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Pasticcerie, pizzerie, bar, gelaterie, agriturismi, ristoranti chiusi alle 18 (aperti invece la domenica e festivi a differenza della prima stesura del decreto). Ecco quanto scritto nel nuovo Dpcm (Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri) firmato dal primo ministro Giuseppe Conte domenica 25 ottobre e valido a partire da lunedì 26 ottobre per un mese, fino al 24 novembre. Molti pensavano che la saga dei decreti fosse terminata per sempre, altri per lo meno speravano che sarebbe ripartita più in là. E invece neppure è finito ottobre e già ci troviamo nel bel mezzo di una emergenza sanitaria da gestire stringendo di più la maglia delle chiusure.

Il nuovo DPCM del Governo

La maglia, secondo le decisioni del Governo, si chiuderà in particolar modo sull’ormai boccheggiante mondo dello spettacolo (cinema e teatri chiusi), su quello degli eventi e sull’universo della ristorazione che, dopo alcuni mesi di ripresa in alcuni casi anche arrembante, subisce uno stop che per il momento in cui arriva rischia di mettere seriamente in discussione il futuro del settore per come lo conosciamo oggi. Un’industria della ristorazione e dell’hospitality (stendiamo un velo di pietà sulla situazione degli alberghi…) ci sarà sempre, ma una volta finita l’emergenza quello che troveremo potrebbe essere molto diverso da oggi. La sensazione è di trovarci a questo punto su uno spartiacque storico netto che segnerà un prima e un dopo. Ma su questo ci sarà tempo per le analisi e le riflessioni.

Ristoranti chiusi alle 18. Ma impossibilitati dal lavorare

Il Dpcm obbliga i ristoranti a stare aperti solo nella fascia tra le 5 del mattino e le 18 della sera. A nulla sono valse le insistente di alcuni governatori di regione come Toti, Bonaccini o Zaia per difendere la categoria della ristorazione. Nessuno potrà servire la cena salvo i ristoranti degli alberghi, ma esclusivamente per gli ospiti. Al tavolo si potrà stare massimo in 4 salvo che conviventi: le famiglie numerose potranno andare ancora a pranzo insieme. Inoltre c’è la possibilità di fare l’asporto fino alle 24 e il delivery. Si tratta, è del tutto evidente, di restrizioni che solo per un fatto di ipocrisia non impongono all’intero settore della ristorazione di chiudere. Anche perché l’art. 1 del nuovo Dpcm “raccomanda fortemente” di spostarsi da casa solo per impellenti motivazioni di studio, lavoro e necessità. Di fatto andare al ristorante, anche a pranzo, è sconsigliato dal governo! Un’ipocrisia che può costare cara perché chiudere del tutto significa almeno accedere a sovvenzioni, facilitazioni, qualche vantaggio fiscale e la possibilità di trattare sull’affitto coi padroni delle, restare invece aperti senza la possibilità di fatto di lavorare rischia solo di accelerare la strada verso il fallimento per decine di migliaia di aziende con una carneficina occupazionale inimmaginabile. Con ogni probabilità in molti decideranno a queste condizioni di chiudere anche per il pranzo (spazzato via oltretutto dallo smartworking) alzando bandiera bianca del tutto con conseguenze gravissimi a ogni livello, non ultimo quello della filiera agroalimentare che rischia la paralisi: non bisogna dimenticare che una parte della filiera agroalimentare, quella più ordinaria, viene veicolata dalla grande distribuzione, ma un’altra parte, quella di eccellenza, ha un unico canale distributivo: hotel, ristoranti, bar e catering. Come abbiamo già avuto modo di scrivere in passato, pochi settori come quello della ristorazione ha una filiera così ramificata e intrecciata nel nostro sistema produttivo di alta e altissima qualità. Chiudi un ristorante di alta cucina a Udine e metti nei guai grossi un micro allevatore-produttore di formaggio sulle Madonìe in Sicilia. Questo mondo funziona così.

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Una decisione grave. Poteva essere evitata?

Il sentiment degli operatori (al netto dei tanti ai quali sale la non condivisibile voglia di proteste di piazza) è quella che sta volta non andrà tutto bene affatto, anzi. Dopo mesi e mesi di difficoltà le aziende sono in larga parte fragilissime e basta una folata di vento per spazzarle via definitivamente, anche una chiusura breve – come questa di 4 settimane, ammesso che non siano prorogate e purtroppo lo saranno – sarebbe fatale per tantissimi. Le aspettative poi non sono certo per una chiusura breve visto che a differenza del primo lockdown, questo secondo non parte alle porte della primavera, ma all’inizio dell’autunno. Salvo positive, immediate, auspicabili novità riguardanti cure & test, si prospetta una lunghissima traversata del deserto capace di mettere in ginocchio chi ha poco capitale e di far comunque scappar via anche chi il capitale per resistere lo avrebbe ma non di certo la voglia di dilapidarlo senza prospettiva e visibilità sul futuro.”Le misure annunciate dal governo” spiega la FIPE – Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi “costeranno altri 2,7 miliardi di euro ad un settore già allo stremo. Senza proporzionate compensazioni di natura economica, è il colpo di grazia“. Compensazioni economiche peraltro promesse dal Governo: “i soldi arriveranno direttamente sui conti correnti” ha rassicurato l’esecutivo. Peccato che risarcire il termine della filiera non risarcisce l’intera filiera. “Quella di domenica 25 ottobre 2020 sarà l’ultima cena in assoluto per molti miei colleghi” ha amaramente dichiarato Niko Romito. Questa è la situazione. Ma si poteva fare altrimenti? La risposta è sì.

Chiudere i ristoranti è una scelta epidemiologicamente sensata?

Ora che siamo alla vigilia del secondo lockdown, riavvolgiamo il nastro al termine del primo. I ristoranti hanno riaperto a geometria variabile a partire dalla fine di maggio, poi via via sono andati a regime a giugno. I tre mesi estivi sono passati con ristoranti, trattorie e pizzerie pienissimi anche in virtù delle norme che non hanno troppo falcidiato la disposizione dei tavoli, fiotti di insidiosa aria condizionata sui clienti, pienone un po’ dovunque nei dehors. Eppure nulla di ché è successo a livello epidemiologico. Non si hanno notizie se non assai sporadiche di focolai nei ristoranti, non ci sono link di contagio che fanno risalire ad un pranzo o ad una cena se non marginalmente. Intendiamoci, è verissimo che il ristorante è un luogo potenzialmente a rischio: si sta senza mascherina e in ambienti chiusi. Ma è altrettanto vero che gli operatori hanno lavorato in questi mesi in maniera encomiabile e i clienti sono stati quasi sempre assai disciplinati. Anche perché i ristoranti sono frequentati da persone adulte che in linea di massima riescono a rendersi conto della situazione di emergenza e ad applicare le prescrizioni e le norme. Non si può dire lo stesso delle scuole ad esempio: luoghi chiusi come i ristoranti, ma dove gli individui stanno in contatto tra di loro per molte molte ore (cinque o sei, contro un’ora e mezzo di un ristorante) in ambienti spesso dotati di impianti di areazione non all’altezza. In quelle condizioni l’eventuale presenza di un soggetto contagioso potrebbe molto facilmente saturare e impregnare l’aria scambiandosi il virus con altri soggetti. Soggetti che, a causa della giovane età, sono molto più difficilmente gestibili e sono molto più involontariamente subdoli nel portare – da perfetti asintomatici – il virus in famiglia. Evidentemente secondo il Governo è un puro caso che l’emergenza sia ri-iniziata in Italia esattamente una decina di giorni dopo la riapertura delle scuole italia; così come in Francia sia ri-iniziata esattamente una decina di giorni dopo la riapertura delle scuole francesi.

Una misura che serve ad affermare “qualcosa abbiamo fatto” se l’emergenza crescerà

Naturalmente al di là delle ipotesi di ragionevolezza nessuno sa con piena certezza dove avvengano i contagi, ma la misura del Governo in questo Dpcm rischia di avere le sembianze di una foglia di fico. Chiudere tutti i pubblici esercizi (condannandoli di fatto a morte certa, a meno di non disporre di risorse pressoché infinite per i ristori) per poter dire domani “io qualcosa ho fatto” quando i decessi per Covid arriveranno a cifre ancor più spaventose di oggi. Ma senza il coraggio, la lucidità e forse con i pregiudizi ideologici per agire dove sarebbe necessario e indispensabile agire. La sensazione è che il totem delle scuole verrà pagato caro da tutti e non solo a livello economico: non a caso durante la prima ondata dell’emergenza le scuole vennero chiuse immediatamente. Ma evidentemente il Governo ha dati ben più autorevoli delle nostre deduzioni e ha individuato pasticcerie, pizzerie, ristoranti e bar come luoghi pericolosi. Bene, ma se sono luoghi pericolosi perché tenerli aperti fino alle 18? Perché se è così insidiosa una cena fuori, consentire un pranzo fuori? Insomma andare al ristorante e togliersi la mascherina per mangiare in un ambiente chiuso dove altri si tolgono la mascherina e mangiano è davvero pericoloso oppure no? Le statistiche cosa ci dicono? Ci dicono che è pericoloso solo dopo il tramonto? Se si procede con la politica delle foglie di fico e delle misure simboliche e palliative si rischia di pagare un prezzo terrificante, a livello economico così come a livello sanitario. Auguriamoci comunque di sbagliare e auguriamoci che tra due settimane questa misura avrà ridotto radicalmente la circolazione del virus.

a cura di Massimiliano Tonelli

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