I Castelli di Jesi perdono un’altra colonna della propria storia: il 21 dicembre 2025 è venuto a mancare Giuseppe Bonci. Classe 1944, Peppe – come tutti lo chiamavano – era una figura molto conosciuta e apparteneva a quel ristretto gruppo di produttori che, dalla metà degli anni Ottanta, riuscirono a cambiare il volto del Verdicchio, conferendogli un’identità completamente diversa rispetto ai tanti vini anonimi che costituivano allora l’ossatura produttiva del territorio. Un contesto in cui un’impostazione arcaica, legata a produzioni massificate, prevaleva sulla reale vocazione del vitigno.
Terza generazione di una famiglia di vignaioli di Cupramontana, cittadina idealmente considerata la capitale del Verdicchio, Peppe prende le redini della Vallerosa Bonci nel 1986. Un anno che coincide con lo scandalo del metanolo e che egli seppe interpretare come un segnale chiaro della necessità di rivoluzionare il modo di fare vino fino ad allora. Scelse di affidarsi a Sergio Paolucci, giovane enologo jesino, con il quale instaurò un rapporto professionale durato oltre trent’anni.
Sul finire del secolo i due sperimentarono insieme l’uso della barrique nel bianco (con Le Case), concepirono l’idea di una Riserva strutturata da uve ben mature, poi concretizzatasi nel Pietrone. La famiglia Bonci accolse inoltre nei propri vigneti un imponente lavoro di selezione e studio clonale coordinato dal professor Valenti dell’Università di Milano, che portò nei Castelli di Jesi figure professionali rimaste poi a collaborare stabilmente con diverse aziende locali.
A Peppe non sfuggì neppure la straordinaria capacità del Verdicchio di Jesi di andare oltre il concetto di vino bianco fermo. Il Bonci Brut nacque nel solco della lunga tradizione spumantistica di Cupramontana e si affermò come uno Charmat di qualità, ideale per l’aperitivo. In seguito videro la luce anche Michelangelo e Caterina, due Metodo Classico che per primi sfruttarono una lunga sosta sui lieviti, oltre i 60 mesi rispetto ai 24 canonici.
Parallelamente, il Rojano 1996 dimostrò come l’appassimento delle uve potesse dare vita a vini espressivi e, a loro modo, memorabili. Le etichette Torre e Manciano valorizzavano invece la diversità viticola di altre contrade del territorio comunale.

Il capolavoro di Peppe fu l’intuizione che le uve coltivate in contrada San Michele dovessero essere vinificate separatamente, poiché dotate di una qualità nettamente superiore al resto. Ne nacque un’etichetta che valorizzava il nome del cru, applicata a una bottiglia renana slanciata, dalla forma profondamente diversa rispetto alle anfore che allora ospitavano buona parte del vino imbottigliato.
Un Verdicchio energico, potente, salino, profondamente territoriale: una vera e propria scudisciata al modo produttivo anemico dell’epoca. Proprio il San Michele 1996 si aggiudicò per la prima volta i nostri Tre Bicchieri, riconoscimento poi confermato con l’annata successiva e nuovamente meritato nei millesimi 2000, 2006 e 2010.

Dopo Ampelio Bucci, il 2025 si porta via un altro degli audaci produttori che hanno posto le fondamenta di una nuova e solida architettura del Verdicchio. Un lavoro per certi versi pionieristico, capace di superare numerose insidie e difficoltà. Una dedizione alla quale ogni appassionato di vino marchigiano deve rendere omaggio.

A Peppe Bonci vanno dunque i nostri ringraziamenti per tutto ciò che ha realizzato in una vita intera. Le nostre più sentite condoglianze alla famiglia: alla moglie Milena, alle figlie Fabiola e Valentina e agli amati nipoti.
Vallerosa Bonci – Via Torre, 15/17, Cupramontana (AN)
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