Classe 1929, Tullio Gregory è stato storico della filosofia, linguista e intellettuale di grande levatura, studioso della cultura in tutte le sue manifestazioni. Alla cucina come “fatto culturale” e alla tavola come luogo di incontro ha dedicato parte delle sue riflessioni.
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Addio a Tullio Gregory

Uomo di pensiero, senza dimenticare di essere una mente pratica. Un mese fa Tullio Gregory aveva festeggiato novant’anni dove oggi è allestita la camera ardente, nel luogo che per buona parte della sua vita gli è stato più familiare, la sede romana dell’Enciclopedia Treccani. Nell’Istituto di via Paganica era entrato subito dopo la laurea alla Sapienza, nel 1950, fino a dirigerne la sezione di storia della filosofia e del cristianesimo e a diventarne figura di riferimento per molti dei progetti editoriali che avrebbero preso forma nei decenni a venire. Professore di storia della filosofia medievale e di storia della filosofia alla Sapienza e alla Sorbonne, studioso della lingua, saggista, intellettuale a tutto tondo.

La cucina è cultura

E pure gourmet, appassionato di cucina, “da difendere in quanto fatto culturale”, tanto da trattare con egual meticolosità – come scriveva qualche anno fa su La Repubblica Antonio Gnoli, in occasione di un’intervista al professore – “il cogito cartesiano e la storia del pomodoro, Montaigne e Luigi Carnacina, l’io penso e l’io mangio”. Alla storia del “pomo d’oro” importato dal Perù, per l’appunto, si dedicò in occasione dell’inaugurazione del Museo del Pomodoro di Collecchio, ripercorrendo nella sua lode le vicende dell’ortaggio che tanto piacque all’Europa (e all’Italia) da diventare un ingrediente onnipresente nei ricettari, a più riprese citato nella letteratura “alta”. E da difensore della tradizione in cucina decise di dedicare un’appendice del Festival della Filosofia di Modena (di cui è stato uno dei fondatori) alla tavola, impegnandosi a redigere i cosiddetti menu filosofici, perché “a tavola forse troviamo davvero quella verità intera, piacevole, morbida, profumata che possiamo non solo contemplare ma gustare, come volevano i mistici medievali”. Ma anche perché “la tavola è il luogo di tolleranza per eccellenza, il luogo dove si parla liberamente e trionfa la Ragione. È anche un punto di incontro, che fa cadere le barriere dogmatiche”.

In difesa della tradizione

L’ultimo menu, l’autunno scorso, ispirato al tema del festival “La verità è servita”, declinava la cucina filosofica in otto proposte, ricercando la verità a tavola nell’essenza del piatto, a partire dai prodotti tipici del modenese e dalle ricette della tradizione locale. All’interesse per la cucina, Gregory applicava l’approccio di un fervente sostenitore della storia, fautore dell’eredità e della trasmissione del sapere pratico, della ripetizione “del modo di fare” necessario per preservare la memoria culturale della tradizione gastronomica. Non a caso si batteva contro il rischio della rinuncia alla tradizione, incitando chi il cibo lo prepara, ma anche chi lo consuma: “Se mangi, cerca di capire cosa e come deve essere fatto”. E d’altro canto, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera nel 2000, chiosava così a proposito della smania di innovazione di certi cuochi: “La creatività è dote rara in cucina, come in altri campi del sapere. Se non sei Einstein, muoviti con le leggi di Newton, e non strafare”.

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a cura di Livia Montagnoli