Un vigneto di due ettari che da 900 metri sale fino ad oltre 1050, viti di 30 anni, vinificazioni e fermentazioni separate: così nasce il miglior Bianco dell’Anno 2021.
Pubblicità

In questa edizione della Guida, abbiamo deciso di assegnare il premio di Bianco dell’Anno 2021 al Sopraquota 900 della vendemmia 2019. Oltre a essere un vino di grande personalità ed eleganza, permette di mettere in risalto un vitigno di cui si inizia a parlare molto e che sta guadagnando rapidamente spazi vitati in un territorio così angusto, come si evince immediatamente dall’orografia della Valle d’Aosta. Ed è proprio la conformazione del territorio a dar senso alla locuzione “vini eroici”.

La nostra idea premia innanzitutto la qualità del vino, ma non può non avere un pensiero emozionato per una scelta così coraggiosa. Se esaminiamo la carta d’identità del Sopraquota 900, con particolare attenzione alle sue specificità, possiamo dire che si tratta di 6mila bottiglie provenienti da un vigneto di circa due ettari, di cui 1,7 di petite arvine. La particolarità del ripido vigneto di Cumiod nel comune di Villeneuve è di inerpicarsi da 900 metri di quota fino ad oltre 1050. La vigna di oltre 30 anni ha un impianto molto fitto a 11mila ceppi per ettaro ed è quindi interamente lavorata a mano.

La vinificazione

Durante la vinificazione le uve vengono suddivise in sette partite distinte, fermentate separatamente in contenitori diversi per capacità e materiale (anfore, orci, botti, barrique e vasche in acciaio inox). La voglia di sperimentare e di ottenere un vino complesso che possa ben figurare a livello internazionale è la motivazione che anima da sempre la squadra di Rosset Terroir, tanto da aver sempre raggiunto i Tre Bicchieri con questa etichetta, dalla prima annata di produzione con la vendemmia 2017 e da aver conseguito il magnifico risultato della Guida Vini d’Italia 2021.

Pubblicità

Buongiorno Signor Rosset, cosa l’ha spinta ad acquistare la vigna del Sopraquota 900?

In realtà è stato un caso. Da tempo ero alla ricerca di un appezzamento dove piantare barbatelle di petite arvine, ma siccome non mi sarei mai accontentato di un vigneto che non fosse stato in grado di esprimere al meglio il potenziale qualitativo dei vini valdostani, l’attesa era lunga. Quando venni a sapere che un mio amico svizzero, che da tempo produceva un eccezionale passito da uve petite arvine, era intenzionato a vendere, mi convinsi che era la scelta giusta.

Non si è arreso neanche davanti alle evidenti difficoltà di lavorazione della vigna?

No, perché pensai che, se quella vigna era stata in grado di regalare un grande passito, avrebbe anche potuto produrre un bianco di grande valore. Anche se si trattava di un erto – la pendenza è del 55% – e se la vigna così fitta ci avrebbe costretti a coltivarla a mano, presi in considerazione solo gli aspetti positivi, primo tra tutti le peculiarità e il carattere che un terroir così specificatamente valdostano avrebbe dato al nostro vino. In definitiva mi piacciono le sfide.

Pubblicità

Perché una tale insistenza per una vigna di petite arvine?

Prima di tutto perché non avevo petite arvine e perché ritengo sia un vitigno nobile. Oltretutto mi piaceva l’idea di poter contribuire alla valorizzazione di un vitigno autoctono.

Un autoctono di origine svizzera…

Sarà anche di origine svizzera, del Valais, ma è pur sempre una cultivar di questa specifica porzione delle Alpi. Inoltre, anche se siamo ancora agli inizi, noi ed altri colleghi valdostani abbiamo già dimostrato quanto si sia adattato alle nostre zone e quanto sia in grado di tradurre fedelmente i terroir che lo ospitano. Abbiamo da poco un altro appezzamento di petite arvine in Bassa Valle, a Montjovet a circa 600 metri di altitudine che ci offre un vino molto diverso, più precoce e gioviale.

Su quale altra varietà ha intenzione di puntare?

Tra i vitigni autoctoni trovo particolarmente interessante il moscato di Chambave. Non disdegno comunque i vitigni internazionali che sui nostri pendii sono in grado di regalare grandi soddisfazioni. Primo tra tutti citerei la syrah che ci ha già regalato ottimi risultati, poi anche lo chardonnay sul quale lavoriamo da tempo. Infine, stiamo iniziando a sperimentare il pinot nero, per ora ancora a livello privato, e penso che ci divertiremo.

C’è un segreto per spiegare un successo così rapido?

Non ci sono segreti. Prima di tutto ci sono gli stimoli, sia interni che esterni. Il primo di tutti è che dentro di me ho la volontà ferrea di valorizzare la mia terra e i suoi prodotti. Mi sento orgoglioso quando nel corso dei vostri Tour intercontinentali dei Tre Bicchieri, pur trovandomi in mezzo a vini e aziende di regioni ben più famose, leggo negli occhi di giornalisti o importatori che assaggiano una mia bottiglia, un sentimento tra lo stupore e l’ammirazione per una regione e vino, spesso a loro completamente sconosciuto. Provo un enorme piacere quando vedo un vino valdostano, prodotto con varietà indigene, guadagnarsi riconoscimenti internazionali. Il confronto con i mercati stranieri rappresenta sempre uno stimolo forte.

Cos’altro?

Inoltre, non si può negare che per arrivare al successo l’entusiasmo gioca un ruolo fondamentale. Senza l’entusiasmo dei ragazzi della squadra, che si sentono partecipi delle numerose sperimentazioni in atto e delle successive decisioni e che diventano protagonisti, insieme a me, delle vittorie ottenute, tutto sarebbe molto più difficile.

Azienda Agricola – Quart (AO) – località Torrent de Maillod, 4 – 0165 774111 – https://www.rosseterroir.it

a cura di Gianni Fabrizio

Scoprite i vini premiati con Tre Bicchieri 2021 regione per regione