L’estate dell’anno scorso, con la tragica morte nell’Agro Pontino del bracciante Satnam Sigh, è stata uno spartiacque per quanto riguarda il livello di consapevolezza sulla condizione dei lavoratori agricoli sia nell’opinione pubblica sia tra i lavoratori stessi. In pochi mesi, le denunce nei confronti dei caporali sono quadruplicate ma c’è ancora molto da fare. Ne abbiamo parlato con il il segretario Flai Cgil di Roma e Lazio Stefano Morea.
«La prossima settimana partiremo nuovamente con l’iniziativa delle Brigate del Lavoro grazie alla quale in questi anni abbiamo avuto la capacità di monitorare territori anche molto ampi come quello dell’Agro Pontino. Si tratta di un appuntamento importante perché coinvolge squadre di una quarantina di sindacalisti che insieme possono monitorare areali vasti altrimenti molto difficili da controllare dai singoli». I terreni che si trovano a bordo strada sono quelli che vengono lavorati durante le prime ore del mattino, in quanto più esposti e visibili, così nessuno può contestare la presenza di lavoratori nelle ore più calde. Lavoro di raccolta ortofrutticola che però avviene, nei terreni più interni, anche durante le ore bollenti di metà giornata nelle quali, con il caldo di questo periodo, non si potrebbe svolgere alcuna attività. «Per ora, fortunatamente, non abbiamo riscontri di malori e casi estremi, ma i singoli non possono monitorare in modo efficace zone così grandi».
E infatti proprio per questo motivo da anni, in vari periodi dell’anno, operano le Brigate del Lavoro che cercano di coprire questo gap entrando direttamente in contatto con i braccianti nei campi per sentire la loro voce e informarli dei loro diritti: «È l’unico modo per capire le loro condizioni», aggiunge Morea.

In questi giorni al ministero del Lavoro è stato firmato il protocollo sulle emergenze climatiche, con l’obiettivo di scongiurare infortuni e malattie professionali connessi al clima estremo e al caldo record. Uno strumento in realtà già esiste e si tratta della Cisoa – Cassa Integrazione Speciale Operai Agricoli, ovvero uno strumento di tutela per gli operai agricoli a tempo indeterminato, previsto nei casi di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa dovuta a intemperie stagionali, come le ondate di calore, o ad altre cause non imputabili al datore di lavoro. Per quanto riguarda il caldo, per esempio, può essere richiesta quando la temperatura supera i 35°C.
Il problema, però, come conferma il segretario, è che questo strumento è destinato ai lavoratori agricoli che presentano un contratto di lavoro a tempo indeterminato. «Nell’Agro Pontino non meno dell’80% dei lavoratori ha contratti a termine, anche se in teoria, vista la ciclicità delle colture, potrebbe lavorare tranquillamente 10 mesi su 12», aggiunge Morea.
Il caporalato nell’Agro Pontino resta una piaga molto radicata, alimentata da bassi costi, regole aggirate e complici condizioni sanitarie e lavorative. Nel territorio pontino, nelle ispezioni del 2024, ben il 92?% delle aziende agricole controllate presentavano irregolarità sul lavoro.
Nel Lazio in generale lo scorso anno i Carabinieri e la Guardia di Finanza hanno identificato migliaia di braccianti sfruttati, con il 60% delle ispezioni ancora a esito irregolare e oltre 450 posizioni non conformi nel solo Pontino. Una situazione di sfruttamento endemico che lo scorso anno ha raggiunto il picco di drammaticità con la morte del bracciante 31enne Satnam Singh che, dopo aver perso un braccio in un incidente sul lavoro venne abbandonato davanti casa con l’arto amputato in una cassetta dal datore di lavoro e i caporali. Un decesso che, a quanto pare, non ha intaccato un modus operandi di sfruttamento ormai consolidato che ha portato, nel febbraio scorso, all’amputazione di una gamba per un bracciante 46enne indiano dopo che è stato eccessivamente esposto ai pesticidi presenti nel campo dove lavorava.
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