Per capire dove sta andando la cucina italiana (prossima tappa: Unesco), bisogna capire prima da dove veniamo. Storicamente, culturalmente, scientificamente. Se Alessandro Manzoni crea la lingua dellโItalia, Pellegrino Artusi รจ colui che inventa un linguaggio gastronomico italiano. Anche in questo caso, tutto ha inizio con un libro: La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene (1891) che, in unโItalia appena unita va a diffondere lโidea di una cucina nazionale. Attenzione: nazionale, ma non unica. Perchรฉ inutile dirlo: le cucine regionali sono la vera ricchezza della cucina italiana. E sono nate molto prima.

Foto di Filippo Nigro – Casa Artusi
Paradossalmente รจ proprio la Prima Guerra Mondiale a creare un primo scambio di dialetti e di ricette. Se non altro nella nostalgia del ricordo. ยซFu cosรฌ che la Brigata Calabria assaporรฒ le tagliatelle alla bolognese, che i veci della Val Brenta gustarono le zeppole leccesi, che la Sassari si sfamรฒ con il baccalร alla vicentina, che il Tevere conobbe il fricandรฒ friulanoโ, scriveva Angelo Nataloni.
A sparigliare le carte in tavola ci pensa il Manifesto della cucina futurista, inneggiando allโ “abolizione della pastasciutta: assurda religione gastronomica italianaโ. Marinetti e company, infatti, dichiararono lโalimento amidaceo (la pastasciutta, appunto) colpevole di ingenerare negli assuefatti consumatori โfiacchezza, pessimismo, inattivitร nostalgica e neutralismoโ. Una nuova guerra (anche culturale) sta per arrivare: โGli spaghetti non sono cibo per combattenti”, asserisce il poeta.
Nellโincontro tra futurismo e fascismo, la guerra si inizia a combattere in casa, a colpi di nazionalismo linguistico: il cocktail diviene la polibibita da ordinare al quisibeve e non al bar; il dessert diventa il peralzarsi, il picnic il pranzoalsole. Ma la rottura tra i due Movimenti si consuma in fretta: lโavanguardia futurista era troppo per chi aveva il compito di diffondere la cucina classica “italiana” alle masse come mezzo per creare uno stato-nazione unito.

Con il fascismo non sono solo le parole ad essere sostituite ma anche i prodotti, sotto i colpi dellโautocrazia: il primo a pagarne le conseguenze รจ il caffรจ sostituito dalla cicoria. Nel โ39, arriva il provvedimento della Camera dei fasci e delle corporazioni, che bandisce lโuso dellโespresso al bar della Camera e alla Presidenza del Senato. Lโautosufficienza, perรฒ, inizia presto a diventare sinonimo di scarsitร : โLa carne ingrassa e puรฒ portare alla sterilitร โ, โSi muore piรน facilmente di indigestione che di fameโ e, infine, โSe mangi troppo derubi la patriaโ, sono solo alcuni degli slogan della propaganda. I cibi piรน diffusi? Zuppe di verdura, frittate, minestroni, formaggio, riso, legumi (usati anche per la farina) e pane (soprattutto scuro). Con quantitร sempre minori a mano a mano che si entra nel vivo della Seconda guerra mondiale.

Le conseguenze si pagano anche negli anni a venire, come dimostra lโistituzione, nel 1951, di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria e sui mezzi per combatterla. I dati parlano chiaro: la carne non รจ unโopzione per quasi il 30% delle famiglie italiana; il 15% non usa lo zucchero; nelle campagne pane e cipolla sono, in molti casi, lโunico pasto.
Ma nella cucina povera โ lo sappiamo bene oggi โ ci sono alcuni principi della dieta mediterranea. Non รจ, infatti, un caso che proprio negli anni โ50 nasce la cosiddetta cucina mediterranea, grazie agli studi dell’epidemiologo americano Ancel Keys sulle popolazioni (italiane, Cilento in primis), dove lโalimentazione era ricca di vegetali, legumi, pesce e olio d’oliva, e povera di grassi saturi e carne e dove il tasso di malattie cardiovascolari era molto basso.

In poco tempo il boom degli anni Sessanta esplode anche in cucina, al ritmo dei tanti elettrodomestici che iniziano a popolare i desideri degli italiani. Il Carosello fa il resto. ร il tempo dei cibi conservati, delle merendine, delle creme spalmabili. Non รจ un caso che la Nutella nasce ufficialmente ad Alba nel 1964 (sebbene le basi erano state lanciate venti anni prima).
Ma a cambiare gran parte delle regole in cucina sono gli anni Settanta, ovvero il decennio in cui nasce e si afferma la Nouvelle Cuisine, il movimento francese che, nonostante le ritrosie a riconoscerlo, รจ rimasto fondamentale per la cucina che verrร dopo, con i suoi piatti piรน leggeri, basati sugli ingredienti di stagione e senza eccessi di burro e di panna. Via la grandeur francese, largo alle nuove generazioni di chef. Il manifesto in dieci punti che ne nasce รจ indicativo e in parte attuale, dallโalleggerimento dei menu allโuso di prodotti freschi e di qualitร (meno nei punti in cui vengono messi al bando marinature, frollature e fermentazioni).

Gli anni Ottanta del Belpaese sembrano, perรฒ, mettere al bando la Nouvelle Cuisine. Altro che semplicitร , lโItalia รจ tutta proiettata verso una esterofilia consumistica inarrestabile. Sono gli anni dellโabusivismo edilizio, delle tangenti, della Milano da bere. La parola chiave รจ abbondanza. In cucina la panna la fa da padrona: dalle penne alla vodka, ai tortellini fin alla pasta con le tre P.

Non solo. Arrivano in Italia (per restarci) i primi fast food. Anzi il primo รจ proprio italiano e ammicca al modello americano. Si chiama Burghy e fa il suo esordio a Milano, a piazza San Babila, nel 1982. Lโaccelerazione รจ esponenziale: Burghy arriva a gestire 96 punti vendita distribuiti tra il Nord e il Centro Italia, tanto da mettere in difficoltร perfino il colosso americano McDonaldโs che, intanto โ tra mille polemiche – nel 1986 arriva a piazza di Spagna.
Tutta questa abbondanza ha, perรฒ, un risvolto della medaglia: nel 1986 nascono le prime โLinee Guida per una Sana Alimentazione Italianaโ, dellโInran (Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione, oggi sostituito dal Crea). Son ben lontani gli anni delle ristrettezze, gli italiani hanno un nuovo incubo: le calorie. I nutrizionisti ringraziano.
E nel 1986 nascono il Gambero Rosso e Slow Food. Anche la critica enogastronomica vuole la sua parte.

Gli anni Novanta sono quelli della spettacolarizzazione del cibo. Unโimmagine su tutte: รจ il 13 ottobre 1997 quando in Tv, nella terza Camera di Bruno Vespa, Massimo DโAlema a favore di telecamere prepara il suo risotto ai funghi nel bel mezzo di una puntata dedicata alla riforma costituzionale. Ci sono anche Ferruccio De Bortoli e Gianfranco Vissani. La politica diventa pop e la cucina diventa spettacolo, mentre gli chef diventano delle vere celebritร da piccolo schermo. Al ristorante gli italiani scelgono i menu degustazione.
Gli anni Duemila si aprono con il Manifesto della gastronomia molecolare italiana per mano del fisico Davide Cassi e dello chef Ettore Bocchia. Lโobiettivo รจ rivalutare la tradizione gastronomica italiana attraverso l’uso di tecniche scientifiche, valorizzando le materie prime. Intanto, nuove abitudini e cucine si fanno strada: gli italiani scoprono il sushi e la colazione viene (se non sostituita) ampliata dal brunch.
Nel 2011, sullโonda della spettacolarizzazione del cibo, va in onda la prima stagione di Masterchef Italia, le scuole alberghiere si riempiono di studenti e fare lo chef diventa il nuovo sogno dei ragazzi italiani.
Gli anni del Covid sono quelli della riscoperta della cucina casalinga, da cui si afferma il trend della cucina a domicilio. Ed รจ proprio nel 2020 che, Maddalena Fossati, direttrice della Cucina italiana, lancia lโidea di candidare la Cucina italiana a patrimonio culturale immateriale Unesco.

Certo, come abbiamo visto da questa veloce carrellata, lโevoluzione di una cucina non la si puรฒ fermare in unโunica fotografia (anche se la fotografia con i festeggiamenti da Nuova Delhi ci auguriamo di poterla incorniciare a futura memoria). Per cui lโappuntamento รจ piรน o meno tra altri cento anni per capire come sarร cambiata quella che oggi, a torto o ragione, definiamo cucina italiana. To be continuedโฆ
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