Con Stefano Di Niola, Segretario di CNA Roma, facciamo il punto sulla situazione di ristoranti, bar e gelaterie romani fotografata dall’indagine Osservatorio Covid. La paure e le richieste del settore.
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L’Osservatorio Covid di CNA Roma

Un terzo dei ristoranti romani chiuderà a causa della crisi indotta dalla pandemia. È questo, a voler isolare il dato più allarmante, il titolo cui presta il fianco l’indagine ribattezzata Osservatorio Covid effettuata dal Centro Studi della CNA di Roma. Un’analisi condotta dalla divisione romana della Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa per sondare le prospettive di interi comparti economici cittadini legati alla vita di quartiere, “avamposti di quell’economia che tiene in piedi i tessuti sociali”, spiega Stefano Di Niola, Segretario di CNA Roma. Il risultato, divulgato online, è una tabella che produce numeri e percentuali per settori che spaziano dal commercio al dettaglio agli alberghi, da centri estetici e parrucchieri, all’oreficeria e alle imprese edili. Soffermandosi con attenzione anche sul mondo della vendita e somministrazione di cibo: ristoranti, bar, gelaterie, forni.

La tabella Osservatorio Covid di Cna

La stima sulla mortalità di ristoranti e bar romani

Verdetto (per quel che riguarda l’ambito che più ci interessa): circa 2500 ristoranti romani a rischio chiusura (il 30% del totale in città) e analoga sorte per poco meno di 400 tra gelaterie e pasticcerie (il 40% del totale) e 2300 bar (il 30% del totale). Con una tenuta migliore per i forni, che non si sono mai fermati e potrebbero scontare una mortalità pari al 15% del totale. Ma come sono stati raccolti i dati? E su che base statistica? Abbiamo cercato di fare chiarezza con Stefano Di Niola: “L’indagine si basa sui nostri associati, che a Roma sono molto numerosi e dunque ci consentono di effettuare una proiezione nazionale non dissimile dalla realtà. Parliamo di 20mila iscritti, di cui 1500 afferenti al settore gastronomico (ristoranti, bar, gelaterie, pasticcerie, forni). A loro ci siamo rivolti per elaborare le stime che caratterizzano la seconda parte della tabella, che riguarda il calo del fatturato previsto e la probabilità di chiusura definitiva a causa della crisi”. Dunque, mentre i dati relativi al numero di imprese attive in città e al numero di dipendenti impiegati in ogni settore sono certi e mutuati dai registri delle Camere di Commercio, la percentuale relativa alla mortalità è frutto di una stima –  com’è prevedibile che sia – basata sul numero di associati, che è comunque significativo, e poi estesa, tenendo ferma la percentuale, al totale delle attività registrate in ogni settore.

Le paure del settore

Abbiamo interpellato tutti gli iscritti nel giro di una settimana, non limitandoci a chiedere una previsione sui prossimi mesi, ma raccogliendo anche proposte e difficoltà di ciascuno. Molti prevedono di non farcela, soprattutto in mancanza di aiuti concreti e rapidi. Le percentuali pubblicate fotografano questa realtà difficile, e inedita”. CNA, del resto, si è mossa dall’inizio per sostenere la causa della piccola e media impresa: “In particolar modo nella ristorazione, siamo di fronte ad attività che fondano il proprio equilibrio su una cassa veloce: si incassa tanto, e si spende altrettanto. La chiusura prolungata, dunque, ha determinato da subito l’impossibilità di coprire i costi fissi. E se preoccupa meno il discorso relativo ai dipendenti   – gli ammortizzatori sociali stanno tardando ad arrivare, anche se per le attività artigianali siamo vicini al traguardo, ma comunque sono stati ampiamente previsti per tutti – è molto rilevante la questione degli affitti. Molti proprietari dei locali non hanno sospeso la riscossione del canone. Non a caso tra gli intervistati gli unici certi di riaprire sono gli imprenditori proprietari delle mura, anche se con un calo importante dei coperti. Su questo, però, a Roma si sta lavorando: l’Assessore al Commercio sta valutando la possibilità di concedere un 35% in più di occupazione del suolo pubblico per i tavoli all’aperto”. Ma i comitati e le associazioni di quartiere sono già sul piede di guerra. Annoso è anche il pagamento dei fornitori, “con pagamenti solitamente regolati a 60-90 giorni, rimasti in sospeso e ora difficili da saldare, in mancanza di liquidità”.

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Serve liquidità. Le richieste di CNA

Le richieste di CNA, quindi, si sono susseguite in quest’ordine: procedure veloci per avere accesso alla liquidità – “e stiamo andando malissimo, perché la concessione dei prestiti garantiti dallo Stato procede a rilento, e per un numero esiguo di imprese, tra mille difficoltà” – liquidità a fondo perduto, riapertura anticipata rispetto alle date previste null’ultimo DPCM. Per quel che riguarda la liquidità a fondo perduto, l’appello è molto accalorato: “Chi si è fermato non ha avuto scelta. Rispetto alle crisi del passato, che con bravura e fortuna più di qualcuno è riuscito a superare, la pandemia è uno scenario inedito. Davanti alla sacrosanta necessità di tutelare la salute, è stata imposta una limitazione evidente alla libertà di fare impresa, sancita dall’art. 41 della Costituzione. Dunque gli imprenditori meritano un indennizzo, proprio come quando viene espropriato un terreno. Fortunatamente sembra che il decreto in fase di stesura preveda delle risorse a fondo perduto, come peraltro chiesto da molti, in primis Mario Draghi”.

Anticipare la riapertura

E poi c’è il tema all’ordine del giorno: quando e come riaprire? Come Fipe (che martedì 28 aprile ha tenuto audizione alla Camera dei Deputati per denunciare il collasso della ristorazione e chiedere una riapertura anticipata rispetto al 1 giugno, pena la chiusura di 50mila attività e la perdita di 350mila posti di lavoro), anche CNA si dice convinta della necessità di riaprire quanto prima, “per esempio il 18 maggio, come ipotizzato all’inizio. L’asporto autorizzato dal 4 maggio darà respiro soprattutto a chi opera in quartieri residenziali, o in presenza di uffici. Ma riaprire con le giuste precauzioni è fondamentale”. Nota a margine per la situazione particolarmente complessa delle gelaterie romane, per cui la tabella indica una mortalità stimata al 40%: “Parliamo di attività normalmente ferme a gennaio e febbraio, che avviano la stagione ad aprile e maggio. Quest’anno sono state ferme, e per un’attività che normalmente lavora a pieno per 6-7 mesi l’anno è durissima superare questa situazione”.

 

a cura di Livia Montagnoli

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