Colazione contadina all’alba in agriturismo. I sapori della terra battono un colpo: esistiamo, non ci uccidete

30 Ott 2020, 16:29 | a cura di
Marco Ceccobelli, oste dell’agriturismo Il Casaletto, nel viterbese, organizza una colazione contadina per accendere i riflettori sulla difficile situazione della ristorazione. Ecco com’è andata.

Le difficoltà della ristorazione

Colazione contadina. Cose d'altri tempi. Quasi una di quelle goliardate d'antan cantate da Guccini nei suoi vecchi dischi. E c'era pure la nebbia, nella fattoria della famiglia Ceccobelli, alle prime luci dell'alba, quando una a una sono cominciate ad arrivare le auto dei "carbonari" della tavola, poco dopo le 5 del mattino: orario congruo per uscire di casa secondo le disposizioni dell'ordinanza regionale del Lazio. In effetti, è stato proprio nelle ore appena successive all'ultimo Dpcm che Marco Ceccobelli, l'oste dell'agriturismo Il Casaletto a una decina di chilometri da Viterbo (Tre Spicchi e Tre Gamberi sulle guide del Gambero Rosso), ha lanciato la sua provocazione: “Ci hanno assimilato ai bar - ha strillato ai suoi - Ci dicono di aprire dalle 5 del mattino alle 18 della sera. Bene, apriamo alle 5 e facciamo una grande colazione contadina. Almeno recuperiamo una bella tradizione e ci pigliamo qualche spazio di socialità, per stare insieme e vederci intorno a un tavolo, visto che a pranzo con i ritmi di oggi non c'è quasi mai nessuno e a cena - il nostro momento magico di relax - non possiamo ospitare nessuno!”.

Preparazione della griglia

Una colazione contadina all’alba

Se all'inizio la cosa doveva essere una protesta per chiedere che i ristoranti potessero aprire a cena, la "goliardata" poi ha preso invece l'aspetto di un flash-mob dal respiro culturale: così, armati di panonto, guanciale alla brace, fagioli con le cotiche, coratella (e abbastanza vino), sulle note appunto delle migliori canzoni di Guccini, la colazione contadina è andata in onda. C'erano produttori di vino (Roberto Trappolini ed Edoardo Ventimiglia di Sassotondo, che è arrivato dalla Toscana), enotecari, colleghi ristoratori e rappresentanti di vino, giornalisti, uomini e donne "comuni" (medici, professori, professionisti), c'era Stefano Asaro - Slow Food Lazio - che è partito dai Castelli Romani per esserci: tutti desiderosi di partecipare a uno strano evento per affermare che la tavola fa parte della nostra cultura. " A un certo punto arriva anche Gianfranco Vissani insieme a Enrico Neri - produttore di vino di Orvieto - a mangiare il panonto: era galvanizzato dall'atmosfera, Sembrava un bambino al Luna Park tra cotiche e coratella. Una sessantina di persone, alla fine - di più non era possibile e molti son rimasti fuori - che hanno brindato alla convivialità con un cruccio nei pensieri mattutini: "Sarà l'ultima occasione per incontrarci a tavola di qui alla prossima primavera?".

Pentola di fegatini

Non siamo negazionisti – ci tiene a ribadire Marco Ceccobelli - Al contrario abbiamo grande rispetto delle normative e dell’incredibile lavoro che si sta facendo negli ospedali. Per questo la nostra iniziativa non è di protesta: del resto verso chi dovremmo protestare? Contro il virus? Certo, è la voglia di affermare che esistiamo e che siamo parte di questo Paese e della sua storia, della sua cultura: quindi chiediamo, questo sì, che non ci abbandonino e che ci permettano di rimanere in vita con le nostre attività. La cosa più bella? La telefonata del mio vicino, agricoltore anche lui: "Mungo le vacche e sono da te" mi ha detto. Ecco, senza la colazione contadina non ci saremmo visti..."

Insomma, una levataccia che ha portato a tavola persone unite dalla passione per un mondo che vuole esserci e continuare ad esistere.

 

a cura di Stefano Polacchi

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