Poco meno di una decina di esemplari, nati da una piantagione di piantine micorizzate con Tuber magnatum in Nuova Aquitania, zona non naturalmente vocata per il tartufo bianco. Ecco perché la scoperta può cambiare il mercato.
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Il tartufo bianco si può coltivare

Ci sono voluti nove anni di ricerca per confermare che il tartufo bianco pregiato si può coltivare. E dunque “produrre” ovunque, nel mondo, anche al di fuori della sua area di distribuzione naturale. Sembra una provocazione, e invece è il frutto del lavoro congiunto tra il centro di ricerca francese INRAE e i vivai Robin, che oggi spiegano le potenzialità della “produzione controllata” di tartufo bianco, a partire dalla messa a dimora di piantine preventivamente micorizzate di Tuber magnatum Pico. Ma l’allure scientifica dell’operazione (i risultati sono stati pubblicati sulla rivista Mycorrhiza) non mette al riparo da polemiche i fautori delle prime piantagioni per la coltivazione del tartufo bianco pregiato. Il lavoro, che ha paternità francese, è stato accolto con entusiasmo da Joël Giraud, segretario di Stato per gli affari rurali, che intravede nella ricerca l’opportunità di favorire lo sviluppo delle aree rurali nel segno dell’innovazione: “In veste di ex-deputato delle Hautes-Alpes e membro del governo incaricato della difesa dei territori rurali, ci tenevo a complimentarmi per questa prima mondiale. È una perfetta illustrazione della capacità di innovazione delle zone rurali, che il governo sostiene e incoraggia.” Ma l’Italia, che detiene il patrocinio di una specialità non a caso conosciuta come Tartufo Bianco pregiato d’Italia o Tartufo Bianco pregiato d’Alba, sarà persuasa della bontà dell’operazione? In realtà, ormai da diversi decenni, anche nella Penisola si prova a ottenere un risultato simile.

Impianto radicale con micelio di tartufo bianco

Come si coltiva il tartufo bianco?

Il tartufo bianco, che è il più raro e costoso di tutta la famiglia, viene raccolto esclusivamente in ambiente boschivo in Italia e in alcuni altri paesi europei (Balcani, soprattutto), perché il corpo fruttifero è il risultato della simbiosi tra il fungo ed alberi come querce, salici, carpini e pioppi. Il micelio del fungo, cioè, cresce solo in associazione con le radici di una pianta, in uno scambio reciproco di vantaggi. L’offerta, spiegano i ricercatori francesi, spesso non riesce a soddisfare l’elevata domanda a livello globale. Dunque, dal 2008, si è iniziato a lavorare in Francia sulle prime piantagioni sotto il patronato del ministero dell’Università e della Ricerca e del ministero dell’agricoltura e della pesca francesi e grazie agli strumenti messi a disposizione da un grande vivaio (Robin), leader mondiale nel campo della micorizzazione controllata, in questo caso alle prese con la micorizzazione di piante con T. magnatum (la Francia ha già costruito un mercato sulla micorizzazione del T. melanosporum, il tartufo nero pregiato, che nel Paese proviene al 90% da coltivazioni). Nel giro di tre/otto anni alcuni degli impianti hanno restituito i primi risultati. Il più significativo, nel 2019, con la raccolta dei primi tartufi su un terreno messo a dimora quattro anni e mezzo prima.

Piantine di roverella micorizzate in vivaio

In Italia, già dagli anni Settanta, si prova a sviluppare la coltivazione di tartufo bianco, con risultati altalenanti: dove il lavoro è andato a buon fine, la raccolta è avvenuta una ventina di anni dopo la realizzazione delle piantagioni, e solo nelle aree dove il tartufo già si trova naturalmente (dunque non è detto che il merito fosse delle piantine micorizzate). I francesi, invece, sembrano aver sciolto ogni dubbio: “Siamo partiti dalle piantagioni di roverella, la specie di quercia più diffusa in Italia, oltre che la pianta tartuficola per eccellenza, abbiamo preso le radici e vi abbiamo legato a micelio l’apparato vegetativo dei funghi” spiegano i ricercatori dell’INRAE “Il tutto in alcune piantagioni distribuite su regioni con climi diversi, e cioè Rodano-Alpi, Contea di Borgogna Franche e Nuova Aquitania”.

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Tartufo bianco appena cavato

Le potenzialità della ricerca

Nel 2019, tre tartufi bianchi della specie Tuber magnatum sono stati raccolti in Nuova Aquitania; altri quattro, nella stessa piantagione, nel 2020. Numeri contenuti, al momento, che però non ridimensionano la portata dell’innovazione. “Se vogliamo dare un futuro al tartufo bianco d’Alba, non possiamo fare leva solo sulla natura, ma dobbiamo affidarci anche alla ricerca”, sostiene Mauro Carbone, direttore del Centro nazionale degli studi del tartufo, intervistato dal Corriere della Sera. Per questo il risultato annunciato dalla Francia è guardato con grande interesse anche in Italia: “La produzione spontanea” continua Carbone “è rischiosa: le piante possono morire, seccare, essere abbattute da un fulmine… L’idea di riuscire a salvaguardarle e di aggiungerne alle preesistenti rassicura”.

I rischi di una commercializzazione massiva

Il rischio maggiore, invece, risiede nella frenesia che potrebbe accompagnare la commercializzazione delle piante micorizzate, qualora fosse dimostrata a pieno la loro efficacia: “Serve una cultura del prodotto, e in Italia c’è; i tartufi non si piantano come fossero pomodori”. In tal senso, lo strumento dovrebbe essere utilizzato per integrare le tartufaie naturali “condizionando l’albero cosicché abbia più possibilità di sviluppare le micorizze, responsabili della formazione del tartufo bianco”, conclude Carbone. Ma nel presentare la ricerca, il gruppo di lavoro non manca di sottolineare i vantaggi commerciali dell’operazione: a fronte di un incremento costante delle coltivazioni di tartufo nero pregiato in molte regioni d’Italia, la strada per la coltivazione del tartufo bianco (più propriamente per la messa a dimora di piante micorizzate portate dunque a sviluppare corpi fruttiferi), anche al di fuori della sua area di distribuzione naturale, potrebbe essere spianata. A patto però, sottolineano i ricercatori, di utilizzare piante micorrizate di alta qualità messe a dimora in terreni adatti, con un’appropriata gestione della piantagione.

Le reazioni

A tal proposito, è proprio uno dei ricercatori che ha seguito la sperimentazione per l’NRAE – Claude Murat – a prendere tempo: “Ho già registrato manifestazioni di interesse da un centro studio italiano, ma è prematuro parlare di sperimentazioni o di avvio di piantagioni di tartufo bianco in Italia“. Ma intanto, in Italia, c’è chi si preoccupa per le ripercussioni che la “scoperta” potrebbe avere su un  mercato che nella Penisola vale oltre mezzo miliardo di euro. Secondo Coldiretti, infatti, la coltivazione di tartufo bianco fuori dai confini nazionali potrebbe danneggiare i 100mila raccoglitori ufficiali presenti sul territorio italiano. I timori dell’associazione si concentrano, in realtà, sulla Gran Bretagna: “Con la Brexit gli inglesi hanno iniziato a copiare in laboratorio un tartufo bianco che potrebbe presto sostituire sulle tavole britanniche quello italiano; quindi è auspicabile che i tuberi ‘copiati’ e prodotti negli impianti abbiano comunque una etichettatura apposita, per evitare di ingannare i consumatori e aumentare i rischi della vendita sul mercato di importazioni low cost spacciate per italiane, magari come pregiato tartufo bianco tricolore”.