Dopo la chiusura obbligata del ristorante più blasonato di New York, Daniel Humm ha sposato la causa dell’associazione Rethink e con parte della sua brigata prepara ogni giorno 3mila pasti per il personale sanitario impegnato a combattere l’emergenza.
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I cuochi che si danno da fare

Con i ristoranti di mezzo mondo costretti a fermarsi, molti cuochi hanno scelto di mettersi a disposizione di chi è in difficoltà, facendo quello che gli riesce meglio: cucinare. Tra loro anche nomi celeberrimi dell’alta cucina, da Carlo Cracco ai fratelli Cerea in Italia (rispettivamente al lavoro per gli operai dell’ospedale nato in Fiera di Milano, ormai completato, e per supportare personale e pazienti dell’ospedale realizzato a Bergamo dagli Alpini, che entra in attività proprio in queste ore), a Mauro Colagreco, subito di là dal confine italiano, che due volte alla settimana prepara nella cucina del Mirazur pasti per il personale sanitario dell’ospedale La Palmosa di Mentone. E tra tanti nomi altisonanti, in una New York che si batte nell’occhio del ciclone, anche Daniel Humm ha deciso di dare il proprio contributo, mettendo a disposizione la cucina del ristorante più acclamato in città.

La trasformazione dell’Eleven Madison Park

Così l’Eleven Madison Park si è trasformato da qualche giorno a questa parte in una mensa capace di produrre tremila pasti al giorno, a supporto dell’associazione Rethink Food, che fornisce cibo al personale degli ospedali di New York (normalmente la onlus riutilizza cibo avanzato in ristoranti e negozi della città per produrre pasti per gli indigenti, nel quartier generale di Brooklyn Navy Yard). Humm e un drappello di ragazzi della sua brigata che si sono prestati volontariamente alla causa sono in prima linea per sostenere l’operazione: al lavoro tra la cucina principale, il laboratorio di pasticceria e la sala normalmente dedicata agli eventi privati, con guanti, mascherina e in osservanza di tutte le misure di sicurezza, preparano e impacchettano pasti per 15 ore al giorno. “Non potrei immaginare di fare altro”, spiega Humm a proposito della sua nuova routine, avviata a partire dall’inizio di aprile, dopo un paio di settimane di stop: “Alcune persone hanno la responsabilità di rendere questo momento migliore” racconta ora in un’intervista a Food & WineE penso, come cuoco, di esserne capace. Ho relazioni, ho lo spazio, questa città mi ha dato tutto. Ora preparare questi pasti per chi lavora in prima linea mi rende orgoglioso”.

Tremila pasti per gli ospedali di New York

La gestione del lavoro non differisce molto dall’organizzazione maniacale che ha determinato il successo dell’Eleven Madison Park: si lavora in gruppi da tre, una dozzina di persone in tutto; i pasti sono preparati e impacchettati con un giorno d’anticipo, il menu è studiato per portare conforto e un momento di felicità a chi lo riceve… Guancia di manzo brasata con riso e broccoli, pasta alla bolognese, focaccia, cosci di pollo con cous cous. Le materie prime arrivano da fornitori e aziende agricole già legate al ristorante, che hanno scelto di contribuire alla causa. Ma la speranza di Humm è che altri (tra i primi si segnala, sempre in prima linea, José Andrés) possano seguire il suo esempio: “Ogni pasto ci costa tra i 5 e i 6 dollari (American Express e Resy finanziano l’iniziativa, ndr), se ogni ristorante in città stanziasse 500 dollari per produrre 100 pasti al giorno saremmo in grado di contrastare in modo efficace la fame e le difficoltà in cui versano molte persone”. E questo anche quando sarà finita l’emergenza: “Mi auguro che da questo momento possa nascere qualcosa di straordinario”.

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Intanto Rethink ha fondato un programma di supporto – il Restaurant Response Program – che fornirà a 30 ristoranti della città un budget di circa 50mila dollari a testa per preparare pasti per chi ne ha bisogno. L’obiettivo è quello di arrivare a fornire circa 10mila pasti al giorno in tutta la città.