Le nuove (notturne!) decisioni del Governo, giustificate dalla ripresa dei contagi, sono una doccia fredda per un settore ormai allo stremo. Dopo la chiusura alle 18 ora bisognerà star fermi il weekend. Chi ce la farà?
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Dopo le dichiarazioni alla nazione del premier britannico Johnson, alle prese con i picchi più elevati di contagi e pressione ospedaliera nel suo paese, le misure prese dal governo italiano sono sembrate perfino soft. Eppure si tratta di una stretta ulteriore rispetto alle aspettative di cittadini e operatori economici di tornare a un pizzico di libertà dopo festività natalizie quanto mai blindate.

E invece niente. Il virus è attivissimo, i ricoveri hanno smesso di calare, la paura per le varianti è al suo massimo e si rischia di entrare nel pieno della campagna vaccinale con una situazione di caos: non la condizione migliore. Da qui la necessità di incrementare le restrizioni. L’esecutivo però punta sul corto cabotaggio: le misure vengono adottate solo fino al 15 gennaio 2021. E con uno scacchiere che incrocia giorni e colori introducendo una nuova nuance: il Giallo Rafforzato, in cui alle precedenti norme per le Zone Gialle si aggiunge il divieto degli spostamenti tra regioni. Il calendario dunque si profila così: Zona Giallo Rafforzato il 7 e l’8 gennaio, Zona Arancione il 9 e il 10, e poi fino al 15 regole differenziate per ogni regione.

Ristoranti: aperture a singhiozzo

Per ristoranti, pizzerie, bar è un altro colpo per tutta una serie di motivi: impossibile qualsiasi pianificazione oltre alla metà del mese (si dovrà continuare a restare chiusi nel weekend oltre che la sera? Per quanto?) e, oltretutto, la prospettiva di aperture a singhiozzo che sono quanto di più dannoso e ingestibile per chi per mestiere tratta cibo. “Abbiamo a che fare con amministratori che non hanno idea di come funziona il nostro mestiere” è la conclusione di gran parte degli operatori del settore e della filiera. Il tutto è poi esacerbato dal ritardo dei ristori promessi ma non versati effettivamente nei conti correnti delle attività fatte chiudere.

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Nelle prossime settimane, insomma, per chi avrà voglia e possibilità di affrontarle, si prospettano aperture a singhiozzo per le attività di ristorazione. Aperture a singhiozzo, peraltro, consentite solo nelle regioni eventualmente gialle. Regioni che potrebbero essere ben poche visto l’aggiornamento in senso restrittivo dei parametri per individuare il colore. Ora è infatti sufficiente che l’indice RT sia sopra l’1 per passare dalla Zona Gialla a quella Arancione, mentre si finisce nella Rossa oltre l’1,25. Allo stato dei fatti passerebbero in Zona Arancione Calabria, Liguria Lombardia Puglia e Veneto, a rischio Marche ed Emilia Romagna. Ma lo sapremo con precisione soltanto venerdì 8.

Fipe: chiediamo lo stato di crisi del settore

Il settore è talmente sfiancato che la Fipe, la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi, ormai è decisa a mettere insieme una compagine più ampia (includendo anche la triplice sindacale) e bussare ai portoni di Via Veneto dove il ministro Patuanelli potrebbe vedersi recapitare una richiesta di stato di crisi per l’intero settore. “Dobbiamo fare come hanno fatto le grandi fabbriche manifatturiere italiane quando avevano delle crisi” ci spiega il vicepresidente di Fipe Matte Musacci. “Inoltre” conclude “chiederemo che i prossimi ristori vengano calcolato su base annua e non solo sulle differenze mese su mese”. Anche per superare le ovvie storture stagionali che emergevano nel mero confronto perdite-ricavi fatto, come è stato sino a oggi, comparando aprile ’19 con aprile ’20.

Il settore è talmente sfiancato che la Fipe, la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi, ormai è decisa. Messa insieme una compagine più ampia (includendo anche la triplice sindacale) ha bussato ai portoni di Via Veneto dove il ministro Patuanelli si è visto recapitare una missiva con cui si chiede un incontro urgente “per elaborare insieme un piano organico di interventi per le imprese e i lavoratori dei Pubblici Esercizi, anche con l’obiettivo di programmare una riapertura in in sicurezza dei locali”. Su tutto aleggia la richiesta di stato di crisi per l’intero settore. “Dobbiamo fare come hanno fatto le grandi fabbriche manifatturiere italiane quando avevano delle crisi” ci spiega il vicepresidente di Fipe Matteo Musacci, che aggiunge “chiederemo che i prossimi ristori vengano calcolato su base annua e non solo sulle differenze mese su mese“. Anche per superare le ovvie storture stagionali che emergevano nel mero confronto perdite-ricavi fatto, come è stato fatto sino ad oggi, comparando aprile ’19 con aprile ’20.

I dati del 2020 e le richieste al Governo

Alla mano i drammatici conti di fine anno – dell’annus horribilis 2020 – elaborati dall’Ufficio Studi di Fipe che conteggiano a 37,7 miliardi di euro di perdite per il settore, circa il 40% dell’intero fatturato annuo del settore. A dare il colpo di grazia, le chiusure di fine anno (periodo cui normalmente si deve circa il 20% del fatturato annuo), che hanno spinto il quarto trimestre verso perdite superiori ai 14 miliardi di euro: oltre 57% in meno dei ricavi. Gli ultimi tre mesi del 2020 hanno registrato un andamento peggiore anche del primo lockdown, mandando in fumo gli sforzi messi in campo per contenere le perdite. A dare il colpo di grazia, anche il continuo carosello delle aperture: “La ristorazione italiana” dichiara Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe-Confcommercio “non ha pace: ogni volta che si avvicina la scadenza delle misure restrittive, ne vengono annunciate di nuove e si riparte da zero”. E il nuovo anno non pare cambiare direzione rispetto a quello appena trascorso, continuando nell’incertezza di quel che avverrà nei prossimi giorni, con tutte le conseguenze che derivano da questa situazione. “Chiediamo a Governo e Comitato Tecnico Scientifico di dare prospettive diverse – più certe, ma anche più motivanti – ad un settore che ha pagato un prezzo altissimo, ma soprattutto che ha già dimostrato di poter lavorare in totale sicurezza” annuncia Stoppani. “Non è più accettabile che i pubblici esercizi, insieme a pochi altri settori, siano i soli a farsi carico dell’azione di contrasto alla pandemia, richiesti di un sacrificio sociale non giustificato dai dati e non accompagnato da adeguate e proporzionate misure compensative. È indubbio che per uscire da questa crisi ci sia bisogno del contributo di tutti, ma proprio per questo non si può imputare sulle spalle sempre delle stesse categorie il peso del contenimento della pandemia, affossando nel frattempo un settore strategico per l’economia del Paese e per la vita quotidiana delle persone”.

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