Dopo mesi di dibattito che ha ampiamente coinvolto l’opinione pubblica, il sindaco Bill De Blasio ratifica il divieto di produzione, vendita e consumo di foie gras a New York. Provvedimento in vigore a partire dal 2022.
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Ora il foie gras è vietato a New York

Se n’è discusso a lungo durante l’estate, ora il divieto è realtà. Anche se per apprezzarne gli esiti New York dovrà aspettare il 2022, quando in tutti i ristoranti e i negozi di alimentari della città sarà effettivamente vietata la vendita di foie gras. L’istanza dell’amministrazione newyorkese, fortemente caldeggiata dal sindaco Bill de Blasio, non è certo senza precedenti; diversi sono i Paesi del mondo (negli Stati Uniti il precedente di riferimento è la California) che, per motivi etici, hanno da tempo vietato il commercio di un prodotto che colpisce la sensibilità di molti a causa del tradizionale processo di produzione, basato sull’ingozzamento forzato delle oche – il cosiddetto gavage – per determinare l’ingrossamento abnorme di quel fegato, fino a 10 volte più del normale a causa della steatosi epatica indotta, che poi arriva sulle tavole più blasonate come prelibatezza da fini gourmande.

Oche d'allevamento per foie gras

La protesta di ristoranti e allevatori

Ma in una metropoli come New York, il provvedimento colpirà ben un migliaio di ristoranti, comprese le più rinomate insegne di cucina francese, alcune attività storiche della città e tanti chef apprezzati che già si preparano a dare battaglia. Eppure, dopo mesi di dibattito che ha suscitato l’interesse di buona parte dell’opinione pubblica newyorkese, la causa degli animalisti ha prevalso. Anche a scapito di quei produttori locali che producono foie gras in allevamenti “etici”, risparmiando cioè alle oche il passaggio più cruento della produzione, che comunque resta una delle pratiche più universalmente discusse dell’industria agroalimentare. Produzione e vendita di foie gras subiscono attualmente restrizioni in Paesi come l’India, Israele, la Danimarca, i Paesi Bassi, la Gran Bretagna; però con le dovute macroscopiche differenze, perché ai Paesi che ne vietato in tutto e per tutto il consumo – come accadrà dal 2022 a New York – si affiancano quelli, ben più numerosi, che inibiscono la produzione entro i confini nazionali, ma accettano il commercio del prodotto importato, avallando così la presenza di foie gras sul menu dei ristoranti e la vendita a scaffale. Chi invece, già da tempo, ha scelto di eliminare il prodotto dal suo catalogo è la catena di cibo bio Whole Foods (oggi proprietà di Amazon), che il foie gras non lo tratta dal lontano 1997.

I prodotti a base d'anatra di Hudson Valley Farm

Multe fino a 2000 dollari e detenzione

Con l’entrata in vigore del divieto in città, ogni trasgressione sarà punita con una sanzione pecuniaria fino a 2mila dollari, comminata a ristoratori e rivenditori di beni alimentari che violeranno la legge, a rischio persino di detenzione, fino a un anno di carcere. Le ricadute economiche del provvedimento, però, si faranno sentire non solo sul giro d’affari della ristorazione newyorkese, ma pure, e soprattutto, sulle due principali realtà produttive dell’area, l’Hudson Valley Foie Gras e La Belle Farm di Sullivan County, che oggi danno lavoro a circa 400 persone, principalmente immigrati, e che vedrebbero diminuire drasticamente il proprio giro d’affari, considerando che il 30% della produzione è destinato alla città di New York. Stessa sorte che attende i distributori e gli importatori di foie gras, prevalentemente francese, in città. D’altro canto, però, il Consiglio cittadino sottolinea come la decisione di posticipare l’entrata in vigore del divieto fino a ottobre 2022 (tre anni esatti a partire dall’approvazione della legge) sia da interpretare come una forma di protezionismo sull’attività delle aziende che producono foie gras, “che avranno il tempo utile per aggiustare il proprio modello di business”. Il divieto, che fa parte di un più ampio pacchetto di misure a favore della protezione degli animali tenuti in cattività, è stato approvato dalla maggioranza assoluta del consiglio, e salutato dagli animalisti come il provvedimento in difesa dei diritti degli animali più significativo nella storia di New York. Mentre non pochi ristoratori parlano di una mutilazione significativa all’identità delle proprie cucine, spostando l’allarme sugli allevamenti di polli in batteria e sulle condizioni disumane di tante aziende che alimentano, per esempio, le grandi catene di fast food. Della serie: se bisogna vietare prodotti frutto di uno sfruttamento degli animali, allora bisogna vietare moltissime cose.

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E l’Italia? La normativa europea

Di certo, ognuno dei due schieramenti forza la mano con dichiarazioni che sanciscono il peso ideologico di una questione che resterà sempre tra le più controverse del mondo gastronomico. In Italia, per esempio, cosa dice la legislazione? Anche da noi, come nella maggior parte dei Paesi dell’Ue, la produzione di foie gras è vietata per legge, già dal 2007: “I paesi che consentono la produzione di foie gras hanno l’obbligo di sostenere la ricerca sui suoi aspetti salutistici e sui metodi alternativi che non implicano il gavage. Finché non saranno disponibili nuove prove scientifiche sui metodi alternativi e i loro aspetti salutistici, la produzione di foie gras dovrà essere condotta soltanto dove essa è pratica comune e quindi soltanto in accordo con la legislatura locale vigente”, delibera il Consiglio d’Europa in materia. Ma l’importazione – e quindi la vendita, la somministrazione e il consumo – specie dalla vicina Francia, che resta il principale produttore di un prodotto considerato eccellenza nazionale e vanta un’Igp in Dordogna, è ampiamente consentita, secondo una dinamica quantomeno bipolare. Il 70% del foie gras che arriva sulle nostre tavole è dunque francese, mentre il restante 30% ha origini ungheresi, bulgare, spagnole. La richiesta dell’alta ristorazione, del resto, continua a essere ingente, nonostante negli ultimi anni molti chef blasonati abbiano deciso di rinunciare a servire foie gras, per contribuire a intaccarne quell’aura da status symbol che il prodotto ancora porta con sé.

 

a cura di Livia Montagnoli