Quanto costa davvero un barattolo di pomodoro? A volte dietro un prezzo sullo scaffale può nascondersi una filiera complessa, segnata da costi crescenti, margini sempre più ridotti per chi produce e da un sistema di acquisto in cui il prezzo diventa il principale terreno di confronto, spesso a vantaggio della grande distribuzione: le aste a doppio ribasso.
È questo il quadro ricostruito nell’inchiesta “La svendita forzata dei pomodori italiani”, firmata da Stefano Liberti, giornalista, e Fabio Ciconte, ambientalista e direttore dell’associazione Terra!, e pubblicata su Internazionale a luglio 2026. “L’asta è solo uno strumento, il vero tema è denunciare il fatto che la compressione dei prezzi lungo la filiera fa male a tutti”, è così che Ciconte riassume il loro lavoro al Gambero Rosso. Un meccanismo che coinvolge anche i consumatori finali, chiamati a scegliere prodotti di cui spesso non conoscono fino in fondo l’origine, il percorso produttivo e le condizioni di lavoro.
Fabio Ciconte, ambientalista e direttore di Terra!, e Stefano Liberti, giornalista.
“Alle dieci in punto della mattina del 30 giugno, alcuni dei principali trasformatori italiani di pomodoro sono inchiodati davanti agli schermi dei loro computer”. Inizia così il racconto di un’indagine che ricostruisce i meccanismi con cui la grande distribuzione contribuisce a determinare il prezzo dei derivati del pomodoro, mettendo in luce gli squilibri lungo una delle filiere simbolo del Made in Italy. Il lavoro di Liberti e Ciconte nasce da un percorso iniziato otto anni fa sulle aste al doppio ribasso: pratiche in cui i fornitori competono tra di loro abbassando progressivamente le proprie offerte e che dal 2021 sono vietate in Italia. Ciconte sostiene che questo meccanismo non è scomparso ma avrebbe assunto nuove forme: “Da una parte lo riscontriamo in Eurospin, che non fa una vera e propria asta ma adotta comunque un sistema di abbassamento feroce dei prezzi; dall’altra c’è questa centrale d’acquisto internazionale”.
Il riferimento è alla centrale europea Constellation che, per conto di altri distributori europei, anche italiani, organizza queste aste. In pratica, i fornitori partecipano a una gara in cui si aggiudica l’incarico chi propone il prezzo più basso: ogni nuovo ribasso riduce il valore riconosciuto ai produttori. Secondo gli autori, il meccanismo può produrre ribassi del 20-30% rispetto alle offerte iniziali. Il rischio è che il prezzo ottenuto in una singola gara diventi un riferimento per l’intero mercato, spingendo verso il basso i prezzi di tutta la filiera. Una dinamica che riduce ulteriormente i margini dei produttori e si somma agli effetti di un periodo segnato dall’aumento dei costi di energia, fertilizzanti, trasporti e materie prime. Una pressione che può ricadere anche sulle condizioni di lavoro, soprattutto nelle fasce più fragili: “Se schiacci al ribasso una filiera agricola devi tagliare i costi e, se sei un criminale, li tagli sul lavoro sfruttando i lavoratori”.
Per l’autore sarà ora necessario l’intervento delle autorità competenti, in particolare dell’Icqrf, l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi. “Alcuni parlamentari stanno attenzionando la questione e stanno preparando delle interrogazioni, sia al Parlamento europeo che a quello italiano, in particolare al ministro dell’Agricoltura”. Ciconte però avverte: “L’asta è solo uno strumento, il vero tema è denunciare il fatto che la compressione dei prezzi lungo la filiera fa male a tutti”.
Tra questi tutti ci sono anche i consumatori finali, che oggi hanno sempre meno strumenti per orientarsi nelle scelte d’acquisto. “Io ho sempre detto che il prezzo molto basso è un indicatore di quello che succede”, spiega Ciconte. Tuttavia, aggiunge, oggi “è complicato sapere quale prodotto non deriva dallo sfruttamento o dal caporalato, perché non abbiamo elementi in etichetta che ce lo consentano”.
“Il cibo oggi costa il 25% in più rispetto a 5 anni fa, così la grande distribuzione e le centrali di acquisto tendono a non voler rialzare i prezzi più di quanto non si sia già fatto e quindi tendono a comprimere i costi”. In questo scenario, secondo l’ambientalista, non è possibile chiedere ai consumatori di essere l’unico motore di cambiamento in un Paese in cui i salari reali non crescono e sono schiacciati dall’inflazione.
“Più che parlare di consumo, parlerei di attivazione”, aggiunge Ciconte, indicando nella partecipazione collettiva e nella richiesta di maggiori controlli una strada più efficace rispetto alla sola scelta individuale. Per questo, insieme all’associazione ambientalista Terra!, i due autori hanno lanciato una petizione contro le aste al ribasso. Il nodo su cui i consumatori possono incidere, per l’autore, è il rapporto tra prezzo, lavoro e distribuzione: “Se vogliamo occuparci di sfruttamento del lavoro e di caporalato, non possiamo farlo senza guardare anche a ciò che accade nella distribuzione”. Perché il prezzo sullo scaffale non racconta soltanto il costo di un prodotto, ma anche il sistema economico e sociale che lo rende possibile.
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