Serie tv

Il sogno impossibile di The Bear tra ansia e noia (e molta poca cucina): ecco cosa pensiamo della quarta stagione

Non è più (solo) una serie sulla ristorazione, è un requiem un po' stonato e struggente per un sogno impossibile da servire caldo

  • 10 Luglio, 2025
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C’è stato un tempo in cui la serie The Bear, trasmessa in Italia su Disney+, sembrava voler raccontare il mondo della cucina con una verità mai vista prima sul piccolo schermo: il caos del pass, la tensione elettrica del servizio, la fragile umanità dietro ogni piatto. Poi sono arrivate le stagioni successive. E la quarta, forse l’ultima, segna un punto di svolta: non tanto nella trama, quanto nel senso stesso della serie. Se all’inizio volevamo sapere “cosa succede al ristorante”, ora ci chiediamo “che fine faranno questi personaggi?”. Un cambio di prospettiva che ha affascinato molti spettatori. Ma ne ha anche esasperati altrettanti.

The Bear, ansia da timer e piatti noiosi

La pluripremiata serie continua ad affondare il coltello nella carne viva del mestiere, ma questa volta senza la frenesia sincopata che ci aveva conquistati nelle prime due stagioni. La tensione non scompare, anzi, la si respira in ogni inquadratura, ma prende una forma diversa, più cupa, meno brillante. È un’attesa silenziosa della fine, sottolineata da timer, sveglie e un gigantesco conto alla rovescia appeso in cucina come una ghigliottina.

Interpretato da Jeremy Allen White, Carmy Berzatto, è lo chef di talento e protagonista tormentato, ma che sembra ormai un’ombra di se stesso. Il suo sguardo liquido è fisso sul passato, i suoi gesti svuotati di scopo. Non cucina più per vivere, cucina per dimenticare. Oppure per evitare di affrontare quello che l’ha portato fin lì. E quando infine decide spoiler! di mollare tutto, di uscire dalla cucina che aveva costruito come una seconda pelle, la domanda resta sospesa: sta scegliendo la libertà, o sta solo scappando, per l’ennesima volta? Lo stesso ristorante, “The Bear”, già nella terza serie, sembra sul punto di esplodere sotto il peso della sua ambizione. Dopo una recensione poco lusinghiera, la brigata ha tre mesi per salvare il progetto. Ma più che una corsa contro il tempo, questa stagione è un’elaborazione del lutto. Del sogno che sfuma. Del talento che, forse, non basta. E soprattutto, del trauma che si cucina a fuoco lento.

Ebraheim e Tina The Bear 4

Il riscatto dei personaggi minori

Il racconto si sposta, finalmente, anche su altri personaggi. Sydney, interpretata da Ayo Edebiri, che è il vero cuore morale della serie, prende in mano il servizio e trova una voce propria. Marcus, interpretato da Lionel Boyce, reduce dalla morte della madre, trova una nuova traiettoria, personale e professionale. Ebraheim – gli da vita l’attore Edwin Lee Gibson – per troppo tempo relegato al ruolo di comparsa silenziosa, prende in mano il proprio destino. Sono questi i momenti che danno senso alla quarta stagione. Non le lunghe inquadrature sui piatti visti e rivisti, né le liti familiari dai volumi esasperati.

Ma la serie continua a inciampare in sé stessa. La retorica del genio tormentato, Carmy come nuovo Achille dei fornelli, non è mai davvero messa in discussione. Ci viene detto che è un fuoriclasse, ma raramente ci viene mostrato. Le sue decisioni sono spesso opache, improvvise, e la scrittura non sempre riesce a renderle credibili. Molti spettatori sono infuriati a causa dei tanti nodi narrativi lasciati aperti. La sensazione è che a forza di voler dire tutto, The Bear finisca per non dire abbastanza.
Eppure, c’è qualcosa che trattiene. Che a tratti commuove. Forse perché, sotto la simmetria modaiola e la fotografia volutamente fredda, c’è una verità che non riguarda solo la ristorazione. Ma la fatica di costruire qualcosa di buono insieme agli altri. La paura di fallire. Il bisogno di essere visti e riconosciuti.

Se questa quarta stagione è davvero il finale di The Bear, allora chiude come ha sempre vissuto: tra nevrosi e dolcezza, vapore e lividi, salse ridotte e ferite aperte. È sempre meno una serie sulla cucina di un ristorante, ormai, e sempre più un dramma sul peso dei sogni e sul costo umano della passione. Non tutte le scelte narrative convincono. Ma nel rumore sordo dei timer che scattano, tra una capasanta rosolata e una carezza mancata, resta la sensazione che, in fondo, anche noi abbiamo passato quattro stagioni a cercare un posto dove sentirci nutriti. Magari non sarà il ristorante. Ma una famiglia disfunzionale, sì.

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