Le disposizioni per contrastare il diffondersi dei contagi colpiscono doppiamente i pescatori: da una parte la chiusura dei ristoranti, per molti primo mercato di vendita. Dall'altra il crollo della richiesta anche da parte dei privati. Un quadro della situazione.
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Pescare, sì. Ma per chi? Chiusi i ristoranti – in molti casi bacino primario per il pescato nostrano – viene a mancare una fetta importante per il mercato ittico. Rimangono aperte le pescherie e la vendita diretta, ma gli italiani, ora forzatamente ai fornelli, comprano meno pesce, che pure risponde perfettamente alle istanze di una alimentazione sana. Una crisi per la quale è stato innalzato, dalla Commissione europea, il tetto per gli aiuti di stato (eccezionalmente e fino al 31 dicembre di quest’anno) a 120mila euro per la pesca e l’acquacoltura. Conseguenze del coronavirus: come reagisce il settore ittico? Lo abbiamo chiesto ai diretti interessati.

La costa adriatica

L’impatto economico del Covid-19 sulla costa adriatica è durissimo, con il mercato ittico di Rimini chiuso e tre marinerie (Civitanova, Ancona e San Benedetto) ferme già da una settimana, e probabilmente lo saranno ancora nei prossimi giorni: inutile uscire in mare se il pesce non si vende.

Chi è aperto, invece, come il mercato di Cesenatico, soffre le conseguenze delle restrizioni. “Il nostro pesce lo comprano soprattutto i ristoratori” dice Andrea Bartolini – con suo padre Stefano e la sua famiglia alla guida de La Buca di Cesenatico. “Nelle pescherie, le botteghe o supermercati, vanno i prodotti facili da preparare. Qui abbiamo pesci di piccolo taglio, che richiedono più abilità e attenzione per essere sfilettati e lavorati, con cui fare anche brodi, fondi. All’asta al ribasso di Cesenatico vanno per il 70% ai ristoratori. La gente in genere cerca qualcosa da preparare velocemente, fosse pure un’orata d’allevamento o un pesce decongelato, o magari già pronto da cuocere”. E i prezzi? “Crollati: i totanetti che di solito stanno tra gli 8 e gli 11 euro al chilo, una decina di giorni fa erano a 3,50”. Mario Drudi della Cooperativa Casa del Pescatore di Cesenatico conferma la contrazione del mercato, le barche escono solo 4 giorni a settimana per 10 ore complessive e 4 giorni e 60 ore per i tre grandi pescherecci.

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GIanfranco Pascucci all'asta del pesce di FIumicino. Foto Lido Vannucchi. Dal libro: Com'è profondo il mare
GIanfranco Pascucci all’asta del pesce di FIumicino. Foto Lido Vannucchi. Dal libro: Com’è profondo il mare

La costa tirrenica

Gennaro Del Prete è il presidente Cooperativa Pesca Romana e il coordinatore regionale per il Lazio di Federpesca. Un punto di riferimento a Fiumicino: lui, con la sua barca Nonno Ciro, è in prima linea tra gli operatori del settore. Lo è stato per l’impegno nella pulizia del mare che è valsa a questa marina il marchio Pesca responsabile della regione – le 26 grandi barche hanno raccolto oltre 30 tonnellate di plastica in 7 mesi – e lo è ora, nel fronteggiare questa crisi. Ci aiuta a fare il punto: “All’inizio avevamo quasi deciso di fermarci, vista la situazione. Il mare è il posto più sicuro in questo momento, ma lavorare è impossibile”. Chiusi ristoranti e pubblici esercizi, manca un anello fondamentale nella catena commerciale. “Ma poi ci siamo sentiti responsabilizzati dagli appelli a non far mancare, sulle tavole degli italiani, un prodotto fondamentale come il pesce. Non ci siamo voluti tirare indietro”. Ma, senza ristoranti, il mercato è ai minimi termini. Oggi escono due soli giorni, lunedì e giovedì, per garantire il pesce nei giorni successivi, secondo il calendario tradizionale.

Nel Lazio si contano 157 barche che fanno pesca a strascico e molte altre che fanno piccola pesca. I due grandi poli con le aste di Anzio e Fiumicino servono tutto il territorio, il lungo litorale, il mercato capitolino. Il 90% del prodotto va a ristoranti – oggi chiusi – e in parte a pescherie. Che possono lavorare, sì, ma soffrono anche loro, molti preferiscono stare chiusi: non si lavora, dovendo ridurre al massimo gli spostamenti, le persone vanno al supermercato non potendo fermarsi di bottega in bottega. “Oggi vendiamo alla gdo” continua Del Prete “ma ci rientriamo appena delle spese, lo facciamo più per scrupolo di coscienza”. Si lavora poco, e a cifre molto più basse. Quantificando: “circa il 70% in meno di prodotto, e a prezzi del 35-40% più bassi del solito”. In pratica coprono a malapena i costi del gasolio.

La deperibilità non gioca a favore: dal momento della pesca scatta un inesorabile conto alla rovescia che non lascia molti margini alla vendita. Dunque – in questo caso più di altri – quando l’offerta supera la richiesta, il rischio che il prodotto rimanga invenduto è altissimo. E la legge del mercato non lascia scampo. Anche per questo si cerca di cambiare rotta, anche organizzando dei turni di lavoro.

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alice. foto Vannucchi

A Castiglion della Pescaia oggi ci sono 9 barche delle 22 di un tempo. In queste settimane escono in modo contingentato: “peschiamo 3 giorni invece di 5 e solo un terzo delle barche” spiega Roberto Manai, tra i rappresentanti di Federpesca Toscana, 50 anni di esperienza a coprire un po’ tutte le attività inerenti al settore, dalla piccola pesca in su. “C’è una tale contrazione del mercato che è capitato che il nostro pesce sia rimasto invenduto o sia stato svenduto, persino a un euro” aggiunge. “Abbiamo deciso di ridurre le uscite: diminuiamo le quantità di prodotto sui banchi per mantenere un prezzo dignitoso. Ma crediamo sia doveroso assicurare nel mercato la presenza di pesce fresco nazionale”.

La Sicilia

Mentre è stata disposta la chiusura del mercato ittico (e ortofrutticolo) di Palermo per garantire l’approvvigionamento in totale sicurezza dei prodotti freschi in canali diversi dalla grande distribuzione, a Mazara del Vallo la situazione è in stallo: fermo il grande e il piccolo commercio del pesce. “I nostri armatori ci chiedono previsioni di vendita e acquisti, ma anche un sostegno economico” dice Roberto Giacalone: uno dei grandi nomi della distribuzione ai ristoranti, che fa anche vendita al dettaglio nella Boutique del mare, pescheria e gastronomia ittica, e l’anno scorso ha chiuso la filiera aprendo il ristorante Altavilla, che da solo in genere lavora 60-70 kg di pesce a settimana, mentre per l’ingrosso supera i 600kg. “In questo momento abbiamo le celle piene, abbiamo comprato il prodotto senza poterlo vendere. Non siamo nella condizione di assicurare nulla”. A breve diranno di mettere le barche in disarmo. Lavorano con due di pesce fresco, che fanno battute di due giorni, e due di congelato a bordo (come i rinomati gamberi rossi di Mazara) che rientrano ogni 45 giorni. Con la ristorazione ferma se ne è andata una quota importante, “ma neanche le pescherie lavorano. E non solo per i gamberi rossi, che sono un prodotto pregiato e più costoso, ma per tutto. Prima abbiamo pensato che le persone avrebbero cucinato a casa, e siamo attrezzati anche per la consegna a domicilio, e poi magari che molti non sono abituati a preparare il pesce, e credevamo che sarebbe andata la gastronomia. Neanche”.

Così hanno limitato anche l’acquisto di pesce fresco, ma l’ipotesi ora è di sospendere le attività se qualcosa non si muove. Inutile stare aperti, e inutile anche uscire in mare, se le pescherie non lavorano: “lo prendiamo come un periodo di fermo biologico, e cerchiamo di non azzerare il valore di mercato del prodotto”. Servendo anche la gdo, hanno un panorama completo: “anche in quel canale il pesce non va: le persone vogliono prodotti a lunga conservazione o materie prime di base”. Prodotti rifugio, soprattutto. Il pesce è visto come non necessario? Eppure parliamo di “un prodotto non allevato, fresco o congelato a bordo”, perfettamente rispondente ai consigli per una alimentazione sana.

Come va la vendita ai privati?

In Costiera Amalfitana, Raffaele De Lucia di C.I.C.A, tra i più grandi fornitori per i privati e per la ristorazione della zona, ci racconta di una vendita diretta (che per lui conta circa il 20%), che ancora tiene ma ha cambiato profilo “le persone quando escono comprano di più, fanno scorta, e spesso vogliono il congelato” e di un cambio di ritmo “al massimo faccio uscire le barche 4 giorni a settimana” racconta “ed è già tanto. Ma anche loro, i pescatori, altrimenti come fanno ad andare avanti?”. A Torino c’è Beppe Gallina, punto di riferimento per il prodotto ittico, con il banco storico al mercato di Porta Palazzo e un’attività alla quarta generazione. Serve ristoranti ed è esposto in prima fila con la trattoria di mare Gallina Scannata (non fatevi confondere dal nome) e la proposta pret à manger del banco del mercato. La sua è dunque una visione a 360° sulle vendite. Chiusi i ristoranti, il lavoro ha subìto un taglio netto, perché i numeri delle forniture non sono certo comparabili a quelli della vendita ai privati. Ma anche questa paga i colpi di una crisi che vede contrarsi i consumi di pesce anche in casa (a fronte di una riscoperta della cucina, seppur forzata). “Parliamo solo di vendita al banco” fa Gallina “qui stiamo lavorando al 30% rispetto al solito. Per due motivi: un 50% di richiesta in meno e un 15-20% perché non c’è abbastanza prodotto. La maggior parte dei miei clienti chiama per le consegne a domicilio, ormai, e in molti casi non posso accontentarli”: è un circolo vizioso. Non potendo contare sui volumi consueti, i pescatori escono meno per non avere invenduto. E chi potrebbe non trova abbastanza prodotto. Un paradosso.

 

a cura di Antonella De Santis

foto Lido Vannucchi

tratte dal libro Com’è profondo il mare – Gianfranco Pascucci – Gambero Rosso ed. – 192 pp.  – acquista online