Dal Piemonte della Robiola di Roccaverano alla Sicilia della Vastedda del Belice, passando per i pascoli orobici della Val Taleggio. Sono tanti i formaggi di nicchia che restano invenduti per le restrizioni legate all’emergenza sanitaria. Come aiutare i piccoli produttori?
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Aiutateci a salvare la robiola di Roccaverano!”. L’appello, che arriva direttamente dal Consorzio di tutela del celebre formaggio piemontese detentore di una Dop, non è dissimile dall’allarme lanciato nelle stesse ore dai casari della Val Taleggio, nella bergamasca. Solo due esempi di produzioni di qualità di quel comparto lattiero-caseario così prolifico in Italia, e dotato di molteplici identità territoriali, che oggi stentano a sopravvivere toccate dalla crisi del settore. Con i mercati bloccati e il canale Horeca fuori gioco ancora per un po’, le aziende di settore hanno difficoltà a piazzare il prodotto, che giace invenduto nei caseifici. E questo mentre la produzione va avanti, perché le mucche al pascolo (nel caso della Val Taleggio) non si possono fermare, e così le capre munte per la produzione della prelibata robiola di Roccaverano.

La robiola di Roccaverano tagliata a spicchi

Salviamo la robiola di Roccaverano

Nei caseifici dell’astigiano lo stesso latte di capra, che non può essere trasformato in latte in polvere, ora viene gettato via. Mentre le robiole già pronte per essere vendute, prodotte per la maggior parte da piccole aziende a conduzione familiare che custodiscono il lavoro artigiano, riescono a intercettare la domanda con grande difficoltà. In questa situazione gioca un ruolo fondamentale la capacità di adattamento delle singole imprese, che hanno ripiegato sulla vendita porta a porta e persino sulla grande distribuzione per cercare di ampliare il proprio bacino d’utenza, raccogliendo però il diniego degli ipermercati locali, che hanno lasciato cadere nel vuoto il tentativo di costruire un dialogo. Dunque è il Consorzio presieduto da Fabrizio Garbarino a farsi portavoce dell’istanza, proponendosi come tramite per raccogliere gli ordini, “ma abbiamo bisogno di tutti: rivenditori, consumatori, comunicatori, istituzioni. Abbiamo bisogno di vendere le robiole di Roccaverano per salvare il lavoro delle famiglie, il territorio e la robiola stessa”, incalza l’appello del Consorzio, che ora mette in evidenza sul proprio sito i recapiti dei produttori che effettuano consegna a domicilio. Del resto, i numeri della crisi evidenziano un rischio concreto di perdere una filiera costruita negli ultimi decenni con molto impegno: in primavera si producono 60mila delle 420mila forme annuali di robiola di Roccaverano; quest’anno ne sono state vendute solo 10mila.

Una forma di Strachitunt dopo la stagionatura

Taleggio e Strachitunt a rischio

Sui monti orobici, intanto, lo Strachitunt prodotto dai casari della Val Taleggio si accumula nei magazzini. Ma la specialità bergamasca ha una conservazione limitata, e questo porterà inevitabilmente a buttare tutte le forme rimaste invendute troppo a lungo: “Noi lavoriamo con il turismo, abbiamo perso il periodo pasquale. Le nostre Dop, Taleggio e Strachitunt, in questo momento sono completamente bloccate. I grossisti sono fermi, la gente non può venire a comprare: non abbiamo sbocchi”. A parlare è Fabio Arrigoni, presidente della Cooperativa Agricola Sant’Antonio in Val Taleggio, che si fa portavoce dell’emergenza (qui si può ordinare il prodotto dell’azienda).

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Lo Strachitunt

Anche i produttori della valle bergamasca (circa 80 persone) stanno cercando di ripiegare sul delivery, ma molti non sono attrezzati, faticano a cimentarsi con la vendita online e con la logistica di consegna. Così delle mille forme di Strachitunt ferme in magazzino, “due terzi rischiano di andare buttate, prive della richiesta della ristorazione che garantiva il 90% del fatturato”, sentenzia il presidente del Consorzio di tutela Alvaro Ravasio.

La Vastedda del Belice

La Vastedda del Belice

E chiedono aiuto dalla Sicilia anche i produttori dei formaggi Dop della Valle del Belice e dell’ennese, che da sempre si rivolgono a un mercato di nicchia ora messo a dura prova dell’emergenza sanitaria. La Vastedda del Belice e il Piacentinu ennese, prima delle crisi, finivano principalmente nelle cucine dei ristoranti locali (70% del fatturato); la filiera è fatta di piccoli produttori, famiglie di allevatori e casari che ora sono in grande difficoltà. Soprattutto con la vastedda (ma è vero anche per la ricotta, che non incontra più la domanda delle pasticcerie), formaggio di pecora a pasta filata destinato a essere consumato fresco, entro due giorni dalla produzione. Il compromesso per non sprecare latte, al momento, è quello di reindirizzare la produzione verso formaggi stagionati. Ma il momento più prolifico dell’anno – tra marzo e maggio si produce il 50% del latte di provenienza ovina – rischia di essere vanificato in modo irreversibile.

I Caciobond per salvare il latte di bufala

Nel Cilento, intanto, Coldiretti lancia l’iniziativa Caciobond per evitare lo spreco di latte di bufala. La filiera della mozzarella di bufala campana Dop è una delle più danneggiate dalla paralisi di ristoranti e settore dell’ospitalità. Dunque, per la prima volta, l’intenzione è quella di destinare il latte di bufala alla produzione di un formaggio stagionato tipico del territorio, come il caciocavallo. A stagionatura completa, tra due anni, il prodotto (11 chili da 60 litri di latte, per un’edizione limitata che è soprattutto simbolica) potrà arrivare sulla tavola di chi l’ha acquistato preventivamente, assicurandosi una quota, che immette liquidità nelle casse delle aziende casearie del Cilento in questo momento difficile.

L’idea di Arsial per aiutare i produttori di nicchia

La situazione di crisi si ritrova invariata nelle enclave casearie di qualità di cui è ricca l’Italia, ma riguarda tante piccole filiere di nicchia. A questo proposito, nel Lazio, si segnala l’iniziativa di supporto economico approntata da Arsial, che centra un problema comune a tante piccole realtà, sprovviste di canali online, ora più che mai necessari per farsi conoscere, e di mezzi (risorse) per raggiungere il cliente con le consegne a domicilio. Il bando (P)Orto sicuro stanzia dunque 250mila euro a fondo perduto per le aziende dell’agroalimentare laziale “che hanno subito l’impatto negativo che le misure restrittive hanno avuto sulla commercializzazione dei prodotti agricoli”. Ogni singolo progetto potrà ottenere un massimo di 10mila euro di finanziamento per sviluppare siti online o applicazioni e-commerce, adeguare la logistica dell’azienda alle consegne porta a porta o assumere nuovo personale adibito allo scopo. Qui i dettagli del bando per presentare domanda entro il 24 aprile 2020.

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a cura di Livia Montagnoli