Francesco Lollobrigida è il nuovo ministro dell'Agricoltura e della Sovranità Alimentare

22 Ott 2022, 13:48 | a cura di Antonella De Santis
Titolare del nuovo Ministero dell'Agricoltura e della Sovranità Alimentare nel nascente governo Meloni è Francesco Lollobrigida.
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Cambia di nuovo nome, il ministero dedicato all'agricoltura, l'ex Mipaaf, dopo essere stato accorpato e poi subito dopo scorporato al Turismo, oggi conquista l'appellativo di Ministero dell'Agricoltura e della Sovranità Alimentare, secondo l'ondata di nomine (di ministri) e rinomine (di ministeri) che porta la firma di Giorgia Meloni.

Chi è Francesco Lollobrigida

Alla guida del dicastero, Francesco Lollobrigida, 50 anni, nato a Tivoli ma di stanza a Roma, è tra i volti storici di FdI, cui ha aderito sin dalla sua creazione. Politico di lungo corso, militante in area di destra sin dall'adolescenza, con una lunga esperienza nelle amministrazioni locali (tra l'altro alla Regione Lazio con Renata Polverini, come assessore con deleghe alla Mobilità e ai trasporti) dal 2018 viene eletto alla Camera dei deputati e diventa capogruppo, nomina rinnovata appena qualche giorno fa. Volto noto, cognome ancor di più: è infatti il pronipote della Lollo, Gina Lollobrigida. Non è l'unica parentela famosa: sposato con Arianna Meloni, è infatti il cognato della premier con cui condivide sin dagli esordi il percorso politico. Succede a Stefano Patuanelli, che si era insediato a via XX Settembre a febbraio 2021.

Cosa si intende con Sovranità Alimentare

La formula sovranità alimentare nasce sul finire del secolo scorso: compare la prima volta nell’aprile del 1996 alla conferenza internazionale della coalizione di Tlaxcala (Messico), e viene ripresa nel novembre dello stesso anno al Forum parallelo al World Food Summit della FAO a Roma. Con questa dicitura si intende “il diritto dei popoli, delle comunità e dei Paesi di definire le proprie politiche agricole, del lavoro, della pesca, del cibo e della terra che siano appropriate sul piano ecologico, sociale, economico e culturale alla loro realtà unica. Esso comprende il vero diritto al cibo e a produrre cibo, il che significa che tutti hanno il diritto a un cibo sano, nutriente e culturalmente appropriato, alle risorse per produrlo e alla capacità di mantenere se stessi e le loro società”. Riguarda dunque il diritto al cibo, la sicurezza alimentare, l'autodeterminazione del proprio sistema alimentare e produttivo, la tutela della biodiversità e la salvaguardia dei territori e del lavoro dei contadini, il sostegno alle piccole produzioni locali rispetto all'industria alimentare e alle multinazionali. È uno dei punti cardine delle realtà che si battono per un approccio più giusto, equo e sostenibile al cibo – quello prodotto e quello consumato – e fa riferimento a una gestione delle risorse alimentari che possa avere un impatto positivo sull'ambiente, non solo quello naturale ma anche quello umano e sociale. Temi cari a realtà come la Fao o movimenti come Slow Food. Ma questa nuova titolazione concede più di una assonanza: da una parte con l'equivalente ministero francese “ministère de l’Agriculture et de la Souveraineté alimentaire”, dall'altra con i valori della destra conservatrice e nazionalista, che ammicca a un sistema alimentare autarchico e antieuropeista.

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Ma una autarchia alimentare è possibile?

Se, da un certo punto di vista, come dice Carlo Petrini dalle pagine del Corriere della Sera, il sovranismo alimentare è un obiettivo da perseguire, nei termini definiti sopra, dall'altra è difficile immaginare una vera e completa autarchia, e non solo per le abitudini di consumo che portano sulle tavole degli italiani prodotti esotici, ma perché il nostro sistema agroalimentare non si regge senza il prodotto estero: secondo quando emerso dalla ricerca "Il valore del settore agricolo nelle performance di filiera” di Nomisma, l'Italia avrebbe bisogno di una superficie di quasi 3,5 milioni di ettari - più della Sicilia - per raggiungere l’autosufficienza produttiva ed evitare l’import. Una situazione strutturale che il conflitto russo ucraino ha accentuato ulteriormente.  A mancare sono soprattutto cereali, ma anche zucchero e altre colture sono insufficienti: pensare di tagliare le importazioni per rivolgersi solo alla produzione interna significherebbe rinunciare al nostro modello commerciale che si basa sull'import – sì – ma anche sull'export agroalimentare, che lo scorso anno ha superato i 50 miliardi di euro raggiungendo l’autosufficienza nella bilancia alimentare: le esportazioni di cibo e bevande hanno superato in valore le importazioni dall’estero. Che non solo sono di sostegno alle esportazioni, ma - sempre secondo lo studio di Nomisma - hanno comportato una maggiore disponibilità di prodotto e prezzi più bassi, almeno fino allo scorso anno, ovvero prima dei rincari legati all'impatto di pandemia e della crisi energetica dovuta alla guerra. Insomma: secondo le analisi di mercato gli arrivi dall’estero non generano inflazione, ma sono fisiologici al funzionamento del sistema. Dunque non rimane che attendere di vedere in quale direzione li nuovo dicastero muoverà i primi passi per tutelare la sovranità alimentare.

 

a cura di Antonella De Santis

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