L'Italia ha troppo vino? Ecco come si può intervenire. Parla Luca Rigotti

30 Nov 2022, 17:28 | a cura di Gianluca Atzeni
Intervista a 360 gradi al coordinatore vino di Alleanza cooperative. “Sbagliato agire sulle rese dei vini comuni contro la sovrapproduzione. Meglio soluzioni mirate sui territori”. La distillazione? “Una possibilità da valutare ma anche un passo indietro”. E sulla sostenibilità: “Le regole dello standard unico vanno migliorate”.
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Prendiamola da lontano. Un carrello della spesa così caro come quello dell'ottobre 2022 (+11,8% annuo) non lo si vedeva dal giugno 1983. Spinti dai costi energetici (+71,1%) e dai beni alimentari (+13,1% su un anno fa), i prezzi al consumo hanno subito un'accelerata che avrà conseguenze sui futuri comportamenti d'acquisto dei consumatori. E anche se per le bevande alcoliche (tabacchi compresi) l'indice Istat segna un incremento annuo di appena il 2,2%, l'industria del vino dovrà fare i conti con un'annata 2022 che, stando alle previsioni ufficiali (Ismea-Uiv-Assoenologi), produrrà oltre 50 milioni di ettolitri di vino a fronte di un alto livello di giacenze (46,6 mln/hl al 31 ottobre). E si troverà, nei fatti, come chiusa in una morsa fatta di sovrapproduzione, calo degli acquisti delle famiglie, difficoltà a vendere a prezzi più alti, elevati costi di lavorazione e materie prime (1,5 miliardi di surplus). Non a caso, l'alto rischio di un incremento dell'invenduto sta già portando alcune Regioni a riflettere sull'applicazione di misure straordinarie, come la distillazione di crisi. Lo ha appena fatto la Regione Lazio.

Nello stesso tempo, è tornato in auge il tema del controllo del potenziale produttivo nazionale, con Unione italiana vini e Assoenologi che, nel recente wine2wine a Verona, hanno rilanciato l'idea di razionalizzare le troppe Dop e Igp non pienamente rivendicate e, allo stesso tempo, di incrementare i controlli sulle rese dei vini comuni (che il Testo unico fissa a 300 quintali/ettaro, con deroghe a 400). Il mondo della cooperazione è tra i macro-segmenti più pesanti del nostro Made in Italy vitivinicolo. Per questo, abbiamo chiesto un parere a Luca Rigotti, coordinatore del settore vitivinicolo di Alleanza cooperative agroalimentari.

Presidente Rigotti, dal recente wine2wine è suonato un allarme sui rischi per margini e fatturati delle imprese del vino, con stime Uiv-Vinitaly sui ricavi 2023 a -16%. Quali prospettive intravede per le cooperative?

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L’attuale quadro geopolitico ed economico è preoccupante e i rincari dell’energia e degli altri fattori erodono margini economici, in molti casi mettono a rischio la sostenibilità economica delle imprese e, nel caso delle cooperative, che esercitano anche un ruolo di tenuta sociale, incidono sulla remunerazione dei soci. Si tratta di incrementi non totalmente assorbiti nella stessa misura dai prezzi di vendita e finora essenzialmente sopportati dai produttori.

Condivide, quindi, le preoccupazioni del comparto?

Le stime emerse mi sembrano eccessivamente pessimistiche. Gli indicatori di mercato, ad oggi, restituiscono un quadro generale ancora positivo, peraltro migliore in termini percentuali rispetto ai nostri competitor. E le vicende degli anni recenti hanno dimostrato che il settore vino è dinamico, anticiclico e capace di far fronte alla crisi. Durante il periodo pandemico, tra i più duri degli ultimi decenni, il settore, prescindendo dalla forma societaria, ha dimostrato capacità di tenuta sia economica sia occupazionale. Per questo, soprattutto nei periodi complicati, occorre coesione e trovare soluzioni condivise per un miglior funzionamento e la sua tutela.

Entrando nel dettaglio, le previsioni vendemmiali 2022 parlano di 50 milioni di ettolitri. Sarebbe il secondo anno consecutivo. Volumi abbondanti, da confermare coi dati ufficiali del registro telematico. A suo avviso, sono congrui in questa congiuntura e in uno scenario di recessione? Si tratta di vino che bisognerà in qualche modo vendere...

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La vite impone scelte strategiche e di medio-lungo periodo. Negli anni recenti abbiamo prodotto volumi anche più abbondanti rispetto alle ultime due vendemmie e possiamo dire che, anche in questi casi, si è arrivati a una condizione di equilibrio di mercato, nazionale ed europeo. Parlare, in generale, di volumi troppo abbondanti mi sembra riduttivo. Senza dubbio, il vino deve essere venduto ma occorre distinguere tra areali, segmenti e tipologie che denotano una certa difficoltà a fronte di altri che mostrano, invece, una certa dinamicità. Quindi, piuttosto che fare un discorso generico sulle quantità prodotte, bisognerebbe valutare a livello territoriale le difficoltà, i casi specifici e ragionare su soluzioni mirate e da applicare in maniera altrettanto puntuale.

Le giacenze, almeno quelle europee, sono in calo, mentre l'Italia ha in pancia una intera vendemmia, anche se molto di quel vino in stock è già prenotato. Tuttavia, tra invenduto e declassato si parla di oltre 7 mln/hll di eccedenze italiane.

I dati europei ci dicono che gli stock di apertura della campagna sono inferiori rispetto alla precedente. Tuttavia, ad oggi, l’andamento delle giacenze negli altri Paesi produttori non risulta molto differente da quello italiano. Ad ogni modo, è opportuno attendere la chiusura della campagna vendemmiale per ragionare su dati consolidati, per capire e affrontare la reale situazione.

Coltivazione vite

Eppure, si torna a già a discutere di distillazione di crisi. Lo ha fatto la Regione Lazio di recente. E se ne parla anche in Francia. Che ne pensa?

La distillazione di crisi è una possibilità da valutare, anche in questo caso solo alla luce di dati di giacenza definitivi, in grado di mettere in luce le rimanenze e la situazione territoriale. È un intervento limite che andrebbe a condizionare il mercato, tanto più se la distillazione è portata avanti con prezzi eccessivamente ridotti, potenzialmente in grado di generare un crollo del mercato e una mortificazione del segmento, in particolare gli sfusi. Peraltro, la situazione dei vini in giacenza, che ha sollecitato la proposta di distillazione, deve tenere conto che non tutte le quantità in giacenza sono invendute, anzi in alcuni casi sono già contrattualizzate.

Quindi non la esclude ma predica prudenza?

Credo sia necessario anche mappare le esigenze a livello regionale e valutare strumenti territoriali di supporto solo in caso di concreto bisogno. In generale ritengo, in ogni caso, la distillazione un passo indietro. Il vino deve essere collocato sul mercato e venduto, non distrutto.

Tra gli interventi contro la sovrapproduzione c'è la riduzione del potenziale di Dop e Igp non rivendicate a pieno e l'aumento dei controlli sulle rese dei vini comuni, per non incidere negativamente sul valore. Togliere all'Italia 4-5 mln/hl annui aiuterebbe a risolvere il problema?

Per quanto riguarda Dop e Igp, condivido la necessità di valutare strumenti utili per razionalizzare il sistema, anche a beneficio del consumatore, italiano e a maggior ragione estero, che probabilmente fa fatica a orientarsi in questa grande quantità di Dop e Igp, che possono risultare di difficile riconoscibilità. Su questo tema siamo aperti al confronto.

a cura di Gianluca Azteni

 CONTINUA...

L’ articolo completo è stato pubblicato sul Settimanale Tre Bicchieri del 24 novembre 2022
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