Palermo

Così la turistificazione ha divorato l'anima della Vucciria

Scompaiono gli ambulanti e i banchi di merce, fioriscono bar, tavolini, souvenir e drink: uno dei più antichi mercati di Palermo praticamente non esiste più. Resistono ancora alcune attività storiche di ristorazione

  • 17 Luglio, 2026
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La prima volta che sono andata alla Vucciria, l’antico mercato nel cuore di Palermo, è stata vent’anni fa: Rita Borsellino era candidata alla presidenza della Regione Sicilia, Toto Cuffaro l’avrebbe battuta, ma di lì a qualche anno sarebbe anche finito in carcere. Era un giorno di maggio, il fumo denso delle braci accese stava cominciando a oscurare l’aria, i chiassosi venditori di pesce pulivano con l’acqua le balate, le strade lastricate tipiche del centro. Mi sentivo in una puntata di Jamie’s Great Italian Escape, la serie girata da un giovanissimo Jamie Oliver pure vent’anni fa e cominciata proprio dai mercati di Palermo e dalle braci della Vucciria.

@foto di Alessandroscarano.it – 327.studio

Probabilmente era già tutto cambiato per i palermitani cresciuti in loco, ma era comunque un altro mondo per chi non aveva mai frequentato la città. Non era perfetto, intendiamoci. Il traffico spesso impazzito, edifici abbandonati, su questo fronte la situazione del meraviglioso centro di Palermo è indiscutibilmente migliorata. La Sicilia è esplosa nel turismo internazionale: nel 2024 ha ospitato circa 17 milioni di visitatori, un record, ma è una bomba piena di effetti collaterali (ne abbiamo parlato diffusamente) che porta desertificazione commerciale e fuga dai centri storici. Anche nel capoluogo. Nei mercati, anima fondante della città siciliana, le cose sono cambiate molto e, soprattutto alla Vucciria, l’anima non c’è più.

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Le balate e la Vucciria dei commerci

Per indicare una cosa impossibile o assurda un proverbio italiano parla di asini che volano, l’omologo inglese recita “when pigs fly”, a Palermo si dice “quando si asciugano le balate della Vucciria”. La Vucciria – anticamente anche detta Bucciria Grande – si trova nel mandamento Castellammare, tra via Roma, La Cala, Piazza Caracciolo, Piazza Garraffello, via Argenteria. La toponomastica richiama la carne ma le origini di questo antico mercato parlano di commercio ittico. I primi a lastricare la zona furono gli Arabi, per facilitare lo scambio di pescato (piazza Caracciolo era molto più vicina al mare di ora): in arabo “balat” significa lastra di pietra.

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Il nome odierno, Vucciria, invece deriva dal francese “boucherie”, macello: questa era infatti la destinazione dell’area nel periodo angioino. Pure allora le balate venivano bagnate dall’acqua per pulire il pavimento dagli scarti animali. E si è continuato dopo, quando il macello è stato spostato e il mercato si è ampliato soprattutto con la vendita di pesce (e poi frutta, verdura e altri generi alimentari). La Vucciria è diventata una dei luoghi simboli di Palermo, Renato Guttuso nel 1974 ne ha catturato i colori e il caos in un quadro famosissimo, conservato a Palazzo Chiaromonte Steri. Il celebre pittore – e tanti altri artisti e intellettuali che frequentavano i grandi teatri vicini – amava il mercato e frequentava quotidianamente la storica trattoria Shangai, chiusa dal 2009.

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Come racconta bene un recente articolo del siciliano Cook Magazine, “Le balate della Vucciria non potevano asciugarsi. Non si erano asciugate per secoli. I pescivendoli buttavano acqua sul pesce, i verdurai sulla merce, e il mercato respirava come un organismo vivo, rumoroso e bagnato. Poi è successo. Le balate si sono asciugate davvero”.

Da mercato a divertimentificio a cielo aperto

È successo lentamente: prima sono comparsi gli Spritz, poi un’altra saracinesca si è abbassata per far posto ai tavolini, l’anno dopo meno verdura e  frutta, ma musica al massimo per far ballare i turisti in strada. Sembrava divertente. E non si avvertiva quel senso di desolazione che compare in molti mercati rionali italiani, assassinati dalla GDO o dai cambiamenti nei costumi alimentari delle persone: qui c’era e c’è sempre tanta gente, le strade sono vive e dense. Solo che non è più un mercato: ora, tra un b&b e un altro, si vende paccottiglia, maglie da calcio e souvenir, folklore e tanto divertimento. Eppure ci sono angoli in cui la Vucciria è ancora la Vucciria.

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Le attività storiche che resistono

Alcune attività storiche di somministrazione e ristorazione sopravvivono: c’è ancora la Taverna Azzurra, è lì dal 1896, cantina una volta famosa per il vino dolce Sangue di Sicilia, oggi sulle mappe dei pub crawler di mezzo mondo. Resiste Rocky Basile (figlio del gestore della vecchia Trattoria Shangai) con il suo storico chiosco di pani ca meusa: una celebrità, citato in numerose trasmissioni tv.

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C’è pure la paninoteca Jolly, dove assaggiare le stigghiole alla brace, e Minà, gastronomia-spaghetteria aperta negli anni ’30, ritrovo per il pranzo, con piatti della tradizione, dalla caponata al timballo di anelletti, come pure La Vecchia Trattoria da Totò. Per il resto dominano i tavolini lungo le balate, insegne che inneggiano all’alcol colorato e allo street food. Le abbannìate degli ambulanti hanno lasciato il posto ai buttadentro di “Good morning madame”. La Vucciria si è reinventata, ha venduto la propria anima povera e popolare al turismo che tutto divora. Lo abbiamo fatto tutti insieme e per questo dovremmo odiarci un po’.

*Tutte le foto di questo articolo appartengono al progetto Palermo – 2020 di Alessandro Scarano

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