La proposta food del Sandals Hotels elabora la filosofia del bigger is better riunendo, in un solo posto, tutte le cucine del mondo. O le loro imitazioni più o meno verosimili.
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Nel 1981 il quarantenne Gordon “Butch” Stewart, ex commesso viaggiatore e venditore di condizionatori acquistava un decadente hotel a Montego Bay, Giamaica, con l’intenzione di farne un resort extralusso. Oggi, i suoi Sandals Resort sono la catena alberghiera leader nei Caraibi, con sedici lussuosi villaggi – sette in Giamaica, due nelle Bahamas, tre (con un quarto in arrivo) a Saint Lucia, due a Barbados, uno ad Antigua e a Grenada – e oltre 10mila dipendenti. Un impero tuttora in espansione: un nuovo resort è in costruzione a Tobago, e per il futuro si progetta l’espansione al di fuori dell’area caraibica.

Sandals Hotels: bigger is better

In Italia il marchio Sandals è relativamente poco conosciuto, ma per molti americani e inglesi (ben forniti dalle tratte aeree in partenza da Gatwick) è una meta d’obbligo: lusso esibito, camere equipaggiate di ogni amenità (alcune con maggiordomo incorporato), saune e Spa, viste su spiagge incantevoli, cibi e bevande serviti a ogni ora del giorno secondo la formula dell’all inclusive. Una Disneyland per adulti (per le famiglie con bambini ci sono i resort del brand “gemello” Beaches), o, se preferite, una versione caraibica di Las Vegas, perfetta applicazione della filosofia bigger is better, con quel pizzico di kitsch che agli americani piace tanto. Tutto abbondante, tutto esibito, tutto “fasullo”, dai bar che spuntano ovunque offrendo cocktail ricolmi di sciroppi multicolori alle piscine dalle forme improbabili e grandi quanto campi da calcio, da cui gran parte dei villeggianti non si schioda neppure con il mare a due passi.

Cosa si mangia nei Sandals

Anche la ristorazione segue le medesime linee guida. In ogni resort Sandals troverete i medesimi ristoranti – almeno una dozzina in ciascun villaggio – scrupolosamente concepiti per rappresentare le principali cucine del globo: anziché farvi fare il giro del mondo, vi portiamo noi il mondo nel piatto, insomma. Oltre agli immancabili ristoranti di cucina caraibica e a quelli che offrono proposte più semplici a base di grigliate di pesce, hamburger e insalatone fintodietetiche, il cliente ha l’imbarazzo della scelta: giapponese (Kimono), sushi bar (Soy), fusion (Chi), indiano (Bombay), thailandese (Thai), pub inglese (Merry Monkey, Cricketers, Drunken Duck), francese (La Parisienne, Le Jardinier), bistrot (Cafe de Paris), steakhouse (Butch’s), più vari ristoranti italiani che ammiccano a questa o quella cucina regionale (Portofino’s, Cucina Romana, Giuseppe’s, Valentino’s). Potevano mancare le pizzerie? Ovviamente no: e quale appellativo più adatto di Bella Napoli?

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Modello McDonald’s deluxe

Come si evince dai nomi, l’obiettivo è evocare un cliché che il menu provvederà a ribadire. Di sito in sito, anche arredamenti e menu si ripetono grossomodo identici, e il vino della casa è immancabilmente griffato Robert Mondavi: tre tipologie di bianco (Chardonnay, Pinot Grigio, Sauvignon) e tre di rosso (Merlot, Syrah, Cabernet Sauvignon). Il concetto è il medesimo: garantire una proposta gastronomica dallo standard invariato, ci si trovi nel resort di Grenada o a Emerald Bay. Modello McDonald’s, se vogliamo, declinato in versione deluxe. Anche se il cliente italiano che decida di cenare da Valentino’s (“Discover the heart of Tuscany!”) e si trovi nel menu le orecchiette alla barese, rimarrà perplesso; e chi volesse ordinare una carbonara, un risotto o una caprese, dovrà fare i conti con la realtà dei fatti: una copia (più o meno) conforme ma, eufemisticamente, imperfetta.

Cliché e ingenue imitazioni

Dove il modello-Sandals mostra la corda è proprio nell’imitazione pedissequa ma ottusa di un concetto ingenuo di haute cuisine, che tuttavia è ampiamente gradito dalla clientela. Al Le Parisienne, ad esempio, dove ai signori è richiesto di indossare camicie con le maniche lunghe e i camerieri servono a tavola con guanti bianchi, assaggiando un piatto di escargot o un poulet au vin ci si accorge subito che, nonostante tutto, Parigi è pur sempre a 8000 chilometri di distanza. Le cose migliorano con proposte gastronomiche meno sofisticate: i pub che servono bangers and mash, fish and chips e altri comfort food britannici offrono un’imitazione passabile e tutto sommato soddisfacente dell’originale, benché faccia specie ritrovarsi in mezzo a tifosi vocianti che, anziché una partita del Manchester United o del Chelsea, seguono entusiasti un incontro di football americano. Anche i locali asiatici si lasciano apprezzare, e per fortuna il sushi non è neppure lontanamente paragonabile a quello propinato in un qualsiasi All-you-can-eat nostrano. Infine, i cocktail: una roulette russa. Per un barista che, sia ringraziato il cielo, sa come preparare un Negroni o un Rusty Nail, con altri ci si affida alla sorte.

Il piacere dell’all inclusive

Ciò detto, nel complesso i Sandals offrono un’esperienza assai dilettevole, non fosse altro per quell’all inclusive che davvero fa fede al nome, e per la cura maniacale rivolta al benessere della clientela, con un servizio di prim’ordine. Anche se, passando da un resort all’altro, viene in mente la sensazione provata in certi motel tutti uguali lungo la Route 66, quando ti svegli in una stanza e non sai più se ti trovi in Kansas, Oklahoma, Texas o Nuovo Messico. Ma qui, davanti a quell’oceano azzurro, è un dolce naufragare.

https://www.sandalsresorts.it/

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a cura di Roberto Curti