Nei giorni scorsi, il Trilogo UE ha alzato bandiera bianca davanti all’impossibilità di trovare un accordo sulla riforma della Politica Agricola Comune che dovrebbe decidere i sostegni all’agricoltura europea nei prossimi sette anni. La riforma nasce spuntata, e continua a trovare ostacoli al cambiamento.
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PAC: tutto rinviato a giugno

Quasi quattro intense giornate (e nottate) per cercare di trovare un punto di incontro sulla riforma della Politica Agricola Comune. Mentre in Italia si consumava lo “scandalo” della biodinamica, nella riunione del Trilogo UE (Commissione, Consiglio e Parlamento) si materializzava il fallimento di un negoziato che riprenderà nel mese di giugno, con la strada tutta in salita. È toccato a Maria do Céu Antunes, ministro dell’Agricoltura portoghese e presidente di turno del Consiglio UE, portare avanti nella trattativa la posizione degli stati membri che si è infranta contro il muro dell’Europarlamento, per divergenze legate all’annosa diatriba tra le organizzazioni agricole europee – che auspicano di mantenere lo status quo – e i sostenitori di un programma di sostegno all’agricoltura  indirizzato seriamente verso una transizione ecologica della produzione alimentare. Il negoziato del resto è cruciale, perché la riforma della PAC dovrà decidere come distribuire nei prossimi sette anni di programmazione 350 miliardi di euro, oltre il 32% dell’intero bilancio dell’Unione Europea.

Lo scontro tra interessi economici e urgenza di cambiamento

E le visioni in campo non potrebbero essere più diverse: da un lato l’immobilismo caldeggiato dall’agroindustria per mantenere i privilegi di cui gode una minoranza di grandi gruppi; dall’altro l’urgenza di rinnovamento – anche in applicazione del documento from farm to fork approvato dalla Commissione UE  – sostenuta da organizzazioni ambientaliste, movimenti per il clima e mondo dell’agroecologia, che comunque, pur avendo la meglio, dovrebbero accontentarsi della riforma poco coraggiosa approvata dal Parlamento a ottobre 2020, che continuerebbe a sostenere le imprese principalmente in base a quanta terra coltivano o a quanti animali allevano, favorendo dunque l’agricoltura e l’allevamento intensivi. Malumori ben esposti, alla vigilia del Trilogo, dalla Coalizione #CambiamoAgricoltura, nata nel 2017 per chiedere una riforma della PAC che tuteli tutti gli agricoltori, i cittadini e l’ambiente: “Le Associazioni agricole non possono enfatizzare gli obiettivi ambientali dell’agricoltura solo quando devono difendere il portafoglio della Pac per dimenticare poi l’urgenza di dare risposte adeguate al cambiamento climatico e alla perdita della biodiversità”, spiega la Coalizione. Già lo scorso autunno, infatti, il Parlamento ha ceduto alle pressioni dell’agroindustria e la riforma, così com’è stata pensata, vedrebbe la luce sotto il peso di accuse ponderate di greenwashing.

I punti della discordia

Eppure il fallimento del negoziato si è consumato su pretese che sembrano volere tutelare ulteriormente gli interessi della lobby agricola. Per come la Pac ha funzionato finora, l’80% dei sussidi è stato destinato al 20% delle aziende più grandi d’Europa; e anche la nuova programmazione continuerà a distribuire sovvenzioni in base agli ettari di produzione. Il Parlamento, ora, chiede che si possa introdurre un capping obbligatorio, cioè un tetto massimo all’importo di cui possono beneficiare i grandi gruppi agricoli, fissato a quota 100mila euro. Proposta respinta dal Consiglio, che gioca a difendere gli interessi dei grandi proprietari. La divergenza di vedute si consuma anche sul fronte dei cosiddetti eco-schemi, finanziamenti destinati ai progetti sostenibili: per questi, il Parlamento vorrebbe stanziare 58 miliardi di euro; il Consiglio solo 39. Ma ad accendere lo scontro è anche il dibattito sull’etica del lavoro. Il tema della condizionalità sociale, che dovrebbe (giustamente) penalizzare le aziende che operano in violazione dei diritti dei lavoratori facendogli mancare i sussidi, è osteggiato da alcuni Stati membri, come la Germania e alcuni Paesi del Nord, che rivendicano l’opportunità di tenere separati gli ambiti (la Pac, sostengono, non deve occuparsi di politiche sociali). Italia, Francia e Spagna, invece, appoggiano “la proposta di compromesso della Commissione, che tiene in considerazione i diritti dei lavoratori e degli agricoltori incidendo nel modo più limitato possibile sugli oneri burocratici per gli Stati”, ha spiegato il ministro Stefano Patuanelli.

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Proprio il titolare del dicastero italiano, durante il negoziato si era detto fiducioso sul raggiungimento di un accordo: “Bisogna concludere l’accordo sulla Pac comprendendo le esigenze degli Stati, e fare uno sforzo su condizionalità sociale e architettura verde che sono i due elementi ancora in discussione”. Invece, perché l’iter della riforma avviato nel 2018 veda una conclusione bisognerà aspettare ancora. Ma anche quando la Pac sarà approvata sarà necessario che gli Stati membri correggano il tiro con piani strategici nazionali lungimiranti e ambiziosi per tutelare l’ambiente e i piccoli agricoltori che lavorano con responsabilità, ambientale e sociale.

a cura di Livia Montagnoli