Il sondaggio condotto dalla Federazione Italiana dei pubblici esercizi raccoglie i timori di un campione di 300 attività di ristorazione sul suolo nazionale, concentrandosi principalmente sullo svuotamento delle grandi città a vocazione turistica. La situazione non è rosea.
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Fiepet e il sondaggio sulla crisi dei ristoranti in Italia

Timidamente, i primi turisti ricominciano a passeggiare per i centri storici delle nostre città. Ma non è un mistero che la strada per il ritorno alla normalità, costellata di dubbi e timori sull’evoluzione costante della situazione sanitaria, sarà lunga e in salita. Bar e ristoranti che affollano le principali città e mete turistiche italiane, infatti, soffrono. E non solo per la mancanza di turisti, ma pure per il venire meno dell’indotto degli uffici, che ancora preferiscono optare per la formula dello smart working. Dunque, i numeri dell’indagine condotta da Fiepet su 300 imprese associate parlano chiaro: un’impresa su tre, tra quelle interpellate, registra un calo del fatturato superiore al 50%, e ben due attività su dieci temono la chiusura (e a questo 20%, si aggiunge un 60% di intervistati che comunque non possono scongiurare la chiusura, se la crisi si protrarrà). Il campione raccolto dalla Federazione italiana dei pubblici esercizi è evidentemente ristretto, ma significativo di una situazione che preoccupa anche gli imprenditori più navigati, come stiamo riscontrando nelle indagini condotte sul campo, nelle singole città, interpellando ristoratori e patron di note insegne (per ora lo abbiamo visto a Milano e Roma, dove non pochi scelgono soluzioni alternative per l’estate, abbandonando il centro della città svuotato: da Roscioli a Marzapane, il prossimo sarà Arcangelo Dandini). E infatti il sondaggio di Fiepet fotografa anche i timori per un futuro che si prospetta davvero incerto: se la situazione di crisi dovesse protrarsi ancora, l’87,5% degli intervistati si dice pronto a valutare l’idea di ridurre definitivamente il numero di dipendenti, con serie ricadute sul tasso di occupazione, che anche in Italia fa molto affidamento sul settore della ristorazione e dell’ospitalità.

Le cause. Mancanza di turisti e smart working

La preoccupazione monta in primis per la mancanza di visitatori stranieri: un ammanco stimato in oltre 11 milioni di turisti che quest’estate non arriveranno in Italia. Ma anche l’assenza dei dipendenti pubblici, valutata in un calo di oltre 1 milione e mezzo di persone, genera nelle zone centrali delle grandi città un effetto svuotamento che non può che preoccupare le attività commerciali. Dunque la Fiepet torna a far sentire la sua voce, chiedendo di rafforzare e rinnovare le misure di tutela e sostegno per il settore, iniziando dal prolungamento della cassa integrazione: “Ma la nostra proposta prevede anche di estendere alle attività di somministrazione gli sgravi contributivi già previsti per il turismo agli imprenditori che riassumono i dipendenti in cassa integrazione. Così si sostiene chi riapre e lo Stato avrà meno persone in cassa integrazione”. Sul piatto della bilancia, però, c’è anche una più efficace e trasparente gestione dello smart working: ferma restando l’utilità del lavoro agile per tenere sotto controllo la situazione sanitaria (con benefici a cascata su molti altri aspetti della vita sociale), in questa fase di transizione il consolidamento di un nuovo modello di lavoro – e dunque di un nuovo stile di vita – dovrebbe essere regolato come merita, “perché è una rivoluzione che avrà un impatto duraturo sui lavoratori, sulle città e sulla struttura stessa dell’economia”, spiega ancora Giancarlo Banchieri, presidente di Fiepet Confesercenti.

Qui tutti i numeri del sondaggio

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