soluzione momentanea. Se tutto andrà secondo i piani di Trump, per noi la crisi arriverà tra qualche mese.

CONSORZIO TUTELA VINI ETNA DOC. Antonio Benanti (presidente)

Gli Usa sono tra le prime destinazioni del nostro export, in particolare della fascia più alta di prezzo. Attualmente, come Doc Etna esportiamo circa 1/3 del totale prodotto – 4 milioni di bottiglie – e, pertanto, saremmo in seria difficoltà. Tanto più che le ripercussioni ci sarebbero anche sulle spedizioni ai turisti americani, che sempre più numerosi visitano le nostre cantine e ordinano i nostri vini. Nel frattempo molti importatori hanno deciso di aspettare per vedere cosa succederà, altri hanno chiesto di anticipare le spedizioni. Nel caso non fosse il 100% si potrà studiare come spalmare l’aumento tra noi e la filiera Usa, ma anche come aumentare l’export in altri Paesi.

CONSORZIO DI TUTELA DEL PRIMITIVO DI MANDURIA. Mauro di Maggio (presidente)

Negli ultimi anni abbiamo concentrato in modo notevole la nostra attività di promozione istituzionale per i mercati Nordamericani e in special modo per gli Usa. Infatti, crediamo molto nelle potenzialità di tale mercato, così propenso ad accettare il Made in Italy, in generale, e, in particolar modo, preparato al gusto della nostra denominazione. Basti citare la vicinanza genetica tra il loro Zinfandel e il nostro Primitivo. Confido nella diplomazia dell’Unione Europea e delle nostre istituzioni, affinché possano salvaguardare i nostri prodotti con tutti i mezzi a loro disposizione. Serve una risposta europea forte e concisa. Stiamo monitorando la situazione e siamo pronti a sostenere in ogni modo il nostro comparto insieme a tutti gli altri protagonisti della filiera italiana.

Intanto, come Consorzio continuiamo a diffondere la conoscenza e la qualità del Primitivo di Manduria. Ad esempio, quest’anno saremo in America col progetto “Wine promotion Consorzio Tutela del Primitivo di Manduria.

CONSORZIO DI TUTELA DEI VINI D’ABRUZZO. Valentino Di Campli (presidente)

Per molte nostre aziende il mercato Usa è uno spicchio importante del fatturato, dovuto all’export e ai prezzi contenuti di molti nostri vini, seppur eventualmente maggiorati dei dazi, ma non sono un’assicurazione sufficiente per superare l’ostacolo. Molti hanno anticipato le spedizioni negli Stati Uniti, sperando così di sfuggire, almeno per ora. Mentre le cantine, in accordo con gli importatori, stanno discutendo su come spalmare lungo tutta la filiera le eventuali maggiorazioni di prezzo. Certo, quando i prezzi sono risicati e i margini sono ridotti all’osso, la sostenibilità economica è da verificare. La posta è alta visto che il mercato interno è saturo così come lo sono altre piazze della Ue. Confidiamo nell’intervento dell’Europa.

CONSORZIO VINI VALPOLCELLA. Olga Bussinello (direttrice)

C’è molta preoccupazione, ma al tempo stesso la consapevolezza che attraverso un salto di qualità della diplomazia Ue si possa ancora evitare ciò che a tutti gli effetti suonerebbe come una beffa commerciale dopo tanti anni di investimenti in promozione e crescita dei nostri brand verso un top buyer sempre più strategico. Siamo preoccupati soprattutto per i vini a fascia media, quindi per il Valpolicella – che negli Usa esporta il 17% dell’intero export – e il Ripasso. Sull’Amarone vogliamo sperare di poter contare sulla sua forte identità e sul fatto che sia un vino meno sostituibile di altri. Ma la leva del prezzo mette ovviamente a rischio anche il nostro grande rosso, che negli Usa raccoglie a valore il 15% delle vendite complessive realizzate all’estero.

CONSORZIO VINI ALTO ADIGE. Bernhart Eduard (direttore)

Il Consorzio Vini Alto Adige sta seguendo con attenzione la vicenda legata ai dazi negli Usa. I produttori altoatesini hanno investito negli anni risorse crescenti in questo mercato, così come molte sono le aziende che hanno attivato dei progetti di settore in questo Paese grazie ai contributi Ocm. La percentuale di fatturato generato dal comparto vino negli Usa varia dal 5 al 10%. Pur essendo una quota importante, fortunatamente l’Alto Adige si caratterizza dal punto di vista vitivinicolo per la varietà dei vitigni e per la diversificazione dei mercati in cui opera.

CONSORZIO DEL PARMIGIANO REGGIANO

Siamo amareggiati perché si va a colpire ingiustamente uno dei settori più forti della nostra economia. Auspichiamo un piano di intervento straordinario dell’Unione Europea per evitare che gli effetti dei dazi diventino traumatici per le filiere coinvolte. Il Governo e l’Ue devono a tutti i costi difendere un patrimonio che fa parte, non solo della nostra tradizione, ma della nostra cultura e che produce un valore al consumo pari a 2,4 miliardi di euro, dando lavoro a ben 50 mila persone.

Normalmente, anche senza dazi, nel mercato Usa la confusione è tanta. E il fatto che il Parmigiano Reggiano sia sugli scaffali a 50/60 dollari al chilo, mentre il parmesan a 10 dollari al chilo non invoglia il consumatore ad acquistare il prodotto autentico, specie se non ha la cultura per comprenderne le differenze. Faremo del nostro meglio affinché i consumatori americani siano consapevoli del valore della nostra Dop, così che siano disposti a spendere qualche dollaro in più per avere in tavola l’autentico ‘Re dei Formaggi’.

CONSORZIO DEL PERCORINO ROMANO DOP

Il Pecorino Romano Dop è uscito quasi indenne dalla prima fase di applicazione dei dazi, in quanto il prodotto destinato alla grattugia non è nella lista. Ora si aspetta la nuova tornata che potrebbe coinvolgere il resto della produzione. Nel periodo gennaio-novembre 2019 (unici dati attualmente disponibili), rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, si riscontra un incremento del 42,37% sui volumi esportati, con un valore unitario medio per kg inferiore. Diminuzione dei costi e preoccupazione per i dazi hanno generato un aumento delle vendite negli Usa (da sempre top destination), una vera e propria corsa agli acquisti con la tendenza a fare scorta da parte degli importatori. Attualmente, la filiera non sta diminuendo la produzione iniziata a ottobre 2019. Anzi, su base mensile si riscontra un aumento, con vendite di contratti fatti prima dell’entrata in vigore dei dazi. Dazi che favoriranno senz’altro gli imitatori, che vedono nelle Indicazioni geografiche un ostacolo alla loro espansione nel mondo, usurpando i nomi, la fama ed utilizzando impunemente la bandiera italiana.

IEEM – International Event & Exhibition Management

Gli Stati Uniti sono il primo mercato di esportazione e un aumento dei dazi andrebbe a incidere negativamente sul valore all’export, con il conseguente calo del fatturato per le aziende e relativo danno su tutto il comparto. In questa situazione, ovviamente anche la nostra società, costituita con lo scopo di dare maggior sostegno alle aziende italiane sul mercato americano e operando da anni in questo al loro servizio, ne soffrirebbe subendo i contraccolpi negativi di tale decisione. Come già sperimentato in modo diverso su altri mercati, è sempre e comunque importante ‘non abbandonare’ il mercato ma continuare a essere presenti con costanza, impegno, presidiarlo ancora più da vicino. È fondamentale non solo lavorare in strettissima sinergia con i propri importatori e distributori in questo momento, ma anche immaginare modi diversi di presenza e organizzazione: infatti, nelle maglie dei dazi potrebbero aprirsi opportunità sia per nuovi vini e diverse produzioni sia per forme innovative di distribuzione.

IMPORTATORI

CORRADO MAPELLI (coo e consigliere d’Amministrazione Gruppo Meregalli)

Purtroppo sappiamo tutti che il mercato Usa è per molti produttori italiani uno dei principali, se non il principale mercato di riferimento e i possibili dazi, se applicati, rischiano davvero di mettere in difficoltà molte realtà vitivinicole italiane. Gli effetti sul nostro mercato interno ed europeo rischiano di essere davvero negativi. Per alcuni produttori si tratterà anche di sopravvivenza commerciale, con conseguente necessità di recuperare le quantità, che presumibilmente non saranno più le stesse in Usa, aumentando la presenza in Italia o in Europa, ovvero in mercati “maturi”, anche a costo di abbassare i prezzi. Tutto ciò non può che portare a un impoverimento generale del sistema vino, meno investimenti, meno opportunità di crescita, di impiego, di sviluppo, taglio dei costi ecc. Che piaccia o no, oggi il mercato di riferimento è globale e il rischio di perdere un player, un’opportunità come quella degli Usa, rischia davvero di far male un po’ a tutti.

RISTORATORI

ROMOLO ALGENI (Paola’s Restaurant di New York)

Devo dire la verità, sinora non abbiamo risentito molto di questa tassazione aggiuntiva. A preoccuparci, è più l’aumento del minimum wage, il salario minimo, da 9 a 14 dollari l’ora. Tutto considerato, queste tariffe rientrano nel margine dei consueti aumenti annuali, diverso sarebbe stato se fosse aumentata in modo più considerevole. Per il cliente, dunque, nulla di diverso, né sul menu (cacio e pepe o amatriciana sono sempre le stesse) né sui prezzi. Diverso è il discorso sul vino, che riguarda il 50-60% dei ristoranti, mentre parmigiano, pecorino e gli altri prodotti alimentari li usano solo i ristoranti italiani e qualche francese. Sui vini si parlava di dazi molto alti, anche del 100%, ma francamente non credo vorranno buttare giù tutto il settore: avrebbe un impatto fortissimo anche sull’economia interna. Quindi, se ci saranno tasse sul vino europeo, non credo si arrivi a cifre così alte.

CIRO IOVINE (Song’ e Napule di New York)

Con il nuovo anno, qui in Usa, hanno aggiornato listini tenendo conto dell’aumento dei dazi: il 25% in più, circa 5 dollari a chilo su ogni cosa. Il Parmigiano Vacche Rosse io, da ristoratore, lo pago 35 dollari al chilo, più di 2500 a forma, che consumo in 2 o 3 settimane. Se aggiungi che è aumentato anche il minimum wage molto probabilmente alzerò anche io i prezzi. A usare prodotti non italiani non ci penso proprio e neanche a metterne meno: usiamo sempre il gusto, un piatto di pasta costa 20 dollari, ma è fatto bene, con la qualità massima. In futuro costerà qualche dollaro in più. E così la pizza. Mi chiedo però chi potrà permettersi di acquistare il parmigiano per casa a 45-50 dollari dollari al chilo. Per non parlare del vino: spero non se ne faccia niente.

DANILO MONGILLO (Strega Restaurant di Branford)

Finora qui non abbiamo registrato nessun aumento sui formaggi, ma arriverà e la paura è tanta: se i prodotti aumentano, per non rinunciare alla qualità italiana e ai prodotti autentici, l’unica soluzione sarebbe alzare i prezzi a mia volta. Solo che qua siamo in Connecticut, non a New York. E ciò significa che c’è tantissima concorrenza ma di qualità, in giro, poca. Praticamente devo essere competitivo con chi usa parmesan e già ora faccio fatica. Il piatto che vendo di più è la cacio e pepe, consumo un quarto di forma di pecorino ogni 10 giorni, ma non posso cambiare ricette, sono un purista. Poi mi chiedo: quanto formaggio c’era in America prima dell’entrata in vigore dei dazi? Mi piacerebbe sapere come riusciranno a tracciare i prodotti che già sono qui. Non vorrei che qualcuno facesse il furbo, vendendoli come importati dopo il dazio.

Capitolo a parte meritano i vini: con 12 dollari a bicchiere, abbiamo un ricarico minimo. Ma se i dazi arriveranno al 100%, un vino da 4 o 5 dollari a bottiglia arriverebbe a 10, senza che aumenti la qualità: non potrei più proporlo al calice e trovare vini per la mescita sarebbe difficilissimo. Quei dazi ci potrebbero distruggere!

a cura di Gianluca Atzeni, Antonella De Santis, Andrea Gabbrielli e Loredana Sottile

 

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 16 gennaio 2020
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