La storia della cooperativa Karadrà che in Puglia ha salvato il pomodoro di Aradeo e oggi punta alla valorizzazione del territorio attraverso una agricoltura etica.
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Il gruppo di lavoro

“È partito tutto da 5 pomodori da serbo” racconta Roberta Bruno – con Massimo Colizzi, Roberto Tramacere e Piero Tudisco – socia fondatrice di Karadrà. 5 pomodori di numero, di una varietà rustica di cui si andavano perdendo le tracce, donati da alcuni anziani di Aradeo e piantati nel 2014. Era la prima vera esperienza agricola per loro. A sostenerli, la sapienza di chi, anni prima, aveva lavorato la terra, in quegli stessi luoghi in cui sono nati e dove sono tornati. “Dovevamo studiare quella realtà per capire chi eravamo, da dove venivamo e cosa potevamo fare. Per questo era indispensabile un dialogo con i vecchi contadini”. Forti di una relazione già consolidata nel tempo, da quando, cioè, avevano creato una associazione di promozione sociale. “È successo quasi 10 anni fa: eravamo nel nostro paese per l’estate e abbiamo partecipato al progetto artistico di Massimo”. Un laboratorio che partiva dal recupero dei luoghi abbandonati e dei materiali che vi si trovavano, e affrontava il tema dello scarto nelle società contemporanee. Un lavoro divenuto lo snodo di tante scelte successive: nel giro di un anno tutti hanno cambiato vita e sono tornati in Puglia. Allora è nata l’aps Club Gallery.

karadrà campo

La genesi di Karadrà

Un progetto agricolo, ma non solo: “abbiamo creato uno spazio aperto alla comunità, soprattutto alle anziane del paese che fino ad allora non avevano avuto un luogo di incontro”. La relazione con la società – fondamentale nella loro visione – si rivelerà essenziale nell’approccio alla terra:“l’uomo solo nel campo è difficile che possa avere una buona vita”. Così tornano alla campagna, coniugando scelte di vita individuali ed esigenze collettive, in un mondo in cui “le piazze sono piene e le terre sono vuote”. Partono Piero e Roberto, tra il 2011 e il 2013, con una piccola produzione di olio per il consumo personale. L’anno successivo è tutto il gruppo a tornare nei campi e in quegli uliveti che cominciano a fare i conti con l’attacco della Xylella.

Il lavoro di mediazione culturale

Nel 2015 si spostano di un paio di chilometri, nella sede attuale di Contrada Cafazza a Cutrufiano. E di nuovo vogliono un contatto con le persone: “abbiamo cercato i proprietari dei terreni abbandonati per raccontare loro la nostra idea. È stato un lavoro di mediazione culturale”. Convincerli che il progetto portava benefici alla comunità intera, ridando valore ai terreni in una regione in cui il consumo del suolo è tra i più alti d’Italia, e creando opportunità di lavoro in una zona ormai spopolata, dove i giovani non vedono prospettive non è stato facile, ma alla fine sono arrivati i contratti di comodato d’uso. “Abbiamo censito i pozzi artesiani, bonificato, risanato e rimesso in attività terreni abbandonati da 20 anni”. Ricostruendo il tessuto non solo agricolo ma anche sociale e culturale della zona, un tempo prospera per la coltivazione del tabacco.

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karadrà broccolo

La nascita di Karadrà

Nel 2017 si sentono pronti, “avevamo una visione chiara e la forza per realizzarla”: chiudono l’associazione e creano Karadrà, una società cooperativa agricola di produzione “perché non volevamo solo fare agricoltura ma produrre lavoro attraverso la terra”. L’idea che lavoro e ricchezza siano un bene comune vale ancora oggi, tanto che lo scorso 12 agosto – con molto prodotto a disposizione ma non una vera economia di raccolta – hanno aperto le porte dei campi a chi era interessato ai loro pomodori. “Siamo convinti che in un momento storico come questo, sia necessario venirsi incontro. È stato un gesto di apertura con un suo valore educativo”.

La cooperativa oggi

Oggi l’azienda conta cinque ettari (che diventano più del doppio con piccoli comodati stagionali), somma di oltre 40 particelle di una decina di proprietari: “l’iperparcellizzazione del territorio è tra le cause di fuga da queste terre”. Coltivano legumi di varietà locali – “siamo molto orgogliosi delle nostre lenticchie!” – grano duro e timilia, fichi e fichi d’india, oltre all’orticola. Tutto osservando rotazione delle colture e riposo dei campi per non depauperare il terreno, “mantenendo un impatto positivo rispetto all’ambiente e al consumo idrico”. Lavorano unendo le tecniche di aridocoltura tipiche della zona – “questo è un territorio assetato, in piena desertificazione, ma dove la terra argillosa trattiene umidità e acqua” – alle nuove ricerche sull’agricoltura rigenerativa. Niente certificazioni: “fino a ora non l’abbiamo ritenute necessarie, tra l’altro non usiamo rame o altri prodotti ammessi nel bio. Roberto continua a studiare per arricchire il sistema terra con materia organica, senza prodotti di sintesi”. Poi c’è il lavoro per chiudere il ciclo di grani e legumi e valorizzare l’ottima produzione locale sul mercato nazionale.

Il pomodoro Aradeo

Cosa ne è stato di quei 5 pomodori? “oggi ne coltiviamo più di 1 ettaro e mezzo e sono il nostro core business” dice con orgoglio, e aggiunge: “erano pomodori casalinghi, un tempo si trovavano solo nei piccoli orti familiari, secondari rispetto alle produzioni da immettere sul mercato perciò spesso poco curati”. Nel tempo si sono adattati a condizioni di vita talvolta estreme, con poca acqua e tanto sole. Questa resilienza ha dato vita a un pomodoro coriaceo, di un colore che va dal giallo intenso all’aragosta, con una buccia spesa in grado di serbare la placenta seminale per tanti mesi dopo la raccolta, che da giungo arriva anche fino a ottobre. E che si conserva per quasi un anno appeso in grappoli, per questo chiamati anche pomodori invernali.

“Abbiamo capito che i pomodori di Aradeo potevano essere un riscatto per questa comunità”. Un pomodoro icona, dunque, povero di acqua, zuccheri e carboidrati ma ricco di nutrimenti (soprattutto betacarotene), con un sapore che avvicina la terra e ricorda l’estate, ma si può consumare anche in inverno conservando i suoi valori nutritivi. E che ancora continua il suo viaggio evolutivo grazie a una selezione costante: “riproduciamo i nostri semi annualmente e cerchiamo di migliorarli ancora nel sapore, nei contenuti nutraceutici e nel contenimento dell’impatto agricolo”. Un impegno che vale per i pomodori come per altri prodotti e che si potrebbe completare con un laboratorio per la trasformazione.

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Karadrà oggi: progetti, collaborazioni e impegno sociale

I progetti non mancano e le energie neanche, per esempio quelle necessarie per migliorare il ficheto, che ha un buon valore commerciale e può essere condotto anche da persone con disabilità mentali: “collaboriamo con la cooperativa Adelfia in progetti di inserimento in un sistema lavorativo che – siamo convinti – possa nobilitare, responsabilizzare e portare una emotività positiva, soprattutto se si affidano mansioni non ripetitive. Alla terra” aggiunge “non interessa di chi sono le braccia che la lavorano, interessa solo di essere trattata nella maniera giusta”. È una visione in cui la produttività non è in conflitto con l’ambiente naturale, sociale e culturale. La stessa visione che, 4 anni fa, ha dato vita a un piccolo orto sinergico dalla forma di due spirali contingue, come corna di ariete, facilmente accessibile anche a chi ha problemi di deambulazione, perché possa lavorare in modo autonomo.

karadrà

L’idea del parco diffuso e il sogno della food forest

Massimo Colizzi guida la visione del territorio, dell’orto sinergico e di tutta l’area. “Vogliamo creare un parco agricolo che non sia solo un sistema di produzione, ma un luogo in cui al di là della nostra presenza le persone possano godere di un paesaggio agricolo ricreato rispettando i tempi della natura”. L’obiettivo è creare una food forest, una foresta del cibo. “Ogni anno piantiamo diverse varietà arboree, il tempo tradurrà o meno la sua visione”.

“Il nostro grande cruccio” continua Roberta “sono i canali naturali che dalla nostra zona arrivano alla riserva naturale di Nardò, fenomeni carsici che non hanno una tutela ambientale, su cui dobbiamo intervenire continuamente; vogliamo tutelare la fauna presente, per questo lavoriamo sui pozzi sorgivi cercando di ridare agli animali acqua corrente fresca e continua”.

Etica ambientale economica lavorativa

E intanto continua l’impegno per coinvolgere la vecchia leva di contadini e quella che potrebbe essere la nuova leva, guardando dentro e fuori i confini nazionali pronti a raccogliere stimoli e confronti, senza fuggire da uno sviluppo tecnologico che non sia in conflitto con l’ambiente. Il tutto in una prospettiva di etica ambientale, economica, lavorativa: “facciamo raccolte brevi per assicurare la giusta selezione dei prodotti e rispettare il lavoro delle persone: oltre un certo numero di ore non si può stare nei campi”. Quindi le giornate sono divise tra raccolta e selezione del prodotto: per durare un anno ogni pomodoro deve essere impeccabile, ne basterebbe non perfetto per rovinare tutto. Le pendule – così si chiamano i grappoli legati a mano con rafia naturale – pesano circa un chilo, e variano nel numero dei pomodori poiché da giugno a settembre la pianta produce più frutti ma ne diminuisce la caratura.

La vendita

“Fino a ora ci siamo mossi attraverso piccoli gruppi d’acquisto solidale, botteghe della zona e alcuni ristoranti illuminati che fanno una ristorazione futuristica con una meravigliosa politica alimentare e con i quali sperimentiamo i prodotti” spiega. Ma la crescita di questi anni apre le porte a un mercato più ampio: “da ottobre ci sarà anche la vendita online così nostri prodotti arriveranno anche fuori dalla Puglia. Vogliamo costruire una vera e propria rete di vendita, evitando troppi passaggi. La cosa che ci interessa” conclude “è avere una conoscenza diretta delle realtà che accoglieranno i nostri prodotti, cerchiamo di mantenere un contatto con i nostri consumatori, e chi vuole può visitare i nostri campi. È anche un modo per autocertificarci: così tutti possono controllare cosa che facciamo e insieme capire davvero il lavoro che c’è dietro a ogni prodotto”. Accanto a questo, ad Aradeo c’è un piccolo spaccio, una vecchia cantina di fine ‘800 con il soffitto a volta. Un altro spazio recuperato nell’ottica di conservare e raccontare la bellezza e la storia del territorio.

Cooperativa agricola Karadrà – Cutrufiano (LE) – Contrada Cafazza – 329 9873096 – https://www.facebook.com/PomodorodiAradeo/

Spaccio aziendale Karadrà – Aradeo (LE) – via Giacomo Matteotti, 107 – 329 9873096 – https://www.facebook.com/PomodorodiAradeo/

 

a cura di Antonella De Santis

foto Francesca Vitale