Tutta la storia della cucina in tv dal secondo dopoguerra fino a Masterchef, passando per Gambero Rosso Channel.
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Da Vetrine nel secondo dopoguerra fino a Masterchef, passando per Gambero Rosso Channel che in questo 2019 festeggia i suoi primi 20 anni: la storia della cucina e dell’enogastronomia nella tv italiana dall’epoca delle prime “lezioni” a quella dei social onnivori e onnipresenti. Una carrellata dei successi televisivi del food&wine.

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Celebrity Masterchef. Foto di Ag.Sintesi

Di abbuffate teleculinarie ne abbiamo pieni gli stomaci oltre che gli occhi. L’attaccamento a certi programmi tv gastronomici, ormai nicotina per i nostri cervelli cheffeggianti, ci ha portato a distorcere la realtà: e se gli italiani sono da sempre tutti commissari tecnici della Nazionale di pallone, oggi abbiamo cominciato a sentirci anche tutti chef, esperti gastronomi, sommelier. Per il solo fatto di saper commentare – a colpi di hashtag – un impiattamento non riuscito di un cuoco televisivo, o circa un ingrediente utilizzato che cozza con la ricetta originale del 1800.

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La prova del cuoco con Antonella Clerici. Foto di Donata/Sintesi

Siamo arrivati al punto di disperarci per la stella Michelin persa da Cracco senza saperne il perché, o a dare più rilevanza al blitz dei Nas nel bistrot di Antonino Cannavacciuolo che al molesto blitz della suocera in casa nostra. I mezzi di comunicazione, relativamente nuovi (come i social) o più tradizionali (come la tv), ci hanno trasportato in una realtà teleculinaria diventata come il pane: non può mai mancare a tavola. Ma quando il pane, quello vero, non c’era; quando si usciva dalla guerra mondiale, quando nasceva la televisione, avremmo mai pensato a Cracco e al suo firmamento? La televisione culinaria c’era già, ma era nata per tutt’altro scopo e noi proviamo a raccontarvela tutta, questa storia affascinante.

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Viaggio nella Valle del Po con Mario Soldati. Foto di Ag.Sintesi

Correva l’anno 1952

È il 1952. Mentre in Inghilterra si esulta al grido di God save the Queen, in Italia esordisce la Rai Tv con la televisione sperimentale. A far capolino nel tubo catodico primordiale è una giovane giornalista della rivista Grazia. Il suo nome è Elda Lanza, la prima presentatrice ufficiale della tv italiana. Quando la direzione le chiede di pensare a un programma nuovo, la signora non ci impiega molto a capire che bisogna andare incontro alle esigenze di quella manciata di italiani che vivono molto tempo a casa, soprattutto donne che non frequentano – come i loro mariti – i bar e i caffè.

Nasce Vetrine, il primo contenitore tv al femminile che tra libri, consigli su moda e trucco offre anche lezioni di cucina. La rubrica è affidata a Luisa De Ruggieri, giornalista e grande estimatrice del mondo legato ai fornelli. Viene di fatto impressa la prima impronta sul pianeta teleculinario: la De Ruggieri spiega dettagliatamente le sue ricette dando consigli su come migliorare le preparazioni. Continua le sue “lezioni” sino al 1957, anno in cui la trasmissione viene chiusa, ma – sarà che gli insegnamenti avevano avuto successo, che la visione del cibo stava cambiando e che la gente, uscita dalla guerra, aveva bisogno di conoscere, e la RAI di accreditarsi come strumento indispensabile che educa e istruisce – i telespettatori non vengono lasciati a digiuno.

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Luigi Veronelli. Foto di Archivio Veronelli

Due pietre miliari: Soldati e Veronelli

Il 3 dicembre 1957 va in onda la prima puntata di Viaggio nella Valle del Po. Alla ricerca dei cibi genuini di e con Mario Soldati, un favoloso e, ancor oggi, mitologico reportage in 12 puntate che il giornalista, scrittore e regista conduce andando a visitare i patron delle trattorie, dei ristoranti, chiedendo ricette e mostrando il dietro le quinte di cucine professionali e non. Un programma che getta le basi per la diffusione di una conoscenza gastronomica non più limitata alla sopravvivenza né ai fornelli domestici, ma estesa alla genuinità di prodotti e preparazioni e alle storie – alla narrazione, diremmo oggi – di chi li fa.

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Colazione allo studio 7 condotto da Luigi Veronelli e Ave Ninchi. Foto di Ag.Sintesi

La prima sfida culinaria in televisione

La prima sfida culinaria in televisione tra cuochi non professionisti risale agli anni ’70, battezzata da Luigi Veronelli con il programma A tavola alle 7 (prima Colazione allo studio 7), uno show in onda dal 1971 al 1976 in cui, tra consigli culinari e quiz telefonici – condotti con simpatia da Ave Ninchi nelle ultime edizioni – cuochi amatoriali armati di pentole e tegami si sfidano riproducendo il piatto di una regione ognuno nella sua versione (esempi? Costolette di maiale alla umbra vs. costolette di maiale alla siciliana). Le preparazioni seguono i tempi di cottura, molto lenti, rispecchiando a tratti la società dell’epoca: senza troppa frenesia, con il tempo che occorre.

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Fanno poi capolino in questo periodo i primi cuochi provetti, uomini che defenestrano le mogli dal ruolo ancestrale di preparatrici di manicaretti prendendosi lo scettro e trasmettendo la loro attività ai fornelli.

I ’70 sono anni fulgidi per il panorama telegastronomico italiano. Ad affiancare il racconto regionale di Veronelli, c’è quello di Giuseppe Mantovano e Sergio Spina che supera le frontiere dello stivale per arrivare su territorio straniero e far conoscere le cucine francesi, spagnole, austriache, jugoslave, tedesche, egiziane, marocchine (e non solo), con il programma Il mondo a tavola. Di fatto un viaggio gastronomico condotto da giornalisti esperti che va a colmare il vuoto degli italiani a tavola, aridi di conoscenza straniera. Si parla di ristoranti celebri, vini, tipologie di consumatori, tutto con la costante cornice storico-culturale in cui l’inchiesta si svolge.

programmi di cucina Wilma De Angelis
Il Pranzo è servito con Wilma De Angelis

Anni ’80, il duopolio Rai-Fininvest

Anni ’80. È tempo di dire addio alla televisione che educa e insegna. Ed è tempo di precotti prima e di prontocotti poi, dei primi cellulari, dello scandalo del vino al metanolo, e se da un lato la tv commerciale avanza con la pretesa di spartirsi il monopolio con la RAI, dall’altra i programmi di cucina risentono di questa spaccatura. La tv ora è anche commerciale e intrattiene: nasce Il Pranzo è servito su reti Finivest, e su Telemontecarlo si consolida la presenza di Wilma De Angelis che diventa la regina delle telemassaie con le sue ricette ripiene di product placement in ogni passaggio (come dimenticare l’onnipresente olio Friol o i prodotti della Valle degli Orti). Sale, pepe e fantasia, A pranzo con Wilma, La spesa di Wilma, Complimenti allo chef risucchiano benevolmente la De Angelis, riscoperta (in veste gastronomica) da un Paolo Limiti temerario e richiesta da spettatori e rete, nonostante la sua evidente imperizia in cucina: Wilma ringrazierà in futuro il suo ghost-chef Giovanni Fenini per i quindici anni circa di lezioni di cucina che termineranno nella seconda metà degli anni ’90.

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Dimmi come mangi condotto da Carla Urban. Nella foto è con Edoardo Raspelli. Foto di Ag.Sintesi

La vecchia RAI da par suo non demorde di certo e fa informazione culinaria: sotto l’egida di Giovanni Minoli, ideatore e mentore, su Raiuno due occhi blu – quelli di Carla Urban – cercano di sfidare l’ombelico provocatorio di Raffaella Carrà su rete cugina Rai, aprendo il mondo della telecucina alla salute, all’alimentazione e agli chef. Con Dimmi come mangi e Che fai, mangi? (in seconda battuta) gli italiani all’ora di pranzo sono invitati a conoscere ingredienti, prodotti della terra, strizzando l’occhio alla spesa. Si invitano i primi grandi chef di ristoranti in televisione: ricordiamo dei Gualtiero Marchesi e Gianfranco Vissani perfino loro timidi davanti alle telecamere.

In concomitanza all’ascesa dell’alimentazione sana in tv, nel 1981 nasce Linea Verde, condotto da Federico Fazzuoli fino al 1994, in cui si esplora il mondo agricolo parlando di prodotti, tradizioni rurali e aprendo le porte anche ai non addetti ai lavori. Il programma mette le sue radici sul terreno che era stato di programmi del tipo A come Agricoltura (in onda tra il 1970 e 1980) e, ancora prima, de La Tv degli Agricoltori, trasmissioni rivolte principalmente a operatori agricoli in un’Italia ancora semi-rurale. Linea Verde è uno dei programmi che negli ultimi 40 anni ha seguito il mondo rurale nella sua evoluzione (lo fa ancora oggi), raccontando un’Italia agricola che è riuscita a sopravvivere arrivando persino a reinventarsi in declinazioni più avanguardistiche: vedi la coltura idroponica o l’adozione dell’internet of things. Da menzionare in questo ricordo è Melaverde. Tra i conduttori storici e longevi c’è il critico enogastronomico Edoardo Raspelli alla guida per 20 anni (dalla fine degli anni’90): con il programma si va in giro per l’Italia a riscoprire il territorio, il lato ambientalistico e le tradizioni gastronomiche che ci sono soprattutto dietro le aziende alimentari locali.

Anni ’90. Nasce Gambero Rosso Channel

Con gli anni ’90 cambia il vento: diciamo addio a tutorial di cucina, a preparazioni lunghe come quelle delle sfide di Veronelli e sdoganiamo la velocità, la cucina per fuorisede, le preparazioni per i ragazzi. L’iniziatore e il rivoluzionario è Andrea Pezzi che nel 1996 lancia, sulla fresca MTV, il programma Kitchen: una serie di incontri/interviste in uno studio adibito a tinello con personaggi della musica, della politica, della televisione, dello spettacolo e non solo. Da Cristina Aguilera sino a Francesco Rutelli, da Vinicio Capossela a – ancora lei – Wilma De Angelis: c’è la fila per chiacchierare con Pezzi davanti a una ricetta abbozzata dalle loro mani ben poco esperte, pretesto per imbastire intrattenimento e coinvolgere il pubblico facendolo immedesimare. “Penso che Kitchen abbia il merito di aver portato in televisione la spontaneità di relazione, che solo la cucina intesa come ambiente familiare sa restituire. A modo suo rappresenta una delle pietre angolari della storia della televisione” ricorda Pezzi.

Nella nuova veste della tv cuciniera s’inserisce con audacia il Gambero Rosso, canale tv nato nel 1999 assieme a RaiSat dalla quale si sgancia nel 2009 rimanendo sulla piattaforma Sky dove oggi è l’unico canale gastronomico. Il canale inizialmente racconta la vita degli chef e fa conoscere i ristoranti e la cucina vista come arte e tecnica, tant’è che i picchi di ascolto, nel primo periodo, si hanno di notte quando a seguirlo sono i cuochi di ritorno dalle cucine che si rispecchiano nei colleghi protagonisti in tv. È una televisione che, pur avendo cucina in diretta, non racconta solo ricette ma soprattutto disvela le storie, la cultura, l’umanità che c’è dietro ai fornelli e alle tavole dei grandi ristoranti, delle insegne d’autore e delle trattorie.

Passa un solo anno e a sfidare il grande nome del Gambero arriverà Alice TV dedita più a una cucina popolare, quella delle massaie, che farà la sua parte nel panorama telecuciniero passando in seguito dal satellite al digitale terrestre.

Gambero Rosso Channel ha anche il merito di aver precorso i tempi sulla cucina “talentuosa” messa a giudizio di grandi chef. Prima di parlare di Masterchef è bene fare un salto nel 2010 ai tempi de La scuola – cucina di classe condotto da Francesca Romana Barberini in cui concorrenti, con il pallino della cucina, si sfidano (prima a coppie, poi singolarmente) con delle prove. Il tutto è messo ai voti di chef. Da La Scuola (come ospiti e giudici) sono passati tantissimi chef che oggi sono tra i più conosciuti del firmamento internazionale della cucina: Igles Corelli (tutor del progetto), Moreno Cedroni, Marcello Leoni, Ilario Vinciguerra, Angelo Troiani, Piergiorgio Parini, Ezio Santin, Niko Romito, Gennaro Esposito, Salvatore Tassa, Viviana Varese, Philippe Léveilleé, Carmelo Chiaramonte, Anthony Genovese, Gioacchino Pontrelli e Rosanna Marziale.
La prerogativa del programma, diversamente da Masterchef, è quella di essere una vera e propria scuola e non solo spettacolo culinario.

L’era di Masterchef

Dai primi anni 2000 a oggi è storia di tutti i giorni. L’avanzata dei programmi teleculinari, forgiata anche dalla diffusione del satellite e del digitale terrestre, miete vittime su tutte le reti. Da La prova del cuoco nato nel 2000 sulla base del format Ready Steady Cook della BBC, ad alternarsi con un sempreverde Davide Mengacci con i suoi giri d’Italia tra i borghi (iniziati a metà anni ’90) a riscoprire ricette della tradizione: è la Real TV. I primi anni del nuovo millennio sono il terreno dei reality, della prima edizione del Grande Fratello, della vita vissuta in modo affannoso. In tutto questo anche la concezione del cibo cambia: si cucina per sedurre, per relax, andando di pari passo con la società che corre e che vive nei ritagli di tempo.

Tra il 2005 e il 2006 rispuntano i cosiddetti tutorial che poi, come format, dilagheranno sui social. Come non ricordare Cotto e mangiato di Benedetta Parodi, simbolo delle donne-mamme lavoratrici a tempo pieno che hanno pochi minuti al giorno per dedicarsi alla cucina e devono destreggiarsi con tacchi e tailleur da ufficio tra i fornelli.

L’arrivo di Masterchef nel 2011 in Italia stravolge e collauda un nuovo modello di programmi tv gastronomici, quelli legati allo storytelling. Se fosse un romanzo o una storia da raccontare, diremmo che seguono la scia della Piramide di Freytag, quella della narrazione: ci sono protagonisti, antagonisti, aiutanti, conflitti (interiori e non) da risolvere, e ostacoli da superare per raggiungere l’obiettivo. Anche se di fattura visivamente diversa, semanticamente Masterchef, Cucine da incubo, Spie al ristorante seguono tutti la stessa linea. Ci si affeziona in primis alle storie e ai protagonisti mettendo da parte quello che è l’ingrediente base: il cibo.

Oggi guardiamo questo genere di programmi di cucina per instaurare conversazioni e non per imparare, come se Masterchef giocasse lo stesso ruolo che ha il meteo o la partita di calcio nelle discussioni al bar. Una commodity mediatica. La questione interessante a questo punto è: c’è ancora speranza di affrontare il cibo in maniera meno spettacolare, meno costruita e un po’ più contenutisticamente rilevante? Senz’altro una sfida avvincente per i prossimi anni.

Il futuro della cucina in tv

La domanda aleggia: “moriranno mai i programmi di cucina?”. La risposta sta in questa storia: ed è no. La vicenda è ormai lunga 60 e più anni e dimostra che possono avere ancora lunga vita dei contenuti che comunque devono però trasformarsi, evolversi, ripensarsi. Sia sui contenuti sia sulla distribuzione visto che oggi la tv non è neppure lontanamente quella cosa di 60 anni fa, ma neppure quella di 20 anni fa. C’è il video on demand, e colossi come Sky, Netflix o Amazon si fanno concorrenza puntando sempre più in alto. Qualche esempio? Chef’s Table su Netflix o Pizza Hero con Gabriele Bonci. In entrambi i casi si porta davvero il pubblico a conoscere o almeno ad annusare la realtà che c’è dietro il grande lavoro dei maestri panettieri, degli artigiani, degli chef. Mostrando un’umanità che è umana davvero e che non scaturisce solo grazie a qualche montaggio congegnato bene. Un viatico per i prossimi 60 anni di cibo in tv.

a cura di Antonella Dilorenzo

Articolo uscito nel mensile di dicembre del Gambero Rosso. Il numero lo potete trovare in edicola o in versione digitale, su App Store o Play Store

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