Per la rubrica promossa dalla Fondazione Gambero Rosso e dedicata alle donne, intervistiamo Diana Lenzi, Presidente Ceja – Organizzazione Giovani Agricoltori Europei
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La Fondazione Gambero Rosso, creata con lo scopo di dare attenzione e risalto ai temi di ordine sociale e della ricerca, porta avanti con dedizione questa rubrica dedicata alle donne, non tanto perché crediamo nelle quote rosa ma perché è fondamentale parlare e sensibilizzare sulla parità di genere. Ed è altrettanto fondamentale farci portavoce di donne che hanno raggiunto importanti obiettivi nel proprio settore. Oggi intervistiamo Diana Lenzi, Presidente Ceja – Organizzazione Giovani Agricoltori Europei

Nella sua esperienza lavorativa quali sono stati gli ostacoli che lei ha dovuto affrontare in quanto donna?

È difficile identificare degli ostacoli specifici, perché non credo che ce ne fossero di specifici e palesi, ma che le difficoltà ci siano comunque state anche se si sono manifestate in modo più subdolo e indiretto. Mi provo a spiegare: penso che le mie scelte lavorative siano semplicemente sempre state messe più in discussione rispetto al mio essere donna, e potenzialmente madre. Quando ho deciso di intraprendere una carriera nell’alta ristorazione questa scelta è stata messa in dubbio: la cucina era un’ambiente troppo faticoso e fisicamente provante per una ragazza e comunque dal primo colloquio mi è stato chiesto cosa intendessi fare rispetto ai figli (e avevo 23 anni al tempo); quando ho preso in mano l’azienda vitivinicola di famiglia e mi sono trasferita in Toscana lontana dal mio compagno questo è stato messo in discussione: l’agricoltura era cosa da uomini e comunque per un uomo entrare nell’azienda di famiglia della propria moglie è culturalmente più discutibile che il contrario; quando ho deciso di candidarmi a presidente del Ceja il mio essere madre è stato usato contro di me. Per quanto sia giusto fare sempre scelte consapevoli prendendo tutti i fattori in considerazione, credo che questo tipo di valutazioni siano qualcosa di squisitamente personale, e non qualcosa che possa essere indotto.

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In quale modo è riuscita a superarli e a raggiungere il suo attuale incarico?

Ho imparato a filtrare le informazioni e i giudizi che ritenevo importanti e rilevanti da quelli superflui. Mi sono convinta che la competenza sul campo sarebbe riuscita a sconfiggere i pregiudizi e ho lavorato sodo per accrescere le mie conoscenze e capacità. E poi sono sempre semplicemente andata dritta per la mia strada, convita dei risultati che volevo ottenere.

Nel suo attuale ruolo quali leve gestionali sta utilizzando per facilitare il mondo femminile?

Il mio ruolo di fatto non mi permette di favorire o facilitare nessun settore, gruppo o paese perché rappresento tutti i giovani agricoltori europei, però sono convinta che condividere la mia storia, il mio vissuto e la mia presenza possano essere di stimolo e di spero ispirazione per le giovani farmers europee. Credo che anche condividere le difficoltà che ho incontrato nel conciliare vita lavorativa, associativa e famiglia possa essere importante per mettere in evidenza i limiti che ancora viviamo nel permettere alle donne di sviluppare a pieno tutte le proprie capacità.

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Quali proposte o modifiche proporrebbe alle autorità di governo per accelerare il raggiungimento della parità?

Credo ad esempio che si debba smettere di parlare di maternità ma di concedo di genitorialità dove ad entrambi i genitori siano riconosciute le stesse possibilità e opportunità economiche e temporali. E credo che queste misure debbano essere estese anche agli imprenditori e non solo ai lavoratori dipendenti.

Quali modalità e quali formule suggerisce per sensibilizzare e rendere consapevole il mondo maschile di questo gap? Un gap che, peraltro, ha conseguenze anche sul Pil.

Che siano portate avanti politiche di mobilità e assunzioni che incentivino le nuove assunzioni femminili, che siano sanzionate le politiche di mobbing di genere, ma che soprattutto a partire dalla scuola e dalla società, dalla famiglia stessa, sia intrapreso un percorso culturale che veda il mondo del lavoro come uno spazio di pari opportunità e lo spazio familiare altrettanto.

Quale messaggio o consiglio si sente di dare alle donne che hanno capacità e desiderio di emergere, in particolare a quelle che stanno ancora lottando e alle giovani generazioni?

Anche nel caso del passaggio generazionale. Di andare dritte per la loro strada, credere in loro stesse, lavorare duro per raggiungere i loro obiettivi e farlo senza mai calpestare gli altri. Credo che anche questo sia un discorso culturale importante che può aiutare anche la questione di genere. Insegnare il rispetto reciproco, l’empatia e la lealtà, che si può avere successo senza dover annientare l’altro, e che i più grandi risultati e avanzamenti si fanno in gruppo e non da soli.

Ci racconti un aneddoto (positivo o negativo) di una delle sue esperienze sul tema.

Poco dopo aver avuto i miei gemelli fui scartata per una posizione associativa anche per motivazioni legate alla mia nuova disponibilità temporale e perché veniva messo in dubbio la mia capacità appunto di conciliare lavoro e famiglia. Fu una grossa delusione umana che mi portò però per vie incidentali a iniziare la mia collaborazione con il Ceja. Oggi posso dire che in Europa ho trovato lo spazio e l’apertura che hanno saputo invece valorizzare le diverse facce della mia persona e tutti i ruoli che ricopro contemporaneamente.

illustrazione di Ilenia Tiberti

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