Passa il tempo ma le cose non cambiano: Acea è sempre lo spauracchio di chi deve aprire un locale a Roma. La storia di Jacopo Mercuro
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Ci risiamo, e non è (nuovamente) un caso isolato. La solita Acea, il più grande gestore di energia elettrica della Capitale, si distingue ancora per inefficienza. Un primato che si riversa come una condanna sulle spalle dei consumatori, soprattutto su chi vi incappa nell’avviare un’attività commerciale, bloccato per mesi a causa di disservizi. Mesi che hanno un costo, salatissimo. Come già avevamo raccontato qualche anno fa, chi a Roma decide di aprire un’attività, oltre alla normale pressione che si ha di fronte a un investimento che – soprattutto in questa stagione funestata dalla pandemia – non lascia certo dormire sereni, si trova a fare i conti con difficoltà di ogni genere, a partire da una burocrazia kafkiana e disservizi continui. Tanto che aprire un locale diventa un percorso a ostacoli irto di insidie, e chi dovrebbe fornire dei servizi diventa uno degli ostacoli più grandi da superare.

ricetta bomba alla crema Jacopo Mercuro

La colpa è mia. Mi ero ripromesso che non avrei aperto mai più qualcosa a Roma, e invece ci sono ricascato” fa Jacopo Mercuro, che aggiunge “Quando ho aperto a Milano, a Porta Romana, ci ho messo un mese per fare tutto, e dire che è un locale complicato perché c’è una nicchia con una grotta sotto”. Il suo 180 grammi è uno dei poli della rinascita di Centocelle, nella periferia est della Capitale, oggi patria di una new wave gastronomica che annovera alcune delle più interessanti insegne romane. Romane come le sue pizze, basse e scrocchiarelle, che sono riuscite a richiamare nel quartiere clientela da tutta la città, contribuendo non poco al rinnovamento di questa zona. Dopo un lockdown portato avanti a colpi di delivery e consegne a breve raggio, per non rovinare il suo prodotto in un trasporto troppo lungo, a marzo di quest’anno finalmente dà seguito all’idea, accarezzata da un po’, di dare alla sua pizza una nuova casa, più grande e confortevole, poco distante dalla prima. Non chiude la vecchia sede a via Tor de’ Schiavi – e a questo punto viene da dire “per fortuna” – ma la riserva per il servizio di asporto e delivery, concentrando nel nuovo locale , più bello e comodo, la somministrazione e il servizio al tavolo. Locale che, a 4 mesi dall’inizio dei lavori, non si sa ancora quando potrà aprire la nuova sede insieme alla compagna e socia Claudia Marzi.

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La storia del nuovo 180 grammi

“Il 30 marzo, il giorno del mio compleanno, ho firmato il contratto di affitto” racconta. “Subito dopo abbiamo cominciato tutte le pratiche, partendo con gli allacci”. Gas, acqua e soprattutto luce, con un aumento della potenza: “Abbiamo 20 chilowatt, ne servono 60: abbiamo una cucina grande, che da sola assorbe tantissimo”, l’ufficio tecnico analizza la richiesta e dà il suo ok, c’è un preventivo, che una volta approvato e saldato (circa 5mila euro, pagati a maggio) dà il via libera per procedere. E da lì iniziano i guai: la pratica procede a singhiozzi: “ogni volta pareva tutto a posto, invece dopo tre o quattro giorni ci arrivava una mail con la richiesta di un nuovo documento, dicevano che era ok e poi di nuovo un’altra mail. Invece quando chiamano, lo fanno da un numero privato: certe volte ho anche pensato che fosse uno scherzo. Abbiamo imparato a chiedere il nome e i riferimenti delle persone con cui parlavamo, abbiamo anche ottenuto dei numeri di telefono così da poter parlare poi con qualcuno che conosceva la situazione”. Bene, no? “No, non risponde mai nessuno”.

Intanto i lavori procedono – “sono circa 380mila euro” – pagano affitto e dipendenti, già assunti: “sono 15 persone di cui ho la responsabilità, senza di loro non esisterebbe 180 grammi: non posso mica mollarli così e dirgli che ci rivediamo a ottobre”, li hanno dirottati sull’altra pizzeria, ma non è una soluzione che può durare a lungo: “siamo stati tre mesi con doppio staff, ma ora rischiamo di affossare anche il primo locale: anche se va bene, non può reggere con più del doppio dei dipendenti”.

A un certo punto, continuando a telefonare giorno dopo giorno, cercando di fare più possibile rumore, compilare pratiche, inoltrare richieste, pare che le cose si sblocchino. “A quel punto i ragazzi sono stati assunti al nuovo locale, in vista dell’apertura”. 

Chiameranno per prendere appuntamento per fare questi lavori, dicono. Data orientativa: metà giugno. Ci siamo. Il 15 luglio, un mese dopo rispetto la data annunciata, arriva la famosa telefonata, naturalmente è una persona nuova che non ha seguito tutta la storia: “Immaginavamo fosse per fissare l’appuntamento così da finire i lavori”. Invece no: “ci dicono che la palla è passata all’Amministrazione Comunale che si prende 60 giorni per decidere se si possono fare questi lavori su strada, quindi se ne parla a fine settembre”. Ma se c’era bisogno di un’autorizzazione del Comune, perché non far partire la richiesta contestualmente e velocizzare il tutto?

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Lavori semplici, tempi lunghi

Ma quali sono i lavori da fare? “Devono fare un allaccio dalla cabina a terra alla colonnina” messa e pagata da loro. Quanto è distante? “sono 4 o 5 metri”. Dunque state aspettando quasi sei mesi per fare 5 metri di scavo? “Sì. E la cosa più paradossale è che sulla strada, proprio accanto a dove si deve fare questo buco, ci sono già delle squadre di operai perché stanno facendo dei lavori”. Di chi? “Acea”.

I tempi biblici paiono marchio di fabbrica. Un altro esempio? “Dovevamo togliere un contatore perché questo spazio prima era diviso in due locali” quindi c’era una doppia utenza e un doppio contatore. “Abbiamo aspettato 4 mesi. Avevamo la cucina pronta ma non potevamo montarla perché c’era questo contatore da eliminare, non è una cosa complicata: si deve smontare, sono giusto due viti, ma lo deve fare Acea non lo puoi fare mica tu” racconta ancora “un giorno è arrivato un addetto senza avvisare, non c’era il proprietario con le chiavi. Ha detto che sarebbe tornato. Lo abbiamo rivisto dopo 3 settimane”. Alla fine il contatore è stato tolto, una settimana fa. Spesa? “1500 euro”.

I costi non sono la cosa peggiore, però: è lo sconforto, a dare il colpo più duro. E la sensazione di essere in un gioco di scatole cinesi. Si passano le giornate al telefono, perdendo tempo, energia, soldi, entusiasmo. Ma c’è un numero dedicato i professionisti? “No, chiami lo stesso call center cui chiamano i privati”. Spesso ti rispondono persone poco preparate: “ti dicono cose sempre diverse, qualcuno ci ha detto che serviva l’ok della Sovrintendenza ai Beni Culturali qualcun altro no. Dopo un po’ capisci che per avere una risposta che potrebbe essere valida, devi fare 5-6 telefonate e mettere insieme i pezzi” come un puzzle, insomma, in cui manca sempre qualche tassello. “Se ti va bene, a un certo punto, ti passano l’ufficio tecnico”. A quel punto c’è un addetto che segue la tua pratica dall’inizio alla fine? “No, ogni volta parli con una persona diversa e ricominci a spiegare da capo”. Sottoponi il tuo caso e speri. Cose che possono accadere, certo, ma che pesano come una spada di Damocle sulla testa di quegli imprenditori che continuano a investire a Roma.

A oggi, 15 luglio, il locale è pronto (al netto dell’energia elettrica) e l’attività ferma, perché senza un aumento di corrente si può fare poco: praticamente tutti gli strumenti in cucina sono elettrici, e non solo quelli. Senza gas (arrivato dopo mesi anche quello, dopo essere stato messo su una linea sbagliata), qualcosa ci si può inventare, senza energia sufficiente non si va da nessuna parte. Dunque Jacopo non solo non guadagna, ma perde soldi, quelli per gli affitti, il personale, delle spese sostenute per i lavori. “Sto pensando di provare a organizzarci con dei generatori nostri, ma non è detto possiamo farlo. L’unica cosa che so, è che adesso ho bisogno di lavorare: non ho la forza economica per aspettare fino a ottobre. Oggi faccio una riunione con tutto il personale, non so cosa dirgli”.

 

La replica di Areti: nota di precisazione al Gambero Rosso

In riferimento all’articolo pubblicato su gamberorosso.it dal titolo “Aprire un ristorante a Roma: i ritardi di Acea. Il caso di Jacopo Mercuro e 180 grammi”, Acea intende precisare le dinamiche relative alle modalità e tempistiche dell’iter dei lavori.

In premessa va sottolineato che il gestore della rete elettrica, come tutte le società di servizi, è tenuto a seguire l’iter previsto dalla normativa vigente, compreso l’ottenimento delle necessarie autorizzazioni da parte degli enti competenti.

Nel caso specifico, per quanto riguarda le procedure, la richiesta di preventivo è pervenuta ad Areti il 10 maggio. A seguito di sopralluogo, Areti ha emesso il preventivo, accettato il 9 giugno, data dalla quale è partito l’iter per la realizzazione dei lavori. In aggiunta agli effettivi tempi di lavorazione sono da considerare anche i tempi necessari per ottenere le autorizzazioni: i nulla osta da parte della Sovrintendenza Archeologica e del Dipartimento di Tutela Ambientale sono pervenuti ieri, 15 luglio, mentre Areti è ancora in attesa dell’autorizzazione da parte del Municipio per la licenza per avviare gli scavi.

Si tratta di un intervento particolarmente articolato che prevede la posa di circa dieci metri di cavi dalla cabina secondaria alla nuova presa, e l’adeguamento del quadro elettrico, oltre ai lavori di competenza del cliente che dovrà realizzare una nicchia esterna necessaria per posizionare le apparecchiature elettriche.

Non appena il cliente avrà proceduto e non appena arriveranno le autorizzazioni da parte del Municipio, Areti potrà procedere all’aumento di potenza richiesto dal cliente.

a cura di Antonella De Santis