Nicola Bertasi, fotografo è stato l’utente di Facebook che per primo ha lanciato il sasso nello stagno sulla famigerata faccenda. Gli abbiamo chiesto un intervento
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La faccenda della polemica sui nomi dei formati di pasta e sulle schede descrittive sul sito de La Molisana non ha bisogno di ulteriori presentazioni. A seguito di una ondata di indignazione un nostro articolo ha provato a rimettere ordine alle cose, nel farlo siamo riusciti ad individuare l’origine della polemica: un post del trentottenne fotografo Nicola Bertasi, milanese che vive a metà tra Milano e Parigi, che ha condiviso la sua riflessione, ha totalizzato un numero invidiabile di interazioni su Facebook e ha generato il primo smottamento di una autentica slavina. Abbiamo chiesto a Bertasi di darci il suo punto di vista che qui sotto potete leggere e che aggiunge un interessante contributo al dibattito.

Quel fatidico 4 gennaio mi ritrovo fra le mani un pacco di conchiglie Molisana. Ero sicuro di aver acquistato il formato di pasta che tradizionalmente si adatta bene a quei sughi di verdure come broccoli e acciughe che creano naturalmente il ripieno delle shells. Molisana poi per me è sicurezza perché ne apprezzo la tenuta di cottura, la consistenza e il sapore. Insomma, la compro spesso.

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Le abissine de La Molisana. Il nome

Rientrato a casa, sistemando la dispensa l’occhio mi cade per caso sul nome abissine rigate stampigliato sulla confezione. È la prima volta che vedo questo nome per un formato di pasta. Onestamente sono rimasto sorpreso e non poco. Ma per ora tutto qui, una semplice sorpresa che lì per lì mi confonde un po’.

Mi piacciono i nomi e forse – complice la mia formazione di storico e di fotografo documentario – mi incuriosisco facilmente e cerco di saperne di più. Perché abissine? Faccio quello che molti fanno quando viene in mente un ‘perché’ e cerco su Google “abissine molisana”. Immediatamente finisco sul sito ufficiale della marca di pasta. Ecco dove si consuma il fattaccio…

Leggendo il testo che il reparto marketing o l’agenzia di comunicazione di Molisana ha usato per descrivere il prodotto in questione, trasecolo! La mia reazione è di vero sgomento. Quel testo è un fendente. Non riesco davvero a trovare una e una sola giustificazione che possa difendere quelle scelte editoriali. E non posso pensare all’ingenuità di un copia-incolla sbadato perché non stiamo parlando del fruttivendolo di quartiere ma di una nota azienda italiana.

Il fotografo Nicola Bertasi in uno scatto di Marzio Emilio Villa

Abissine Molisana, il testo incriminato

Quel testo è un fendente, ripeto. Sotto ogni punto di vista. Sia sintattico che semantico. L’uso del sostantivo stagione per definire il dramma coloniale. La combinazione di frasi come “celebrazione del colonialismo” (anche se riferita agli Anni Trenta del secolo scorso) alla leggerezza della proposizione che segue “La pasta di semola diventa elemento aggregante? Perché no!”. Aggregante di un massacro. Ricordo di aver pensato in quel momento.

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E poi perché se le abissine visto il “sicuro sapore littorio” diventano dovunque conchiglie, Molisana decide di mantenerle in catalogo con tutto il loro sapore littorio? Forse il mio sgomento non sarebbe cresciuto a dismisura se me lo avessero spiegato bene. Tuttavia è un testo disastroso che a un occhio attento non può non risultare indigesto. Essere puntigliosi su un testo però non è un mero esercizio di stile. Nasce anche dalle emozioni che quel testo suscita nel lettore. Dall’atmosfera che crea la combinazione di frasi e parole. E in questo caso non si sta semplicemente riesumando una qualsiasi storia della gastronomia nostrana e della nomenclatura della pastasciutta, si sta andando a toccare il passato coloniale italiano. Evocandone con leggerezza le gesta come se si stesse parlando del soffritto di sedano, carote e cipolle.

Il passato coloniale italiano: parliamone

Inutile negarlo: la storia coloniale italiana non è ancora stata digerita. È ancora sullo stomaco a mezz’aria. Non va giù. Ricordo di non aver mai sentito parlare a scuola delle Colonie e dei massacri italiani del nostro colonialismo in Africa. Ho dovuto attendere fino all’Università. E ho frequentato il Liceo Classico. Sarò stato sfortunato, ma questa è la mia esperienza e credo quella di molti altri. Di più. Quel passato è così vicino a noi che i sopravvissuti potrebbero ancora essere vivi anche se molto anziani. E così le figlie e i figli e i nipoti e i cugini… Persone che ancora più di me aspettano che finalmente se ne discuta. Che si rimetta in discussione una volta per tutte una narrazione naïve delle spedizioni fasciste dall’altra parte del Mediterraneo.

Ci sono tantissimi studiosi che analizzano e raccontano il dramma coloniale italiano, spesso fuori dai riflettori. Persone molto più ferrate di me sull’argomento. Come la brava scrittrice e giornalista Igiaba Scego, suggerisco di seguire i suoi interventi sul settimanale Internazionale.

Quel colonialismo va contestualizzato. Dare dignità, anche monumentale e statuaria, a chi ha sofferto. Non è questione di abbattere statue o mandare al macero pacchi di abissine Molisana, ma di non poter più accettare una narrazione da commedia all’italiana del colonialismo novecentesco. La scuola, la televisione, la maggior parte dei grandi media fanno troppo poco. Pochissimo. Capire, sapere, digerire quella storia è invece fondamentale.

La differenza tra indignazione e attacco

Ecco quindi che il mio era sgomento e non un attacco alla Molisana. Era lo sgomento di constatare che nel 2021 una nota azienda italiana non si renda immediatamente conto della gravità di pubblicare quel testo sul suo sito e trattare con leggerezza la storia dei massacri italiani in Africa.

Molisana ha fatto marcia indietro e spero lo abbia fatto conscia di aver toccato malamente un argomento delicato e drammatico. Quindi si. Bisogna ancora affrontare quel passato. Senza leggerezza. Perché la leggerezza è fondamentale, ma a volte è fuori luogo.

– Nicola Bertasi