Ispirato a una storia vera, il film di Peter Farrelly si aggiudica tre statuette nella notte degli Oscar di Los Angeles. Ma cosa sono stati, tra gli anni Trenta e Sessanta americani i Green Book?
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L’Oscar a Green Book. Oltre le differenze

Nella notte del trionfo annunciato di Rami Malek, migliore attore protagonista per l’interpretazione di Freddie Mercury, la cerimonia degli Oscar 2019 in diretta dal Dolby Theatre di Los Angeles ha regalato anche qualche vincitore a sorpresa. Olivia Colman, per esempio, eletta miglior attrice protagonista per La favorita, a dispetto dei pronostici che si concentravano sulla veterana Glenn Close. E poi Green Book, per la regia di Peter Farrelly, che porta a casa tre delle cinque statuette a cui era candidato, in primis quella più ambita di tutte per il miglior film. Vittoria inaspettata, forse, ma meritata sotto diversi punti di vista, e forse motivata dalla necessità di stigmatizzare un’epoca buia per le relazioni umane, premiando un film “che parla dell’amarsi e del volersi bene al di là delle differenze”, ha ribadito il regista ritirando l’Oscar. Pur ambientato all’inizio degli anni Sessanta, nell’era della Segregazione razziale che ha segnato un brutto capitolo della storia americana, Green Book lancia un messaggio sempre attuale, e tanto più necessario nel presente in cui si alzano muri e si chiudono i porti.

La locandina del film Green Book, con Viggo Mortensen alla guida di una macchina azzurra

La trama. Da una storia vera

Perché la storia dell’amicizia tra il buttafuori italoamericano in cerca di impiego Tony Vallelonga (Viggo Mortensen) e il pianista afroamericano Don Shirley (Mahersala Ali, miglior attore non protagonista) mostra il volto di un’America – quella degli Stati Uniti del Sud poco dopo la metà del Novecento – pregiudizievole e violenta nei confronti dei neri americani, costruendo però le premesse per sperare che fiducia e conoscenza reciproca siano in grado di superare contrasti e differenze culturali. Un appello sempre valido. Tanto più che la sceneggiatura – ugualmente premiata con la statuetta – è tratta dalla vera storia di Tony Lip, il buttafuori interpretato da Mortensen, che si reinventò autista del celebre pianista nel suo tour al Sud. E il titolo, riferito al green book che orienta gli spostamenti dei due, e anch’esso spia di una storia molto reale.

La copertina di un Green Book

Cos’è un Green Book

Dal 1936 al 1964 – ultimo anno di validità per il pacchetto di leggi razziali Jim Crow, che sancivano per gli afroamericani lo status di “separati ma uguali”, giustificando la separazione tra bianchi e neri nei luoghi pubblici – i Negro Motorist Green Books (dal nome dell’editore Victor H. Green, impiegato postale, lui stesso afroamericano: “ci sarà un giorno” scrive Green nella prefazione del 1949 “in cui potremo andare dove vorremo, e tutto questo non sarà più necessario”) sono stampati a uso e consumo degli afroamericani che vogliono spostarsi nel Paese senza incappare in situazioni pericolose o imbarazzanti. Articolate come vere e proprie guide turistiche, prevedono una serie di consigli e indirizzi utili per individuare hotel, ristoranti, locali e persino stazioni di servizio dove gli afroamericani potessero soggiornare o mangiare tranquilli, senza il rischio che gli fosse rifiutato un tavolo o una stanza per passare la notte.

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Mangiare in America seguendo i Green Books

Cominciando dalle città del Nord – la prima edizione, nel ’36, si limita a New York, dove Green risiedeva – per addentrarsi negli anni successivi negli Stati più ostili, con indirizzi relativi a piccoli centri dov’era molto difficile per un nero trovare ospitalità. Così i Green Books divennero in poco tempo un oggetto molto ambito, acquistato principalmente dalla borghesia nera con possibilità economiche per viaggiare, distribuito tramite posta, presso le stazioni di servizio della Esso e nei negozi frequentati dagli afroamericani, che nel periodo di massima diffusione (15mila le copie tirate) potevano acquistare la guida per 1 dollaro e 25 centesimi. Ma che consigli forniva, esattamente, un Green Book? Tra le molte testimonianze arrivate ai giorni nostri, il lavoro filologico del blog Mapping the Green Book è utile per ricostruire il circuito di attività segnalate, e consente anche di scoprire quali indirizzi sono ancora operativi. Mentre da qualche anno lo Schomburg Center di New York, specializzato negli studi sulla cultura afroamericana, ha digitalizzato la propria collezione di Green Books sul circuito della New York Public Library, che ha elaborato anche delle mappe grafiche partendo dagli indirizzi estratti dalle pagine, per i viaggiatori che oggi volessero ripercorrerne le tracce.

Un piatto di pollo fritto ad Atlanta

Gli indirizzi. Chi sopravvive

Nel 1956, per esempio, sono 33 gli indirizzi segnalati a Manhattan, tra ristoranti, bar e hotel (ma la maggior parte delle segnalazioni si concentrano ad Harlem, come il Little Gray Shop, molto in voga negli anni Trenta, e l’Aunt Dinah’s Kitchen); solo 2, invece, sono le tavole “sicure” ad Atlanta, come Paschal, icona del soul food ( a tal proposito, molto utile l’episodio dedicato al pollo fritto di Ugly Delicious, su Netflix) sopravvissuta al tempo, che ancora oggi serve pollo fritto, pesce gatto e altre specialità del Sud. E 26, soprattutto letti per dormire in case private, ma pochi ristoranti, sono gli indirizzi a New Orleans, dove ancora oggi resiste un’istituzione come il Dooky Chase. Ma in generale, in tutta la storia dei Green Books, le tavole segnalate sono spesso nei quartieri neri delle città, o nelle China Town. Nel 1964, il Civil Rights Act esaudirà le speranze di Victor Green, morto solo qualche anno prima. Ma la memoria delle guide verdi (il nome di Green ha determinato anche il colore della copertina) è ancora molto viva nei ricordi di tante comunità afroamericane.

 

a cura di Livia Montagnoli

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