Potrebbe essere letto come un modo per aggirare il decreto, ma l'idea di spostare temporaneamente gli chef negli alberghi creando pop up creativi, temporary restaurant e trattorie effimere non determina nessun rischio e non viola nessuna norma
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Ristoranti in albergo. Cenare in hotel

Certo, è vero che le nuove restrizioni hanno impedito al mondo dell’hospitality di stare aperto dopo le 18 e dunque soppresso il servizio della cena, dell’aperitivo e del dopo cena. Ed è anche vero che queste novità potrebbero peggiorare ulteriormente a breve, in un’escalation che potrebbe portarci a un nuovo lockdown generalizzato. Ma è altrettanto vero che l’attuale Dpcm lascia qualche scappatoia e qualche spiraglio: allora perché non sfruttarlo rispondendo in maniera creativa alle difficoltà senza violare leggi e senza mettere in pericolo nessuno?

Ci riferiamo alla possibilità di servire la cena per i ristoranti in albergo, sebbene limitatamente ai clienti che effettivamente alloggiano nella struttura. Molti grandi ristoranti hanno già avvisato i loro clienti di questa possibilità: se venite a dormire, una cena ve la potete concedere. Dall’Argine a Vencò di Antonia Klugmann fino all’Idylio di Francesco Apreda a Roma, passando per Zunica in Abruzzo o il Povero Diavolo nell’entroterra riminese. E nello spazio lasciato dal decreto si sono infilati anche i primi furbi, che offrono in fattura la camera a prezzo irrisorio, lasciando intendere agli ospiti che possono bellamente ignorarla tornandosene a dormire a casa e dunque aggirando, se non violando, la norma.

Ma senza arrivare a violazioni e forzature, che condanniamo, questa possibilità presente nel dispositivo promulgato dalla Presidenza del Consiglio la scorsa domenica potrebbe sollecitare il mondo della ristorazione e quello dell’hotellerie in un’alleanza temporanea a tutto vantaggio di entrambi i settori e, quindi, anche del cliente. Qualcosa di poco più che simbolico ovviamente, senz’altro di nicchia e non strutturalmente risolutivo ne sostitutivo in alcun modo degli aiuti e degli indennizzi che devono arrivare, ma sempre meglio che star fermi a compiangersi.

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Temporary restaurant in hotel. L’idea

Cosa immaginiamo? Immaginiamo che i tanti chef che sono fermi ai box la sera e che non sono riusciti, per mille motivi, a organizzarsi con delivery e asporto, potrebbero provare ad accordarsi con i tanti albergatori che hanno in queste settimane hotel aperti, mezzi vuoti e con camere in vendita giocoforza a poche decine di euro. C’è una pletora di hotel a tre o a quattro stelle dotati di ristoranti, cucine e sale che sono attualmente in pausa. Perché non pensare a dei temporary restaurant che per alcune settimane consentano di concedersi una bella cena in totale sicurezza (magari, perché no, direttamente in camera) a chi decide di alloggiare?
Gli hotel finalmente muoverebbero un pochino di fatturato; i cuochi con le loro brigate di cucina e di sala potrebbero arrotondare quanto riusciranno a fare a pranzo e col delivery; e soprattutto si inventerebbe d’un tratto un piccolo nuovo format per alimentare il turismo interno che ancora non è vietato (così come non è vietata la staycation, ovvero la vacanza magari anche solo di una notte fatta nella propria stessa città). Il tutto non solo senza contravvenire alla norma, ma neppure ai suoi principi visto che la cosa non alimenterebbe se non in modo irrisorio l’interscambio sociale che il Dpcm ha in animo di diminuire.

Il turismo interno è ancora permesso

In attesa di nuove eventuali restrizioni, tutti noi possiamo ancora decidere di passare un fine settimana in una città d’arte o in un albergo di montagna: non è impedito il turismo per il momento (in realtà neppure quello proveniente dall’estero, e infatti qualche straniero gira) e neppure la possibilità di muoversi da una regione a un’altra. Ecco perché, con i ristoranti chiusi alla sera per decreto, è stato consentito agli hotel di servire la cena. Ma se prenoto in un hotel a Firenze e ci trovo il temporary restaurant dell’Enoteca Pinchiorri, magari con un menu semplificato a un prezzo abbordabile? E se prenoto un quattro stelle a Milano e ci trovo il progetto temporaneo di Aimo e Nadia? E se alloggio per il week end a Roma e scopro che nel mio albergo c’è il ristorante pop up di Anthony Genovese? “Per una notte ci si potrà allontanare dalle preoccupazioni e dalle ansie di questo momento così difficile” spiega Alessandro Cabella, managing director dell’hotel Rome Cavalieri all’interno del quale è ospitato il ristorante di Heinz Beck che da subito ha immaginato un servizio di staycation “per entrare in una realtà fatta di sicurezza, confort ed eccellenza“.

I cuochi oltretutto oggi hanno una grande capacità di auto promuoversi, anche da soli e senza l’aiuto della stampa (che comunque non mancherebbe) e dunque questo piccolo palinsesto di ristoranti effimeri sarebbe divulgato agevolmente in tutto il pubblico degli interessati. Una piccola opportunità per gli hotel, un piccolo vantaggio per i ristoratori (ma anche per le filiere che girano intorno, pensiamo al mondo del vino: stappare una bottiglia è molto più frequente al ristorante, che non in casa), un piccolo servizio per i pochi turisti che ancora girano. Ma soprattutto un appiglio se non per il business, almeno per il morale di tutti: la tristezza rischia di abbassare le difese immunitarie e con idee di questo tipo la possiamo combattere senza rischiare alcunché.

a cura di Massimiliano Tonelli

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