Il Chianti Docg propone di cambiare disciplinare introducendo la menzione gran speciale, come per il Chianti classico. Una decisione fortemente criticata. Ecco perché.
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E ora come si potrà spiegare a un consumatore americano o a uno cinese la differenza tra Chianti gran selezione e Chianti Classico gran selezione? Sarà il compito del Consorzio del vino Chianti che ha scelto di introdurre la “gran selezione” al vertice della piramide qualitativa, incrementando l’entropia sul territorio toscano, nel quale, invece, è quantomai necessario distinguere precisamente le varie interpretazioni del vitigno Sangiovese. Una decisione che pone nuovamente al centro il tema della comunicazione al consumatore, delle strategie di mercato più giuste per far crescere le Dop italiane e che ha riportato alla luce rivalità e nodi mai sopiti tra le due anime produttive del Chianti.

L’ok dell’assemblea del Chianti Docg

Venerdì 8 novembre, l’assemblea dei soci del Consorzio vino Chianti ha approvato la proposta di modifica al disciplinare introducendo la menzione gran selezione per tutti i territori della Docg. Vale a dire per i 15 mila ettari compresi tra le province di Arezzo, Firenze, Pisa, Pistoia, Prato e Siena, dove operano 3 mila produttori. Il nuovo testo potrà iniziare l’iter d’approvazione che prevede passaggi in Regione Toscana, Mipaaf e Commissione europea.

Si stima che ci vorranno circa due anni per il via libera definitivo, ma il Consorzio ha chiesto la retroattività della misura, per dare alle aziende l’opportunità di iniziare già adesso a produrre Chianti e commercializzare entro tre anni. Sarà un “prodotto di nicchia” (potrebbe valere il 5-10% dei volumi totali), che darà più chance alle cantine nel segno della “semplificazione, della qualità e della competitività sui mercati target”.

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La proposta di modifica agli 8 articoli (tra cui la nascita della sottozona Terre di Vinci) è stata approvata con percentuali favorevoli tra l’89% e il 99%, mentre il totale dei voti espressi in assemblea ha rappresentato il 70% dell’intero corpo sociale. Via libera anche alle nuove regole sullo sfuso, che prima di uscire dalle cantine dovrà ottenere la certificazione di idoneità (modifica proposta già 15 anni fa ma non passata).

L’opposizione firmata Gallo Nero

La risposta del Chianti Classico non si è fatta attendere. Il consorzio di Tavarnelle Val Di Pesa, nella nota ufficiale, parla di attacco frontale: “Siamo nettamente contrari e increduli” di fronte a un progetto “volto a una strategia di gestione a nostro parere non costruttiva e assolutamente priva di idee innovative e originali”, scrivono i produttori guidati da Giovanni Manetti, che di fronte a un disciplinare molto simile annunciano “netta opposizione in tutte le sedi istituzionali”.

Le repliche

Anche Sergio Zingarelli, ex presidente del Consorzio Chianti Classico e tra i maggiori sostenitori della gran selezione ribatte: “La proposta del Chianti Docg è un’operazione di disturbo del nostro lavoro”, e aggiunge: “Ciò che sorprende di più è la volontà di copiare delle scelte, senza portare un proprio autonomo contributo di elaborazione. Percorrendo la stessa strada anche nel caso della certificazione di idoneità del vino sfuso. Prevedo ripercussioni negative sia sul fronte dei prezzi sia sull’immagine complessiva, perché la confusione aumenterà. Comunque, all’interno del Consorzio del Gallo Nero, bisognerà ragionare sull’atteggiamento delle aziende che, pur iscritte anche al Consorzio del Chianti Docg, non hanno avuto la sensibilità di avvertirci di quanto stava avvenendo”.

La convivenza tra i due Consorzi non è mai stata facile “ma si era raggiunta una sorta di equilibrio” dice Giuseppe Liberatore, tra gli attori della nascita della gran selezione Chianti Classico, allora direttore del Consorzio e con un ruolo di primo piano: “Premesso che la gran selezione è una tipologia, il problema non è se il Collio o la Valpolicella la propongano, ma lo diventa se è il Chianti Docg a proporla”. Carlotta Gori, attuale direttore del Consorzio Chianti Classico, evidenzia che “è essenzialmente un grande problema di opportunità. Si alimenta una confusione ulteriore tra le denominazioni. Sulla legittimità, si esprimeranno Regione, Mipaaf e Commissione europea, che devono valutare e approvare la proposta. Noi, come affermato dal presidente Manetti, ci opporremo in tutte le sedi e nelle forme consentite”.

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Vittorio Fiore, enologo di lungo corso e produttore di Chianti Classico a Poggio Scalette, da sempre in polemica col Consorzio del Gallo Nero ci dice: “All’epoca la Gran Selezione ci fu presentata come una formula esclusiva riservata al Chianti Classico e, invece, si è rivelato un percorso praticabile da qualsiasi vino italiano a Docg. Per cui, tutti gli sforzi di valorizzazione del Consorzio saranno vanificati. A mio parere, l’unica strada per risolvere l’annosa questione del doppio uso del termine Chianti sarà interdire l’uso del termine per quei vini che nulla hanno a che vedere con l’area geografica indicata dal Bando Granducale del 1716. Abbiamo l’esempio eclatante dei produttori ungheresi del Tokaj, i quali, una volta che l’Ungheria è entrata nell’Ue, sono riusciti a impedire che chiunque possa utilizzare il termine Tokaj al di fuori dell’area geografica così denominata. Un esempio da seguire”.

(a cura di Andrea Gabbrielli)

I motivi della scelta

La mossa votata dai soci del consorzio presieduto da Giovanni Busi può essere letta in due modi. In prima battuta, può apparire un’operazione da copia e incolla rispetto al Chianti Classico, per andare in scia e seguire il modello lanciato qualche anno fa dai cugini del Gallo Nero che, grazie all’introduzione della specifica menzione, regolata da modalità produttive molto stringenti, sta affrontando e rilanciando i propri mercati strategici, con una tipologia che vale nel 2019 il 6% del giro affari complessivo di una Dop da 36 milioni di bottiglie. La seconda lettura, è legata al fatto che il Chianti Docg, capace di sfornare oltre 100 milioni di bottiglie l’anno (130 quando saranno a regime tutti gli impianti), sta lavorando al rilancio dell’immagine internazionale e ha optato per un vino di qualità che si collochi al vertice della piramide.

Effetti di mercato

Le due letture non sono in contrasto ma la decisione sta alimentando la discussione nella filiera e potrebbe spostare gli equilibri futuri. Il Chianti Docg è un gigante da circa un milione di ettolitri l’anno, con quotazioni alla produzione attualmente inferiori rispetto al Chianti Classico, coi listini rispettivi a 112 euro contro 272 euro/ettolitro (mese di ottobre; fonte Ismea). C’è da chiedersi se l’esordio, tra tre anni, di una gran selezione – made in Tuscany a base Sangiovese – col nome Chianti in etichetta, potrà avere o meno effetti diretti sulle quotazioni. Molto dipenderà da quanto vino circolerà sul mercato. Anche se non è affatto scontato che le conseguenze siano ribassiste, come osserva il professor Davide Gaeta, che ha contribuito a elaborare la gran selezione del Gallo Nero.

I grandi brand

Molti brand abbiano in portafoglio sia il Chianti Docg sia il Chianti Classico: Cecchi, Coli, Antinori, Frescobaldi, Piccini, Castelli del Grevepesa, Ruffino. Tutte potranno fregiarsi delle due menzioni e contribuire a fare una corretta comunicazione, che valorizzi entrambe le Dop.

L’intervista a Giovanni Busi

Abbiamo chiesto al presidente del Consorzio vino Chianti, Giovanni Busi, i motivi di tale scelta, e quali prospettive sia lecito attendersi in questa nuova sfida del suo Chianti Docg.

Grande novità in casa Chianti: anche voi lanciate la “gran selezione”?

La legge italiana sul vino consente ai consorzi di tutela di inserire la menzione nel disciplinare. È già accaduto, ad esempio, nella Docg Collio, in Friuli Venezia Giulia. È tutto in regola.

Qualcuno potrebbe dire che si tratta di uno scopiazzamento. Cosa risponde?

Non siamo andati a copiare gli altri. Questo concetto deve essere molto chiaro. La legge, attraverso questa menzione, consente alle aziende di collocare sul mercato un prodotto che deve rappresentare l’apice della piramide. Quindi, si tratta di un provvedimento che serve sia per il mercato sia per le imprese che utilizzano la Docg Chianti.

Quando lo avete deciso?

La decisione è stata posta sul tavolo del consiglio di amministrazione a luglio scorso, poi rimandata a dopo settembre per consentire un’analisi più oculata ed è stata approvata venerdì 8 novembre. Le prime voci di corridoio erano molto contrarie, poi invece è passata con ampia maggioranza. E non dimentichiamo che l’80% dei membri del nostro cda produce anche il Chianti Classico.

Qual è l’esigenza di mercato?

L’idea è innalzare il livello qualitativo del Chianti perché solo così si riesce a dare valore aggiunto a una pluralità di aziende. Soprattutto alle più piccole.

E i grandi imbottigliatori?

Al grande imbottigliatore la gran selezione interessa meno, mentre è fondamentale per la piccola e per la media azienda, che vogliamo rinforzare con prodotti di alto livello. Saranno loro ad andare in giro per tutto il mondo, con un numero di bottiglie limitato, ma con la capacità di valorizzare migliorare l’immagine del Chianti, che noi intendiamo rinnovare.

Avete una stima di quante bottiglie di gran selezione potremo trovare sul mercato fra tre anni?

No. C’è una grande indeterminatezza su quante possano essere veramente.

Parliamo di prezzi.

Il prezzo agli importatori, franco cantina, potrebbe partire da 3,50 e arrivare a 5,50 euro al litro. Rispetto al 1,80/2 euro litro delle quotazioni attuali del Chianti per gli imbottigliatori c’è una grande differenza. Direi, un vero e proprio salto.

Quindi, ad esempio, avremo dei Chianti Docg gran selezione a 25 euro in enoteca?

Penso che questi livelli debbano essere anche superiori. Dobbiamo considerare l’affinamento minimo di 30 mesi in cantina, rispetto ai 24 mesi della riserva, i maggiori oneri di stoccaggio del vino, una minore resa per ettaro.

Che cosa troverà il consumatore che guarda al nuovo Chianti Docg?

Il consumatore avrà di fronte una piramide: la gran selezione, con o senza indicazione della vigna, poi la riserva e, infine, il Chianti base.

Come si muoveranno le aziende?

Molte avranno una vigna dedicata e lo indicheranno in etichetta. Si inizierà con una piccola produzione.

Insomma, in questo 2019, al suo quarto mandato consecutivo, il Consorzio vino Chianti sta cambiando veramente passo.

È il mondo che gira rapidamente e, pertanto, o ci adeguiamo o affoghiamo. Abbiamo un cda molto unito e compatto rispetto all’obiettivo di riuscire a vendere bene il prodotto.

Chianti gran selezione e Chianti Classico gran selezione a confronto

Chianti: colore rosso rubino intenso, tendente al granata con l’invecchiamento, odore speziato e persistente. Gradazione alcolica minima al consumo più elevata (13 gradi rispetto ai 12 del vino base a Docg) e un invecchiamento di almeno 30 mesi. Vietato il fiasco. Viene da vigneti di proprietà, si potranno indicare la vigna e anche le sottozone.

Chianti Classico: un vino di struttura importante, che grazie alla selezione in vigneti vocati e al lungo affinamento (minimo 30 mesi più 3 in bottiglia) consegue equilibrio e armonia superiori, profondità gustativa e complessità aromatica. Un prodotto di esclusiva pertinenza aziendale.

 

a cura di Gianluca Atzeni

 

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 14 novembre 2019

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