Da una parte si ritrova un legame profondo con l’ambiente all’insegna della sostenibilità, dall’altra si impongono versioni meno piacione e più territoriali. Il Prosecco sta cambiando volto.
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Radici semplici e profonde che hanno portato in pochi anni a un boom di questo vino e dell’uva glera i cui filari hanno invaso anche le limitrofe province. Oggi il Prosecco sta cambiando volto, alla ricerca di quelle lontane radici rustiche e popolari che ne rappresentano l’identità. Nel numero di gennaio del Gambero Rosso abbiamo fatto il punto; qui un’anticipazione.

Storia del Prosecco

Fino a pochi anni fa, se avessimo dovuto parlare del Prosecco, le considerazioni si sarebbero legate a poche e ben salde radici. Una storia fatta di uomini che hanno saputo dare una dimensione importante a un vitigno apparentemente povero, privo di grandi aromaticità e di capacità di accumulare zuccheri ma dotato di una spiccata sapidità e leggerezza gustativa quando si tramuta in vino, meglio se con le bollicine. Un territorio collinare dove le lavorazioni sono quasi esclusivamente realizzate a mano a causa delle pendenze In un panorama di rara bellezza.

Il Prosecco oggi

Oggi lo stesso argomento va affrontato in modo molto più complesso e articolato, la denominazione è stata ampliata a dismisura, coinvolgendo tutte le province del Friuli Venezia Giulia e quelle del Veneto a eccezione di Rovigo e Verona. La produzione è quasi decuplicata e persino il vitigno ha cambiato nome: quello che si chiamava comunemente “prosecco” dal 2009 è tornato a chiamarsi con l’antico nome di “glera”, mentre con Prosecco s’intende unicamente il vino e non più il vitigno. E per difendere la denominazione dai numerosi appetiti internazionali è stata poi individuata la località di Prosecco, una frazione di Trieste.

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Rivoluzione Prosecco

Dal punto di vista viticolo e produttivo il grande sconvolgimento ha riguardato essenzialmente i territori “esterni”, quelli dove lo storico vitigno trevigiano non era particolarmente diffuso, mentre nel cuore della denominazione storica, quella racchiusa fra suoi due capoluoghi di Valdobbiadene e Conegliano, il territorio era già vitato fittamente e ben pochi erano gli spazi in cui era possibile ampliare la viticoltura. Insomma, il grosso della crescita è stato per vie esterne, nelle vaste pianure della Doc, mentre l’area storica è stata identificata con la Docg.

Sfida sostenibilità

Il panorama è quindi di una fitta trama di piccoli borghi letteralmente immersi nelle vigne che spesso giungono a lambire i cortili delle case. Inevitabile dunque che anche in seno ai tre consorzi che operano sul territorio (Conegliano Valdobbiadene, Asolo e Prosecco Doc) e a tutte le associazioni di settore ci si ponesse il problema dell’impatto nei confronti dell’ambiente e ancor più della popolazione di una così intensa attività agricola. Il primo passo è stato quello del monitoraggio continuo della qualità dell’aria e delle acque e, pur rivelando che il quadro era perfettamente in linea con quello di un ambiente sano, lo sforzo è stato quello volto alla limitazione o addirittura al divieto di utilizzo per tutti quei prodotti che avrebbero potuto, anche in maniera minimale, lasciare traccia di un’attività aggressiva e potenzialmente pericolosa. Anche dal punto di vista squisitamente estetico oltre che ambientale il divieto di utilizzare il diserbo sotto fila che entra in vigore da quest’anno nel territorio della Docg (ma anche la Doc sta seguendo con sempre maggiore sensibilità), punta a ricostruire e tutelare un territorio dominato dal verde delle erbe spontanee, punteggiato da tutte le sfumature colorate che la grande ricchezza floreale che questo territorio può offrire.

Crescita e nuove tendenze

Se ci limitiamo al territorio della Docg, dal punto di vista orografico bisogna dividere a grandi linee in due la denominazione, con la metà orientale, quella che fa capo a Valdobbiadene, caratterizzata da pendii estremamente scoscesi, spesso vitati fino alla sommità e dove è praticamente impossibile meccanizzare la raccolta. I vini provenienti da questo areale sono contraddistinti da profumi particolarmente fini ed un sorso sottile e agile. Quella orientale invece fa capo a Conegliano Veneto ed è caratterizzata da pendii più dolci dove la viticoltura ancora si alterna a brevi tratti boschivi o dedicati ad altre colture: qui la fatica dell’uomo è resa meno pesante dall’utilizzo dei mezzi meccanici. I vini in questo caso perdono un pizzico della loro fragranza floreale per divenire maggiormente fruttati e con un palato che, pur rimanendo leggero e scattante, manifesta maggior ricchezza.

A leggere i numeri del rapporto di distretto annuale pubblicato in partnership dal Consorzio di Tutela e dal Centro Interdipartimentale per la Ricerca in Viticoltura e Enologia di Conegliano, abbiamo la fotografia di una denominazione – parliamo ancora della Docg Conegliano Valdobbiadene – in grande salute, dove crescono le aziende viticole, le case spumantistiche e il numero degli addetti, con una presenza sempre più significativa di giovani e di laureati, testimonianza di come questo distretto sia in grado di attrarre e di offrire sbocco per il futuro alle giovani generazioni, con attività soprattutto commerciali ormai presenti anche nelle realtà più piccole.

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Oggi i numeri della Docg raccontano di una superficie vitata che ormai ha raggiunto i 7.500 ettari, per una produzione che ha superato i 93 milioni di bottiglie annue stimate per il 2018 con una maggiore tenuta della vendita in Italia (54% circa) rispetto alla Doc, che coi suoi grandi numeri (460 milioni), punta dritto su percentuali schiaccianti di export (75% circa). Per completare il quadro c’è la Docg di Asolo co una produzione da 10 milioni di bottiglie e 60% di export.

Tutto questo ci restituisce un concetto: tra Conegliano e Valdobbiadene non si può più crescere in termini di produzione, siamo alla saturazione. Bisogna dunque migliorare dal punto di vista del valore e per ottenere questo risultato la sostenibilità ambientale è una strada pressoché obbligata.

Per dare corpo concreto allo sforzo che complessivamente questo territorio sta affrontando sul percorso di una viticoltura e di una enologia sempre più ecofriendly e sostenibile nel complesso, nel numero di gennaio del Gambero Rosso abbiamo raccontato anche due storie che su questo fronte sono significative: quelle di Elena e Enrico Moschetta e di Antonella ed Ersiliana Bronca.

 

a cura di Nicola Frasson

disegni di Marcello Crescenzi

 

QUESTO È NULLA…

Nel numero di gennaio del Gambero Rosso, un’edizione rinnovata in questi giorni in edicola, trovate il racconto completo con le storie e le testimonianze dei Moschetta e dei Bronca e tre approfondimenti a firma di Gae Saccoccio (wine philosopher), Julian Biondi (barman del Mad Soul&Sppirits di Firenze) e Chiara Govoni. Un servizio di 11 pagine che include anche un’utile timeline con tutte le date importanti che riguardano il Prosecco, le differenze tra le 6 tipologie, tutte le denominazioni (con mappa inclusa), le tavole consigliate dai produttori e un focus su come si fa il Prosecco.

Il numero lo potete trovare in edicola o in versione digitale, su App Store o Play Store

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