«Raggiunto questo obiettivo si chiude un cerchio che abbiamo cominciato in tre: io, Andrea Lonardi e Gabriele Gorelli». Impegno, costanza, studio e tanta, tanta passione. Il percorso per diventare un Master of Wine (MW) non è per tutti. Terzo MW italiano, l’enologo Pietro Russo racconta al Gambero Rosso come è riuscito e cosa ci vuole per raggiungere un così importante obiettivo.Â
Pietro Russo, quale sensazione prova dopo essere diventato Master of Wine?
Di enorme soddisfazione e felicità . Un sentimento condiviso dalla famiglia, che mi ha supportato e sopportato in questo percorso. Devo tantissimo a queste persone: se ho trovato la forza per conseguire questo titolo lo devo a Gabriele, Andrea e la mia famiglia. Tuttavia devo ancora realizzare che sia successo (ride).Â
La prima cosa che ha fatto quando l’ha saputo?
Ero insieme alla mia famiglia e ho fatto una videochiamata con Gabriele ed Andrea per condividere questo risultato. Una gioia condivisa perché è il risultato di un metodo condiviso che abbiamo creato, e ha preso forma.
Metodo?
Un percorso particolarmente difficile. All’università ero abituato a studiare da solo e ho sempre passato all’esame al primo colpo, in questo contesto ho realizzato che avevo bisogno di nuovo approccio e collaborare con altre persone. Con Andrea e Gabriele non ci siamo trovati subito, ma durante lo stage 2.
Circa dopo un anno dell’inizio di questo percorso ci siamo riconosciuti come “complementari” ed è nata un amicizia profonda. Abbiamo messo insieme i nostri punti di forza per affrontare insieme questo percorso e rispondere alle aspettative degli esaminatori. Il “metodo italiano”, cosi l’abbiamo battezzato, è consistito nel mettere a disposizione le nostre conoscenze e trovare una chiave di lettura di un esame creato da istituto britannico per gli inglesi.
Qual è stata l’impresa più ardua?
Ci sono stati due momenti complicati. Il primo è stato il risultato negativo dopo il 2018. Avevo speso energie e finanze per preparare l’esame e non aver superato una fase dell’esame mi ha fatto pensare che forse raggiungere il titolo non fosse la mia strada, che non c’erano le condizioni per continuare. Andrea e Gabriele, però, mi hanno incoraggiato e mi hanno convinto che ci sarei riuscito. Un altro altro momento difficile, più a livello psicologico, è stata la preparazione all’esame di questo ultimo anno. Avevo mio figlio di due anni che cresceva e dovevo chiudermi in stanza e studiare togliendo del tempo a lui. È stato un altro motivo per impegnarmi al massimo e riuscire in questa impresa.
Il suo approccio rispetto al vino è cambiato?
Non è cambiato con l’arrivo del titolo, ma appena ho intrapreso questo percorso. Cerchi di pensare e agire come un MW, i cui valori principali si fondano su una continua interazione e promozione dell’eccellenza e la sua comunicazione. Noi abbiamo abbracciato questi valori, cercando un continuo confronto altri MW e altre personalità del mondo del vino. Da enologo prima cercavo i difetti, ma ora ho un approccio più olistico in cui metto insieme diversi aspetti, oltre a quello organolettico, anche la sua collocazione all’interno di un mercato e un contesto di consumatori, ma anche a livello qualitativo e di prezzo e trovare il modo per saper comunicare tutto questo. È un mettersi in discussione. Continuamente.
Quindi, gli studi di enologia l’hanno aiutata?
In realtà , le mie conoscenze tecniche mi hanno complicato un po’ per quanto riguarda gli esami di teoria che riguardavano viticoltura ed enologia: avevo una conoscenza approfondita della materia e mettere tutto per iscritto in maniera concisa e diretta non è stato sempre facile. L’approccio accademico italiano è laborioso, mentre quello inglese è più snello. Mi ha però dato le conoscenze di cui sicuramente avevo bisogno.
Ha viaggiato e assaggiato vini da tutto il mondo. Quali sono le sue impressioni a riguardo?
Si fanno vini interessanti in tutto il mondo. Ad oggi è una continua ricerca di nuovi terroir per mettere una bandiera dove coltivare viti. Non è più tanto uno scoprire nuovi posti, ma esplorare e mettersi in discussione. Si sono abbattuti i confini tra la stilistica nuovo e vecchio mondo ed è tutto più sfaccettato, più bello.
E per quanto riguarda il vino italiano?
Noi abbiamo sicuramente un enorme vantaggio: siamo tra i grandi paesi produttori, possiamo offrire tanto cultura, tradizione, paesaggio, anche dal punto di vista vitivinicolo, avendo diverse varietà autoctone. Il rischio di questa complessità è che non si traduca bene in un messaggio, in una buona comunicazione. Penso che l’Italia possa accelerare sul racconto del territorio e del patrimonio di cui dispone anche grazie a noi che portiamo nel mondo il verbo del vino italiano. Siamo supporti strategici per poter comunicare la nostra terra al meglio.
Come mai ci sono ancora pochi MW italiani?Â
È una certificazione nata a Londra per il trade, e si allargata a livello Internazionale. Per motivi linguistici, di campanilismo e culturali, ci siamo tenuti a distanza, ma recentemente sta facendo breccia. È bello vedere che siamo i primi, ma vorremo essere il traino e lo stimolo per tutti gli operatori che vogliano approcciarsi a questo titolo mettendoci a disposizione.
E ora che è stato nominato MW, quali sono i progetti futuri?
Io sono un tecnico, ognuno ha il suo taglio: Gabriele è un comunicatore, Andrea, un manager, io aggiungo un’altra sfaccettatura con le mie competenze. Voglio continuare nel mondo della produzione dando una chiave lettura diversa. Un enologo 2.0 che riesca a non solo a dare considerazione tecniche, ma anche coerenti con una direzione mercato. Penso alla mia terra, la Sicilia, e voglio fare in modo di esprimere tutto il potenziale.
Chiudiamo con leggerezza: cosa ha stappato per festeggiare?
Uno Champagne e una bottiglia di Marsala.
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