È il 23 marzo 2025. Nonostante sia primavera da due giorni, l’aria fuori e dentro casa mia è cupa. Mio padre è morto da due giorni e io lo sto cercando ovunque, nell’odore di un lenzuolo non ancora lavato, in un pigiama da poco indossato, in un dopobarba che di tanto in tanto vado ad annusare in bagno. Non è una primavera di rinascita. Vagare in casa e cercare è l’unico obiettivo. Riordinare è la missione. Per togliere confusione e ritrovare forse una via. Il portafogli di mio padre è l’oggetto prezioso che in casa nessuno ha mai toccato contro il suo volere, significava scavalcarlo, non riconoscere più il suo ruolo di capofamiglia e protettore: chi amministra, governa. È morto da due giorni e non ho il coraggio di prenderlo e vedere quello che c’è dentro: è di pelle, nero, è ammaccato, ha la forma del palmo della sua mano. L’aria è cupa fuori e dentro casa mia, e io faccio quello che non avevo mai fatto: violare il suo portafogli. I pezzi di carta sono tanti, appunti di numeri di telefono: meccanico, medico, caf. Fra le carte che riportano tutti contatti burocratici, ne sbuca poi uno scritto a mano, sembra la sua calligrafia, ma ho dei dubbi che non sia del tutto la sua.
Il biglietto recita: “Pasta frolla”, segue l’elenco: “g 500 farina, g 250 burro, g 250 zucchero”. Una linea divide l’impasto dal ripieno che s’intitola: “Ricotta per g. 500”, segue l’elenco: “Ricotta g 500, zucchero g 150, Uova P. 5, vanilia – cannella e limone grattugiato”. Cosa ci facesse quella ricetta sbagliata nel portafogli di mio padre non lo so. Lo mostro a mia sorella e a mia madre e l’aria cupa diventa rilassata. In quella ricetta lo riconosciamo: “Sempre la ricotta”.

La ricotta per mio padre era intoccabile, onnipresente, la manna risolutiva a qualsiasi pranzo. L’adorava. E da quando ho memoria, fino agli ultimi giorni della sua vita non l’ho visto mai rinunciarci, la mangiava in qualsiasi forma. Ho dei chiari ricordi d’infanzia: il rito della domenica era un piatto di pasta e ricotta con lo zucchero come antipasto, prima di avviare il vero pranzo fatto di pasta al sugo e braciole. E ricordo spesso di avergliela preparata io come gesto d’amore. La ricotta andava rimestata nel piatto con lo zucchero, quasi a creare una crema. Lui era lì che fumava la sua MS e controllava che il procedimento fosse corretto, e poi sorrideva quando mi dimenavo con la manina e il cucchiaio a creare la crema perfetta. La pasta si scolava poi direttamente nel piatto e si mescolava per bene.
C’era un altro piatto domenicale che mio padre adorava, un po’ complicato da preparare, ma veramente delizioso: i calzoni di Gravina. Sono una specie di ravioli fatti in casa ripieni con ricotta, zucchero, cannella, scorza di limone e rosso d’uovo, per chi ha piacere. Si condiscono con del sugo di carne e il contrasto dolce e salato è quello che faceva impazzire mio padre, ma anche me che ero felicissima di mangiarli. Quando mia madre li preparava voleva dire festa: in onore del Patrono San Michele, o altre occasioni paesane che ci rendevano felici almeno a tavola. Quando nominavo la parola “calzoni” gli sorridevano gli occhi, non so quale fosse il motivo, se perché glieli preparava sempre sua madre, andata via molto giovane, eppure era la parola che poteva farlo felice, anche solo per il tempo di un pasto.
Era marzo 2025, una data x che non ricordo con precisione, so solo che erano gli ultimi giorni di mio padre e io non sapevo più come farlo respirare adeguatamente, vivere un po’ di più, l’unico mio pensiero era curarlo con il cibo. “Papà, li vuoi i calzoni?”. Mi ha guardata e mi ha detto con quel filo di voce che gli era rimasto: “Buoni, buoni”, annuendo con la testa. Ma i giorni sono andati, i calzoni non li ho più fatti perché temevo potesse non deglutirli, e per non farlo andare via con dispiacere, ci ho rinunciato. Ho sempre il rimorso che lui possa essersene andato con il pensiero di una figlia discola che promette calzoni e non li fa. Ma in compenso, il giorno del suo compleanno, a luglio scorso, io, mia madre e i miei nipoti abbiamo preparato insieme quella torta alla ricotta sbagliata che era infilata nel suo portafogli. Era brutta ma buona e mio nipote Giorgio ha voluto sugellare con la N di nonno, fatta con le sue manine, quel dolce che ogni anno preparerò nonostante lui non possa soffiare sulle candeline.

Ma poi mio padre era un buongustaio nonostante rifiutasse l’idea di mangiare fuori. Lui era per le cose di casa, preparate da mia madre. Spesso non accettava di mangiare nemmeno qualche piatto caldo portato da sua sorella o da qualche amica di mia madre. Diffidente, ma con soddisfazione verso quella donna che gli preparava pasta con fagioli o lenticchie da una vita, altro pranzo che adorava.
L’elenco dei ricordi è infinito e fa anche male, ma si dice che fare le liste aiuti a mettere ordine, fare spazio, vivere meglio. Non so se vale anche adesso, ma ne farò una, quella delle cose belle di mio padre Peppino legate al cibo:
Non so se una lista aiuti a vivere meglio, so solo che adesso ha aiutato a farmi piangere.
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