A migliaia di chilometri dalle loro montagne, i due giovani chef ripenseranno il progetto AGA cresciuto negli ultimi cinque anni nella quiete di San Vito di Cadore. Ecco come sarà AGA NY, in collaborazione con Sola Hospitality Group.
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AGA. Dalle Dolomiti a New York

Dalle Dolomiti di San Vito di Cadore a Manhattan la distanza, non solo geografica, può sembrare siderale. Ma questo non è un motivo sufficiente a scoraggiare il desiderio di cambiare vita, anche solo per il tempo necessario a vedere l’effetto che fa ritrovarsi dall’altra parte del mondo con un progetto di ristorazione cresciuto (bene) fino ad accusare i primi limiti. Negli ultimi cinque anni, Alessandra Del Favero e Oliver Piras hanno coltivato tra le loro montagne un’idea concreta di cucina e ospitalità: da giovane coppia, unita sul lavoro e nella vita, hanno saputo imporsi nel panorama gastronomico nazionale, ottenendo riconoscimenti e apprezzamento trasversale. E allora perché cambiare? Il 30 settembre, tra una decina di giorni appena, AGA offrirà l’ultimo servizio.

La brigata di Aga sulle Dolomiti, in un prato di montagna

Poi, per Oliver e Alessandra, sarà il momento di iniziare concretamente a coltivare il sogno che ha preso forma negli ultimi mesi: “Abbiamo avuto il tempo per crescere qui, insieme alla nostra squadra, maturando un pensiero più preciso. Ci è sempre piaciuto viaggiare, e sempre di più sentiamo la necessità di portare tutto quello che abbiamo visto e imparato nel mondo nella nostra cucina” raccontano insieme i ragazzi, poco più di 60 anni in due, senza nascondere l’entusiasmo per quello che verrà.

Il nuovo logo di Aga

AGA New York e Sola Hospitality Group

Dunque New York, il locale che sta prendendo forma in queste settimane in Mulberry Street (Nolita), sarà dalla prossima primavera la nuova casa di AGA. Tale resterà l’insegna, a indicare la continuità di pensiero che segna il passaggio da una parte all’altra dell’Atlantico. Ma graficamente differente (con l’ultima A rigirata), per riassumere com’è maturata l’opportunità di trasferirsi a New York: “La città ci è sempre piaciuta, ma la conosciamo più che altro da viaggiatori. Laggiù, però, il nostro nuovo percorso si appoggerà all’esperienza di un gruppo di ristorazione già avviato, fondato da tre soci italiani”, spiega Alessandra. Sola Hospitality Group è nato ormai qualche anno fa dall’incontro tra lo chef Massimo Sola e i suoi soci Nicola Pedrazzoli e Simone Tiligna: tre italiani a New York che hanno scelto di puntare sulle proprie origini per avviare una piccola impresa nella città dei grandi gruppi di ristorazione. La sfida, oggi, può dirsi ben formulata: con Sola Pasta Bar, Pastagram e Sola Lab, il gruppo è cresciuto fino a comprendere oltre 70 dipendenti, conquistando una propria autorevolezza a New York per la lungimiranza di sviluppare un’idea di pasta bar che fosse accattivante per il pubblico newyorkese, sempre in cerca di un’esperienza gastronomica che vada oltre la semplice cena fuori. E infatti il Sola Pasta Bar – antesignano del genere in una città da sempre legata alla cucina italiana, ma oggi letteralmente invasa da locali casual centrati su pasta fresca, pizza, aperitivo italian style – è un locale di tendenza a Soho, cucina a vista nell’isola centrale, pasta fresca di qualità, ambiente urban chic, dj set e approccio scenografico allo “spettacolo” della cucina.

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Fare ristorazione a New York. L’attitudine imprenditoriale

Con Oliver e Alessandra il primo incontro è stato quasi casuale, ma decisivo: “Non stavamo cercando due figure di questa caratura” spiega Nicola, anticipando le prossime mosse del gruppo: “Presto avremo modo di crescere anche a Los Angeles, a New York abbiamo consolidato il nostro status. Ma a volte basta poco per trovare la sinergia che non ti aspetti: io sono di Montebelluna, vivo in America da tempo, ma sono capitato, spinto da amici, a mangiare da AGA. Mi sono innamorato dei ragazzi e della loro cucina. Loro sono giovani, brillanti, umili, hanno voglia di concedersi un’opportunità. Abbiamo preso entrambi la palla al balzo. Sarà nostro compito supportarli in questa nuova avventura, hanno bisogno di crescere sotto il profilo imprenditoriale, chissà che un giorno non possano entrare in società con noi”. Per ora, AGA è destinato a diventare il brand di punta – il ristorante gastronomico – nel portfolio del Sola Hospitality Group. Accurata è stata la scelta dello spazio: “A New York è fondamentale indovinare il quartiere, persino la strada giusta. Per i ragazzi ci sarebbe piaciuta Brooklyn, abbiamo visto quasi duecento locali negli ultimi mesi. Poi, nuovamente quasi per caso, mi sono imbattuto nel posto ideale: un ex ristorante sfitto da un paio d’anni, in Mulberry street. Soffitti alti, pareti in mattoncini, pavimento in cemento, bella attitudine. Non molto grande, purtroppo, ma lavoreremo bene sulla progettazione della cucina e sui turni di servizio. A New York il numero dei ristoranti è spropositato, la concorrenza altissima, e ripagare l’affitto non è semplice. Ma col progetto giusto si può fare bene. Devi saper ascoltare la città, cogliere le possibilità”.

Pasta ripiena da Aga

Il progetto AGA New York. Fornitori e menu

Questo faranno nei prossimi mesi Oliver e Alessandra, pronti a trasferirsi non appena otterranno il visto: “Avremo un po’ di tempo, dopo la chiusura di AGA, per organizzare cene con altri colleghi. Poi partiremo, tra novembre e dicembre, per scoprire New York, scegliere i fornitori tra le farm locali, sviluppare e testare il menu”. Ma AGA sarà un ristorante italiano? “C’è la nostra identità, che non cambierà. Ma non vogliamo etichette, perché cercheremo di non avere limiti: ci sarà il nostro mood, la nostra anima, il nostro palato. Ma anche tutte le culture di New York, che ci influenzeranno. Qui in montagna iniziavamo a sentirci fuori luogo, era il momento di azzardare un cambiamento, che non è certo una fuga, ma voglia di metterci alla prova”. Con loro si sposteranno alcuni ragazzi già in squadra, altri si uniranno nei prossimi mesi. A New York AGA potrà contare su una quarantina di coperti (ora sono 17), ci sarà da confrontarsi con altri numeri, e una clientela esigente: “Qui conta moltissimo la qualità del servizio” specifica Nicola “la buona cucina da sola non basta”. Ma alcuni dei nuovi piatti di Oliver e Alessandra entreranno anche nel menu degli altri locali del gruppo, come opzione di fascia alta, per conferire subito autorevolezza al brand, e farlo conoscere. Mentre al ristorante non ci sarà menu degustazione – “a New York comincia a passare di moda” – e la spesa media si aggirerà tra gli 80 e i 90 dollari. A marzo 2020 scopriremo di più.

www.agaristorante.it

 

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a cura di Livia Montagnoli