In orbita

"Non sono ammesse briciole": ecco cosa mangiano gli astronauti diretti sulla Luna

Dalla missione Artemis II ai pasti studiati per la microgravità: tortillas, mac and cheese e cibi speciali dove anche una briciola può diventare un rischio

  • 02 Aprile, 2026
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La prima immagine che accompagna il ritorno verso la Luna della missione spaziale Artemis II della NASA – la più ambiziosa dopo oltre 50 anni dalle missioni Apollo degli anni Sessanta e Settanta – è sicuramente il razzo alto quasi cento metri che si stacca dalla rampa di Cape Canaveral in Florida e si perde nel buio. Un’immagine che ha lasciato milioni di persone col fiato sospeso per diversi minuti (compresa la redazione del Gambero Rosso). E ora la missione a bordo della capsula Orion è iniziata, ci sono decine di centinaia di aspetti che dovranno funzionare, studiati nel dettaglio prima della partenza, tra cui quello dell’alimentazione dei quattro astronauti. E mangiare in orbita non è semplicissimo.

A bordo ci sono Reid Wiseman, comandante e già protagonista di missioni sulla Stazione Spaziale Internazionale; Victor Glover, pilota con una carriera nella marina e una precedente esperienza nello spazio; Christina Koch, ingegnera con una lunga permanenza in orbita alle spalle; e Jeremy Hansen, astronauta canadese alla sua prima missione oltre l’orbita terrestre.

Cosa mangiano gli astronauti di Artemis II

Il volo spaziale verso la Luna sta procedendo secondo i parametri previsti e, come detto, apre una fase operativa in cui ogni dettaglio è stato pianificato, compresa la parte relativa all’alimentazione, che nello spazio assume un ruolo centrale nella gestione delle energie e dei ritmi quotidiani. Come riportato dall’agenzia stampa AGI, il menu della missione Artemis II comprende diversi piatti: tortillas, quiche vegetale, insalata di mango, brisket e maccheroni al formaggio (ovvero gli iconici mac and cheese statunitensi), insieme a una selezione di bevande che include limonata, sidro di mele, tè verde, cioccolata calda e caffè, oltre a dolci come pudding, biscotti e torte.

Mangiare in assenza di forza di gravità non è facilissimo, richiede alcune accortezze, soprattutto “tecniche”: il cibo, infatti, può fluttuale una volta fuori dalle confezioni. In alcuni casi, quindi, il cibo viene liofilizzato o reso in forma liquida, ma per quanto riguarda Artemis II molti degli alimenti sono stati concepiti per non generare briciole. Dal punto di vista tecnico, il cibo è preparato con metodi che ne assicurano la conservazione tramite la sterilizzazione termica e l’irradiazione, mentre alcuni alimenti richiedono la reidratazione tramite sistemi presenti a bordo della capsula Orion. Per il riscaldamento è disponibile uno scaldavivande compatto, che consente di consumare pasti caldi anche se all’interno della navicella non c’è una cucina tradizionale.

In un vecchio video diffuso dalla Nasa, si vedono alcuni astronauti della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) preparare il cibo a bordo in quella che viene considerata “una cucina“, molto lontana dall’immaginario comune, ricavata in uno dei moduli pressurizzati, fatta di piccoli cassetti, cavi, maniglie e computer di bordo. Il video mostra buste di plastica con il cibo da reidratare con l’acqua, scatolette con all’interno carne spalmabile, panini, tacos ripieni e bevande contenute in sacche argentate.

Il cibo negli ambienti estremi

Nel caso di Artemis II, la scelta dei pasti di bordo è avvenuta attraverso il coinvolgimento diretto degli astronauti, chiamati a testare e selezionare gli alimenti prima della partenza, in modo da garantire varietà e adeguato apporto nutrizionale, tenendo conto delle condizioni della microgravità e dell’impossibilità di utilizzare prodotti freschi. Durante la missione, la giornata alimentare segue scansione classica – colazione, pranzo e cena – accompagnata da bevande assegnate individualmente. Si tratta di una pianificazione simile a quella utilizzata in alti ambienti estremi, come nel caso degli acquanauti impegnati in laboratori sottomarini costretti a mangiare 4mila calorie al giorno (qui per saperne di più).

Oggi il cibo degli astronauti è molto cambiato rispetto a quello fornitogli nei decenni scorsi. Nel 1961 Jurij Gagarin per la sua missione nello spazio aveva in dotazione tubetti di carne e di cioccolato, non molto invitanti. Erano i tempi della grande corsa allo spazio, prima che Neil Armstrong facesse la sua passeggiata lunare, e il sapore del cibo era un aspetto secondario rispetto alle missioni stesse.

Nei decenni successivi si sono fatti moltissimi passi avanti: oggi, da esempio, gli astronauti sulla Stazione Spaziale possono scegliere menu da diverse parti del mondo e gustare il borsch russo, il ramen giapponese, la pasta italiana o il mac & cheese americano, che convivono tranquillamente sugli scaffali di bordo. Frutta e verdura fresche arrivano con le missioni di rifornimento, mentre esperimenti di coltivazione in microgravità di lattuga, ravanelli, grano e cavoli rossi – alimentati con luce artificiale e cresciuti addirittura in terriccio marziano – stanno ponendo le basi per un’agricoltura sostenibile.

Merito di tecnologie di coltivazione che utilizzano l’acqua come principale mezzo di crescita per le piante, come l’idroponica, l’aeroponica e l’acquaponica. Sistemi «che ottimizzano l’uso delle risorse disponibili in situ», spiega a Wired Valentina Sumini, Space architect e research affiliate presso la Mit Space Exploration Initiative.

Un panino di contrabbando nella Spazio

A dare la spinta a un cambiamento, tra le altre cose, è stato un episodio goliardico entrato nella storia. Il contrabbando di un sandwich al corned beef, una sorta di pastrami portato a bordo durante la missione Gemini 3. Prima della missione del 23 marzo 1965, l’astronauta John Young, in viaggio insieme al collega Gus Grissom, fu incaricato di testare il cibo spaziale: piatti liofilizzati da reidratare con una pistola ad acqua, chiusi in involucri tecnici progettati per la sicurezza. Un sistema poco apprezzato, dopo mesi di addestramento con gli stessi pasti. Young decise infatti di portare con sé un sandwich acquistato poco prima del lancio, pare da Wolfie’s, nella contea di Brevard, vicino a Cape Canaveral.

Al primo pranzo in orbita, Young tirò fuori il panino e lo condivise con Grissom. Al primo morso, le briciole di pane di segale iniziarono a fluttuare nella cabina, creando una situazione inattesa che portò il collega a riporre immediatamente il sandwich nella tasca della tuta. Anni dopo, Young avrebbe definito quell’idea poco efficace. Alla NASA la vicenda suscitò preoccupazione: particelle in sospensione avrebbero potuto interferire con gli strumenti di bordo o accumularsi in zone difficili da raggiungere, con possibili effetti nel tempo. L’episodio si concluse senza conseguenze operative, restando come nota singolare nella carriera dell’astronauta.

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