Marco Ceccobelli, oste dell’agriturismo Il Casaletto, nel viterbese, organizza una colazione contadina per accendere i riflettori sulla difficile situazione della ristorazione. Ecco com’è andata.
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Le difficoltà della ristorazione

Colazione contadina. Cose d’altri tempi. Quasi una di quelle goliardate d’antan cantate da Guccini nei suoi vecchi dischi. E c’era pure la nebbia, nella fattoria della famiglia Ceccobelli, alle prime luci dell’alba, quando una a una sono cominciate ad arrivare le auto dei “carbonari” della tavola, poco dopo le 5 del mattino: orario congruo per uscire di casa secondo le disposizioni dell’ordinanza regionale del Lazio. In effetti, è stato proprio nelle ore appena successive all’ultimo Dpcm che Marco Ceccobelli, l’oste dell’agriturismo Il Casaletto a una decina di chilometri da Viterbo (Tre Spicchi e Tre Gamberi sulle guide del Gambero Rosso), ha lanciato la sua provocazione: “Ci hanno assimilato ai bar – ha strillato ai suoi – Ci dicono di aprire dalle 5 del mattino alle 18 della sera. Bene, apriamo alle 5 e facciamo una grande colazione contadina. Almeno recuperiamo una bella tradizione e ci pigliamo qualche spazio di socialità, per stare insieme e vederci intorno a un tavolo, visto che a pranzo con i ritmi di oggi non c’è quasi mai nessuno e a cena – il nostro momento magico di relax – non possiamo ospitare nessuno!”.

Preparazione della griglia

Una colazione contadina all’alba

Se all’inizio la cosa doveva essere una protesta per chiedere che i ristoranti potessero aprire a cena, la “goliardata” poi ha preso invece l’aspetto di un flash-mob dal respiro culturale: così, armati di panonto, guanciale alla brace, fagioli con le cotiche, coratella (e abbastanza vino), sulle note appunto delle migliori canzoni di Guccini, la colazione contadina è andata in onda. C’erano produttori di vino (Roberto Trappolini ed Edoardo Ventimiglia di Sassotondo, che è arrivato dalla Toscana), enotecari, colleghi ristoratori e rappresentanti di vino, giornalisti, uomini e donne “comuni” (medici, professori, professionisti), c’era Stefano Asaro – Slow Food Lazio – che è partito dai Castelli Romani per esserci: tutti desiderosi di partecipare a uno strano evento per affermare che la tavola fa parte della nostra cultura. ” A un certo punto arriva anche Gianfranco Vissani insieme a Enrico Neri – produttore di vino di Orvieto – a mangiare il panonto: era galvanizzato dall’atmosfera, Sembrava un bambino al Luna Park tra cotiche e coratella. Una sessantina di persone, alla fine – di più non era possibile e molti son rimasti fuori – che hanno brindato alla convivialità con un cruccio nei pensieri mattutini: “Sarà l’ultima occasione per incontrarci a tavola di qui alla prossima primavera?”.

Pentola di fegatini

Non siamo negazionisti – ci tiene a ribadire Marco Ceccobelli – Al contrario abbiamo grande rispetto delle normative e dell’incredibile lavoro che si sta facendo negli ospedali. Per questo la nostra iniziativa non è di protesta: del resto verso chi dovremmo protestare? Contro il virus? Certo, è la voglia di affermare che esistiamo e che siamo parte di questo Paese e della sua storia, della sua cultura: quindi chiediamo, questo sì, che non ci abbandonino e che ci permettano di rimanere in vita con le nostre attività. La cosa più bella? La telefonata del mio vicino, agricoltore anche lui: “Mungo le vacche e sono da te” mi ha detto. Ecco, senza la colazione contadina non ci saremmo visti…

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Insomma, una levataccia che ha portato a tavola persone unite dalla passione per un mondo che vuole esserci e continuare ad esistere.

 

a cura di Stefano Polacchi