A dieci anni dalla prima apertura, il brand Berberé si rafforza nel momento di difficoltà che ha colpito il settore della ristorazione. Così il locale londinese di Clapham diventa 100% di proprietà dei fratelli Aloe, che intanto lottano per tenere in vita tutte le pizzerie del gruppo in Italia.
Pubblicità

Gli inizi dei fratelli Aloe a Londra

Da un paio di settimane, a Clapham, la pizzeria londinese dei fratelli Aloe ha riaperto le porte. Nella Londra che ora impone la chiusura alle 22 per pub e ristoranti – ma presto potrebbe ricorrere a misure di contenimento del contagio ancor più drastiche – il progetto dedicato alla pizza, nato ormai dieci anni fa alle porte di Bologna, è arrivato nel 2018. Da allora, nella capitale inglese, molte cose sono cambiate, e gli ultimi mesi hanno lanciato un guanto di sfida ulteriore all’entusiasmo di Matteo e Salvatore, che oggi Londra la amano anche per le difficoltà che gli ha messo davanti: “Abbiamo iniziato a progettare l’apertura inglese quasi per caso, ormai cinque anni fa, dopo l’incontro con una ragazza che ci avrebbe fatto conoscere quelli che sarebbero diventati i nostri soci, già imprenditori della ristorazione da grandi numeri, a Londra”, ricorda Salvatore. L’incontro ha messo in comune competenze complementari, “noi avevamo il software, loro l’hardware per farlo girare al meglio”. Così è nata Radio Alice, spin off della pizzeria Berberé Oltremanica, “alle prese con una delle città più competitive del mondo, probabilmente dopo Tokyo quella con la più alta densità di ristoranti”.

Salvatore e Matteo Aloe

L’insegnamento di Londra. Da Radio Alice a Berberé

Sacrifici ed esperienza maturati laggiù, non a caso, sono serviti per crescere anche in Italia: “È stata una palestra importante, ci siamo strutturati, abbiamo capito molte cose. All’epoca avevamo solo due locali, oggi sono diventati dodici, distribuiti tra le principali città italiane”. Proprio questa consapevolezza, all’inizio del 2020, aveva spinto i fratelli Aloe a fare il grande passo, per rilevare per intero la proprietà di Radio Alice, e portarla così a diventare la prima pizzeria Berberé sul suolo inglese. Un’operazione di emancipazione del brand che è una dichiarazione di fiducia verso l’avventura londinese, e che si concretizza con qualche mese di ritardo sui tempi previsti, nonostante il lungo lockdown sperimentato (a Londra i ristoranti hanno riaperto solo lo scorso 5 luglio) e l’incertezza per il futuro: “Per noi aveva senso continuare l’avventura di Londra, per valorizzare il capitale umano che abbiamo coltivato in questi anni. All’alba del lockdown, la scelta più facile sarebbe stato mollare tutto, ma non sarebbe stato giusto nei confronti dell’impegno che ci abbiamo messo… Se penso a tutti gli aerei presi alle sei del mattino per fare la spola!”. Ma dietro alla scelta di investire su Londra c’è anche un’attenta analisi di mercato: “In città c’è mercato per la pizza di qualità; altri pizzaioli hanno iniziato a lavorare in tal senso, e questo ci aiuta. Si tratterà di stringere i denti, ma vale la pena restare in una città così competitiva, e misurarsi anche con quel che sarà nel prossimo futuro: da questo momento potrebbe scaturire maggiore consapevolezza nelle scelte dei consumatori, più attenzione al prodotto di qualità”.

La vetrina di Berberé a Clapham

Una pizzeria di quartiere nella Londra in allerta

Del resto, sin dall’inizio Radio Alice (oggi Berberé) ha saputo sfruttare le caratteristiche del quartiere in cui è nata: “Siamo appena a sud del fiume, in una zona molto residenziale e ben collegata con la City, abitata da famiglie giovani. Pensavamo di lavorare in una città dove le persone vengono e non le vedi più, invece abbiamo costruito una clientela fidelizzata”. E ora questa situazione è addirittura esasperata: “Oggi è impressionante girare nella City, con molti ristoranti ancora chiusi, gli uffici vuoti. I sobborghi, invece, sono più abitati di prima, le persone escono nel quartiere, mangiano fuori. C’è da dire che fino alla metà di settembre, quando arrivavo a Londra, sembrava quasi che il Covid non esistesse: quasi ci guardavano con sospetto perché indossavamo la mascherina. Ora hanno inasprito le regole, ma gli inglesi hanno un’idea della libertà individuale molto accentuata, che a volte si scontra col rispetto sociale. Per contro, sono molto più organizzati. La prima sera con chiusura obbligata alle 22, alle 22.05 è passata la polizia a controllare che rispettassimo le regole”. Il locale di Clapham ha riaperto dopo un restyling curato durante l’estate, che ha reso lo spazio più italiano, sempre alla maniera di Berberé. La pizza è sempre quella realizzata con lievito madre e ingredienti selezionati da produttori fidati; il menu londinese si compone di dieci pizze e una selezione di montanarine fritte per cominciare, e si conferma anche la partnership con la beer firm Mikkeller, sdoganata nell’ultimo locale aperto a Milano, che, ironia della sorta, aveva inaugurato solo pochi giorni prima del lockdown.

Pubblicità
Dettaglio della sala di Berberè a Milano, con luci al neon
L’ultimo locale aperto a Milano da Berberé (Foto di Bruno Gallizzi)

Berberé in Italia. Come gestire dodici locali?

Nel centro di Milano molte insegne importanti sono ancora chiuse. Noi siamo convinti che non si può stare in piedi solo quando si vince, e questo per riconoscenza verso la clientela, ma anche per restare nella sua testa”. Con dodici locali da gestire, in città che oggi presentano ciascuna le proprie problematiche (gli uffici di Milano svuotati, la Bologna universitaria che ancora stenta a ripartire, Firenze e Verona senza turismo internazionale…), avere un obiettivo saldo diventa fondamentale: “Questa terribile incertezza rende complicatissimo pianificare. Per fortuna il prodotto pizza è abbastanza resistente a questi eventi, ma abbiamo avuto una frenata pazzesca, e anche in questi giorni la contrazione è direttamente proporzionale al crescere dell’allerta. Anche il fatto di essere il prodotto per eccellenza da delivery ci ha aiutato a galleggiare. Ma bisogna sperare che questa storia finisca”. Tutta la squadra di Berberé, nel frattempo, è tornata al lavoro “Abbiamo usato gli ammortizzatori sociali nei mesi di chiusura e poi abbiamo scelto di far tornare tutti al lavoro. Stiamo lavorando in perdita, ma noi lo viviamo come un atto di resistenza, sperando che la crisi sanitaria finisca presto. Il brand non può sparire, devi essere vicino ai tuoi clienti”. E intanto si può continuare a coltivare qualche sogno: “Dopo Londra, ci piacerebbe arrivare anche in Nord Europa. Ci affascina molto, e la collaborazione con Mikkeller è nata anche in questa direzione”. Verrà il giorno per trasformare il desiderio in realtà.

www.berberepizza.it

 

a cura di Livia Montagnoli

Pubblicità