La denuncia arriva da due organizzazioni attive nel monitoraggio delle condizioni delle comunità contadine dei principali produttori di cacao e caffè nel mondo. Serio è l’allarme in Costa d’Avorio, dove i mesi di lockdown hanno portato molti più bambini a lavorare nei campi.
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La produzione di cacao in Costa d’Avorio e Ghana

L’International Cocoa Initiative è l’organizzazione non-profit che si preoccupa di garantire i diritti dei bambini che vivono nelle piccole comunità agricole di Ghana e Costa d’Avorio, la cui sussistenza si basa sul lavoro nelle piantagioni di cacao. La Costa d’Avorio è il primo produttore di cacao al mondo (e insieme al vicino Ghana fornisce il 60% delle fave commercializzate in ambito internazionale), in un mercato che vale 50 miliardi di dollari all’anno. Questo però non garantisce benefici per le comunità locali, perché i produttori mettono in tasca solo le briciole di un guadagno che consolida principalmente le finanze delle grandi multinazionali del cacao. E proprio per questo, un anno fa, i governi di Costa d’Avorio e Ghana hanno provato a unire le forze per contrastare gli abusi dei gruppi stranieri, suggerendo l’adozione di un prezzo minimo per regolamentare il commercio di fave di cacao. Battaglia che ha incontrato la netta opposizione dei compratori, e dunque dovrebbe portare, a partire da ottobre 2020, all’imposizione del cosiddetto Lid (differenziale per il minimo di sussistenza) per ogni compravendita di cacao operata in Ghana e Costa d’Avorio. In pratica, per ogni tonnellata di fave acquistate, il compratore dovrà versare una tassa di 400 dollari che confluirà nel fondo per tutelare i contadini locali dal rischio di povertà e fame. Del resto, secondo la Banca Mondiale, oltre il 50% dei contadini ivoriani vive sotto la soglia di povertà assoluta, con circa 1,15 dollari al giorno per sfamare tutta la famiglia.

Donna in un villaggio di produttori di cacao della Costa d'Avorio

Lo sfruttamento del lavoro minorile nelle piantagioni di cacao

In attesa di capire se il provvedimento avrà seguito e porterà beneficio all’economia locale, però, l’allarme suonato dall’Ici si concentra su un’altra annosa piaga che inquina la filiera del cacao in Costa d’Avorio: lo sfruttamento del lavoro minorile, che in questa porzione di Africa Occidentale coinvolge oltre 2 milioni di bambini. L’ultima indagine della onlus, infatti, denuncia l’aggravarsi della situazione a seguito del deflagrare dell’emergenza sanitaria nel Paese: la Costa d’Avorio ha osservato un parziale lockdown tra la metà di marzo e la metà di maggio, e in questo periodo si è concentrata l’analisi dell’Ici, che ha preso in esame oltre 1400 famiglie (e più di 5mila bambini) di 263 diverse comunità contadine di coltivatori di cacao. La ricerca ha rivelato un significativo e preoccupante aumento dell’occupazione minorile nelle piantagioni, pari al 21,5%. Con l’aggravante che i bambini sfruttati sono spesso preposti a lavori pericolosi. L’organizzazione ha pubblicato i dati in un report completo e disponibile online, cercando anche di fornire spiegazioni che rendano conto di questo incremento repentino. Due sono le cause più plausibili dietro all’intensificarsi del lavoro minorile, l’una correlata con l’altra: la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado e le contemporanee restrizioni alla libertà di circolazione delle persone, che hanno determinato l’ammanco di forza lavoro nei campi. Ma pesa anche la crisi economica aperta dal lockdown, che ha peggiorato le condizioni già precarie delle famiglie contadine: al diminuire delle entrate familiari ha corrisposto la necessità di far lavorare anche i piccoli di casa.

Bambini nella scuola di un villaggio in Costa d'Avorio

Nel frattempo le scuole hanno riaperto e anche le restrizioni imposte dal lockdown sono state accantonate, almeno fino al riesplodere di un’emergenza che non è ancora superata, e fa presagire che lo stato di insicurezza economica e sociale in Costa d’Avorio si protrarrà ancora a lungo. Per questo l’Ici si impegna a monitorare la situazione per verificare se il ritorno alla normalità farà rientrare il picco registrato durante il lockdown, ma soprattutto per presidiare un terreno ancora troppo fertile per le dinamiche di sfruttamento del lavoro minorile. Anche se, specifica il rapporto pubblicato all’inizio di luglio, “sono ripresi i numerosi interventi da parte del governo, dell’industria e della società civile finalizzati a sensibilizzare la popolazione, mobilitare le comunità e sostenere l’accesso all’istruzione dei bambini”.

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La denuncia dell’International Coffee Organization

Ma l’attenzione deve restare alta anche fuori dalla Costa d’Avorio: oltre all’Ici, anche l’International Coffee Organization ha denunciato un picco nello sfruttamento del lavoro minorile dovuto alla crisi economica aperta dalla pandemia in 16 Paesi produttori di caffè (l’85% del mercato di produzione globale), che stanno peraltro pagando duramente la contrazione del giro d’affari.

 

a cura di Livia Montagnoli