Ristoranti

Quando la cena diventa un supplizio: non paghi il conto ma un riscatto

Certe cene sono strazio, e non tanto per i singoli piatti per l'eccesso di piatti, di tempo, di sapori. Allora mi chiedo sempre se il cuoco si sia seduto da cliente al suo ristorante

  • 05 Luglio, 2025
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«Noi cuochi dovremmo sederci un po’ più spesso a tavola», mi ha detto una volta Pino Cuttaia. Intendeva che tra un piatto pensato, provato e assaggiato in cucina e l’esperienza del cliente ci passa un mondo. Un mondo che tutti noi clienti attraversiamo spesso, io personalmente anche più spesso di quanto vorrei. Stare a tavola non è sempre piacevole, non è sempre una gioia, non è sempre uguale. Dipende da mille variabili di cui il cibo non è che una parte. Basta una sala rumorosa per trasformare una cena in uno strazio, basta un’aria condizionata mal regolata per rendere la permanenza un supplizio. E così le sedie scomode, un servizio trascurato o troppo presente, un ritmo lento. Ricordo una volta, da Diverxo (nella foto una delle installazioni a parete nel ristorante madrileno), di aver pensato che non stavo pagando il conto, ma il mio riscatto.

Diverxo. Foto Lorena Lombardi

Maratone e cuochi esondanti

Dopo più di 5 ore, mi sentivo ostaggio dello chef. Bravo per carità, ma oggi l’unica sensazione che mi è rimasta di quella sera è quella di una tortura, alleviata solo dall’ottima compagnia. Entrata alle 8, ne sono uscita dopo l’una. Stremata. Non mi interessava più niente delle angulas (buonissime, lo ricordo perché arrivate nella prima ora di cena), del piccione in due servizi, della piccola pasticceria. Non mi interessava di quella sala psichedelica piena di maiali volanti e altri oggetti strambi. Volevo andare a dormire. Immagino che Dabiz Muñoz (chef super blasonato, tre stelle e innumerevoli premi all’attivo), non si sia seduto a tavola abbastanza per capire che troppo certe volte è nemico di bene. E non tanto per gli oltre 30 bocconi, ma per il tempo necessario a portare a termine la pratica. Per mio conto, pur avendone avuto in seguito l’occasione, ho sempre declinato l’invito e non mi sono ancora decisa a tornare nell’insegna ammiraglia di Muñoz. Lo farò, prima o poi, ma forse a pranzo e in una giornata di pioggia. So che l’ex enfant prodige madrileno ha stuoli di fan pronti a raccontare meraviglie della sua cucina. Per me non è stato così. Tornando a esperienze più quotidiane capita di mangiare piatti che presi singolarmente sono meravigliosi, mentre in sequenza si annullano a vicenda, stancano il palato e prosciugano le energie, diventando tasselli di un supplizio. Ancora una volta immagino che il cuoco di turno non si sia seduto a tavola abbastanza. E auspico sempre più cuochi-clienti del proprio ristorante così da volgere quelle variabili a proprio vantaggio (e a quello degli ospiti).

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