Tendenze

Sempre più persone pagano per cenare con perfetti sconosciuti

Indirizzi comunicati all'ultimo momento, tavolate condivise con sconosciuti e menu che cambiano ogni sera: i supper club stanno crescendo anche in Italia e propongono un modo completamente diverso di vivere la ristorazione

  • 17 Luglio, 2026
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Prenoti senza sapere chi ci sarà a tavola. L’indirizzo ti arriva poche ore prima, la cena è quasi sempre a tema. Suoni il campanello entri e ceni con perfetti sconosciuti. Si chiamano supper club, ovvero cene private organizzate in spazi che non nascono per essere ristoranti: case, studi, ambienti temporanei. Spesso non esiste una struttura fissa né una standardizzazione. Proprio questa instabilità diventa il loro punto di forza. Ogni cena è irripetibile, non solo per il menu ma per il contesto stesso in cui avviene. Anche se vi sono casi in cui, dopo anni di cene private di successo, i supper club diventano un’istituzione e quindi utilizzano la stessa location, diventando cosi più riconoscibili.

Cosa sono i supper club

Il modello che reinterpreta quello sorto negli Stati Uniti durante il proibizionismo, si sviluppa tra Londra e New York, dove dai primi anni 2000 prende il via una scena strutturata di cene private e ristorazione temporanea. In metropoli caratterizzate da affitti altissimi, spazi ridotti e un pubblico abituato a cercare esperienze alternative al ristorante tradizionale, i supper club hanno trovato terreno fertile per espandersi. Progetti come lo statunitense Dinner Lab hanno contribuito a rendere il fenomeno visibile anche fuori dai circuiti underground, mentre realtà londinesi come The Secret Larder hanno consolidato un formato sostanzialmente replicabile, seppur ancora fluido.

Perché sempre più persone scelgono di cenare con sconosciuti

In Italia il fenomeno arriva qualche anno più tardi e in modo meno evidente. Si muove soprattutto tra città come Milano, Roma e Bologna, dove iniziano a comparire realtà ibride, spesso senza un nome stabile o un a sede riconoscibile. Il modello resta come nei contesti internazionali, non proprio visibile: cene che cambiano luogo, esistono per una sera e poi scompaiono per ripresentarsi in altre location.

Un’eccezione, però, è quella di Ma’ Hidden Kitchen Supper Club. Nato e cresciuto a Milano, questo progetto compie quest’anno 14 anni di attività. I due proprietari sono riusciti ad anticipare la tendenza in Italia, dopo essere stati loro stessi ospiti a una cena con sconosciuti. In questi anni i due sono passati da essere padroni di casa e cuochi, ad essere oggi osti, occupandosi dell’accoglienza e del servizio, mentre in cucina si alternano diversi chef.

Un altro fenomeno italiano in questo campo è Posticini. Giulia, la responsabile del progetto, si occupa di “favorire connessioni tra persone affini”. I suoi eventi non si basano solo sulla tavolata con sconosciuti, ma propone vere e proprie giornate in contesti rurali e aziende agricole. Gli obiettivi sono quelli di far emergere produttori locali offrendo un’esperienza che altrimenti non sarebbe accessi bile in autonomia, come visite all’interno delle aziende stesse e incontri con i produttori. Giulia afferma: «Il cibo è il filo conduttore, ma l’esperienza include anche attività accessorie. La combinazione di location, prodotti e cuochi, punta a creare un’esperienza unica».

Un progetto più strutturato in cui la location è già definita, ma con un velo di mistero per quanto riguarda i commensali che rimangono sconosciuti fino al momento dell’incontro.

Come funzionano le prenotazioni segrete

È proprio questa dinamica, a metà tra invito e scoperta, a mantenere una certa enigmaticità: i supper club si muovono spesso in una zona grigia, lontana dai modelli più strutturati della ristorazione e difficilmente riconducibile a schemi preordinati.

L’accesso fa parte dell’esperienza. Qui non si prenota, ma si intercetta. Per entrarci è necessario seguire profili Instagram in molti casi poco conosciuti, osservare le storie, a volte disponibili per poche ore e riuscire a inserirsi nel momento giusto. Spesso il link porta a gruppi Telegram dove è possibile assicurarsi i posti per la cena. L’indirizzo fisico della location non è pubblico, viene dato solo all’ospite che aderisce all’esperienza. Altri progetti, più strutturati, adottano strumenti come newsletter o piattaforme di prenotazione, che li rendono ovviamente più riconoscibili, ma senza che si perda del tutto la dimensione informale.

I piatti proposti

Il menu cambia in base alla serata, ma soprattutto in base agli chef stessi. A New York, ad esempio, uno dei più famosi supper club, il Bazaar, è gestito da una chef di origini indiane, che in ogni cena fonde la cucina indiana con altre specialità provenienti da tutto il mondo. In linea di massima non esistono piatti che si ripetono tra una cena e l’altra: si varia da brodi giapponesi, alla pasta nelle sue diffuse varianti, a cene tematiche solo a base di carne o pesce. I menu degustazione possono essere più o meno articolati, ma tendono a mantenere una struttura riconoscibile, che attraversa più portate fino al dessert, lasciando spazio all’interpretazione personale dello chef. L’unico filo conduttore sempre presente in tutte le esperienze è la qualità, sia dei prodotti utilizzati sia da come vengono presentati. Queste cene creano la possibilità di far conoscere cucine più nascoste, portando alla luce piatti di tradizioni che normalmente non riescono a guadagnarsi un posto in un menu.

Necessità di comunicare

Per molti giovani cuochi questo modo di proporre cucina spesso nasce da una necessità economica. Aprire un ristorante significa da sempre affrontare costi di struttura importanti (a fronte di un investimento iniziale medio da 100mila a 300mila euro): affitti alti, personale formato e margini sempre più ridotti. Il problema è cucinare in modo continuativo. Ed è in queste strutture temporanee, affittate anche per una sola sera, che è nato un altro modo di stare in cucina. Si torna a cucinare per necessità di comunicare qualcosa senza il vincolo della costanza servizio dopo servizio. Si porta ciò che si è studiato, ciò che si vuole proporre, per capire se può funzionare, se riesce a incontrare il gusto della clientela.

Non è una formula fissa. In alcuni casi si dà più importanza ai piatti, in altri alla location e in altri ancora alla musica. Molte di queste strutture, infatti, spesso si avvalgono di dj e impianti audio di alta qualità, puntando molto sulla musica per il successo dell’evento. Il risultato è un trampolino di lancio condiviso tra cuochi e performer, che si spartiscono uno spazio in cui le due forme di arte, cucina e musica, si fondono.

A cena con sconosciuti

Nei supper club la dimensione sociale è centrale: si mangia accanto a sconosciuti, senza possibilità di scegliere il posto. Spesso le location dispongono di un unico tavolo che può ospitare tutti i clienti presenti all’evento. È proprio questa la peculiarità: all’inizio può creare un leggero imbarazzo, ma è il set up stesso a generare la dinamica. La conversazione non è forzata, ma quando nasce diventa parte integrante della cena. In alcuni casi è possibile portare qualcuno con sè, come racconta Giulia.

«Nei miei eventi direi che c’è una sostanziale parità tra chi viene con qualcuno e chi viene da solo, l’esperienza è spesso più immersiva per chi viene da solo perché non è legato ad un accompagnatore, tuttavia anche con le coppie si creano interazioni positive grazie alla predisposizione generale all’apertura». E per quanto riguarda l’imbarazzo iniziale: «se non scatta subito la conversazione al tavolo, i momenti informali sbloccano le dinamiche. Di solito stare seduti al tavolo crea un abbrivio naturalmente forzato che aiuta a rompere il ghiaccio, in generale l’atmosfera rimane vivace tra chiacchiere di sottofondo che indicano il buon funzionamento dell’esperienza».

Anche il prezzo contribuisce a definire il fenomeno. In Italia si oscilla generalmente tra i 30 e gli 80 euro a cena, spesso con vino incluso.

Esperienze uniche e non replicabili

La sostenibilità del modello è basata sulla non replicabilità secondo Giulia. «Esistono tipologie diverse di supper club, ma a mio avviso se il cliente riesce a percepire la continua novità dietro ad ognuno di essi, sono modelli che possono imporsi e durare nel tempo». Infatti, poichè ogni cena si caratterizza come un evento “unico”, molti clienti sono spinti a tornare per vivere, di volta in volta, una serata sempre diversa.

Non si tratta di sostituire il ristorante, ma di immaginare e offrire un altro modo di proporre un’esperienza gastronomica. I supper club non sono una rivoluzione, ma una deviazione dello stesso tema: un sistema parallelo, più leggero, in cui chi cucina può proporsi ed esistere, anche per sole poche ore, senza dover sostenere gli oneri di tutto il resto.

 

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