Oltre al carosello del di febbraio, sul Made in Italy incombe una possibile ritorsione statunitense sulla web tax, dopo che l’Ustr ha definito la misura discriminatoria.
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La storia si ripete. Non bastano il cambio di presidenza e le nuove contingenze a far dormire sonni tranquilli alle cantine italiane che esportano in Usa. Anche quest’anno, l’incubo di tariffe aggiuntive è tornato. Con due gravanti al seguito: i controdazi che l’Europa ha applicato ai prodotti Usa lo scorso novembre e che non sono per nulla piaciuti a Washington; la digital tax sui big del commercio elettronico (per 2/3 Usa), che entrerà in vigore in Italia il prossimo 16 marzo e che dovrebbe portare all’Italia circa 700 milioni di euro. Due questioni che rischiano di trasformarsi in dei boomerang che andrebbero a colpire l’export italiano vitivinicolo. In questo momento, infatti, come denuncia Unione Italiana Vini “sul tavolo del Rappresentante per il Commercio Usa (Ustr) c’è il nuovo carosello di prodotti oggetto di dazi aggiuntivi sulla controversia Airbus– per cui si attende la nuova lista a metà febbraio – e soprattutto il dossier relativo alla tassa sui servizi digitali (Dst)”. Come a dire, il coltello dalla parte del manico non ce l’ha di certo l’Italia.

vino generiche - Wintermute Chip da Pixabay

Digital tax. Ustr punta il dito contro l’Italia

In particolare, sul tema della digital tax, lo scorso 6 gennaio l’Ustr ha pubblicato i risultati delle indagini della Sezione 301 sulle tasse sui servizi digitali (DST) adottate da India, Italia e Turchia, concludendo che ciascuna delle misure adottate da questi Paesi, discrimina le società statunitensi, è incoerente con i principi prevalenti della tassazione internazionale e grava o limita il commercio degli Stati Uniti. Ma non sono ancora state indicate delle contromosse.

Secondo Uiv “da qui a eventuali azioni ritorsive da parte del Commercio statunitense il passo potrà essere breve e seguire quanto già fatto ai danni della Francia, anch’essa promotrice della stessa imposta”. Lo scorso luglio, infatti, proprio per la medesima questione, i nostri cugini d’Oltralpe erano stati “condannati” a un’ulteriore tassazione del 25% su diversi prodotti del Made in France, soprattutto in ambito cosmetico: tariffe che avrebbero dovuto trovare applicazione proprio da gennaio 2021, ma che sono state posticipate di altri 180 giorni. Il tempo di consentire alla nuova amministrazione di insediarsi e trovare un’azione comune contro tutti i Paesi sotto accusa? O un segnale di distensione?

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La mossa dell’Italia per scongiurare il rischio Dazi Usa

Ad ogni modo, l’Italia ha deciso di prendere tempo, accogliendo la proposta di Unione Italiana Vini di bloccare momentaneamente l’applicazione della tassa. “Serve ora sospendere temporaneamente gli effetti dell’imposta sui servizi digitali alla luce dei lavori in corso in ambito OCSE” aveva chiesto al Governo il segretario generale Paolo Castellettianche cogliendo l’opportunità della presidenza italiana del G20 nel 2021 che potrebbe farsi promotrice di un accordo multilaterale e tendere una mano verso la nuova amministrazione Biden. Il ruolo di negoziatrice per l’Italia sarebbe chiaramente più credibile se non si presentasse con una digital tax già all’attivo”. Il consiglio dei ministri ha dato seguito a questa richiesta, posticipando l’entrata in vigore della misura di un mese: 16 marzo anziché 16 febbraio, mentre per la presentazione della relativa dichiarazione ci sarà tempo fino al 30 aprile. Basterà lo slittamento di un mese per evitare rappresaglie? Si vedrà, ma intanto è un importante segnale di apertura nei confronti del nuovo inquilino della Casa Bianca.

Disputa Airbus-Boeing. Ecco perché questa volta potrebbe essere diverso

Sul fronte Airbus-Boeing, invece, il nuovo carosello è atteso per febbraio, preceduto dalla nuova black list che non è ancora stata pubblicata. Black list che, ricordiamo, fino a ora non ha toccato il vino italiano, al contrario di quanto successo ai nostri competitor europei (Francia, Germania e Spagna) e ad altri prodotti Made in Italy. Stavolta, però, potrebbe essere diverso. Uno dei motivi è che i rapporti tra i due Paesi si sono ulteriormente incrinati dallo scorso novembre, quando l’Europa, a seguito della sentenza Wto, ha deciso di imporre subito dei controdazi a specchio sui prodotti statunitensi. Decisione che non è stata accolta di buon grado dal Governo a stelle e strisce che ha subito accusato l’Ue di aver scelto un “metodo ingiusto”, calcolando i dazi sui dati commerciali più recenti che hanno risentito delle conseguenze economiche della pandemia. In questo modo, le tariffe sarebbero state applicate su un numero maggiore di prodotti in arrivo dagli Stati Uniti. Non solo. Secondo Washington, l’Europa avrebbe anche calcolato la quantità di scambi da coprire, utilizzando il volume dell’Europa a 27 Stati (ovvero, includendo anche il Regno Unito che ha, invece, lasciato l’Unione).

Così le prime conseguenze non si sono fatte attendere. A farne le spese al momento sono solo Francia e Germania, che dal 12 gennaio sono state colpite da nuove misure, che finiscono per abbattersi praticamente su tutti i vini che erano rimasti fuori dalla precedente lista e anche su cognac e acquaviti. Fino a ora, infatti, le tariffe Airbus del 25% erano applicate ai vini fermi con contenuto alcolico non superiore al 14%, in contenitori fino a 2 litri. Adesso, invece, tutti i vini fermi francesi e tedeschi con un volume alcolico superiore o inferiore a 14% (ABV) e in contenitori di qualsiasi dimensione sono soggetti a una tariffa del 255%. Insomma, la situazione è ben lontana da una distensione: riuscirà il vino italiano a salvarsi ancora?

vino

Dazi Usa. Quali novità con la nuova presidenza Biden?

E, intanto, intanto nelle ore dell’insediamento alla Casa Bianca del 46esimo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden tanto atteso anche dal mondo della ristorazione a stelle e strisce. In molti hanno intravisto in questo cambio di colore, una possibile tregua per le guerre commerciali. Ma sarà davvero così? Ci sperano le associazioni vitivinicole, consapevoli, però, che non c’è da farsi troppe illusioni. D’altronde un’eventuale distensione dei rapporti dovrebbe presupporre prima di tutto un passo indietro da parte dell’Italia sulla tassazione ai colossi digitali e dall’altra parte dell’Europa, che invece non ha aspettato l’esito delle elezioni per colpire gli Usa con i controdazi sulla questione Boeing-Airbus.

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In merito alla Digital Tax, c’è poi da dire che i grandi gruppi del web statunitensi sono politicamente molto vicini a Biden, quindi il cambio di inquilino non modificherà più di tanto la dinamica di questa controversia e gli interessi statunitensi. La strada del compromesso è probabilmente l’unica percorribile.

Vanno assunte tutte le iniziative per evitare un contenzioso diretto tra Italia e Stati Uniti, che andrebbe ad aggiungersi a quelli già in atto a livello europeo” è la posizione di Confagricoltura “Ci auguriamo che con l’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca possa ripartire la collaborazione tra Stati Uniti e Unione europea per mettere fine ai contenziosi bilaterali e per rilanciare il sistema multilaterale di gestione del commercio internazionale, grazie anche a una profonda riforma del Wto. Le intese commerciali” conclude il presidente Massimiliano Giansantisono sempre la soluzione migliore rispetto ai dazi e alle misure di ritorsione”. “Con l’elezione del nuovo presidente Usa Biden” gli fa eco il presidente Coldiretti Ettore Prandini “occorre ora avviare un dialogo costruttivo e superare uno scontro dagli scenari inediti e preoccupanti che rischia di determinare un pericoloso effetto valanga sull’economia e sulle relazioni tra Paesi alleati in un momento drammatico per gli effetti della pandemia”.

L’industria vitivinicola Usa accanto al vino Ue

Come è già avvenuto in questi 15 mesi (i primi dazi sono stati introdotti a ottobre 2019), l’industria vitivinicola statunitense continua a fare pressioni affinché si trovi una soluzione diplomatica. Il Wine Institute ha ribadito come sia sbagliato, soprattutto in questo momento di crisi globale, continuare la guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico: “Le tariffe servono solo a limitare la crescita del commercio transatlantico di vino e limitare le esportazioni di vino dagli Stati Uniti” ha ribadito Bobby Koch, presidente e ceo del Wine Institute. “Questa disputa non ha assolutamente nulla a che fare con il vino e chiediamo agli Stati Uniti e all’Ue di raddoppiare urgentemente i loro sforzi per raggiungere un accordo che rimuova queste tariffe dannose“. Dello stesso avviso Nabi – The National Association of Be- verage Importers, che ha proposto una sospensione di 180 giorni, così come autorizzato dalla legge commerciale degli Stati Uniti, delle tariffe Airbus-Boeing (sia da parte dell’Ue, sia da parte degli Usa, dunque) per dare tempo alla nuova amministrazione Biden / Harris di rivedere e valutare la propria politica commerciale. “Durante questo periodo di riflessione, non solo si ridurranno le tensioni tra gli Stati Uniti e l’Ue” spiega il presidente del gruppo, Robert M. Tobaissen, “ma si farebbe chiarezza sulla questione Airbus anche per quanto riguarda la nuova posizione del Regno Unito al di fuori dall’Ue”.

Import vino italiano stabile negli 11 mesi. In calo i competitor Ue colpiti dai dazi Usa

Lo scorso anno l’allarme dei dazi Usa aveva creato una corsa alle scorte senza precedenti, tanto da far raggiungere in un solo bimestre al vino italiano un record delle esportazioni molto utile per i mesi a venire. Questa volta difficilmente il miracolo si ripeterà, vista l’emergenza pandemica ancora in corso. Quel che è certo, però, è che nei primi 11 mesi dell’anno, l’Italia rispetto ai competitor europei colpiti dai dazi, è l’unico Paese a essere rimasto stabile nell’import Usa di vini fermi e frizzanti imbottigliati rispetto allo scorso anno: nessuna variazione a volume, – 0,1% a valore (raggiungendo 1,34 miliardi di dollari), come evidenziano i numeri dell’Osservatorio Unione Italiana Vini su base dogane. Molto diversa la situazione per la Francia che è andata giù del 31,3% a valore (negli 11 mesi resta sotto agli 890 milioni di dollari) e del 19% a volume. Fa ancora peggio la Germania, con -33,4% a valore e -15% a volume, mentre la Spagna prova a contenere le perdite: -12,3% a valore e -8% a volume. Se si allarga la platea, i dati import gennaio-novembre, mostrano una crescita generalizzata nei quantitativi Usa importati da tutti i Paesi del Nuovo Mondo. Tra questi, però, il valore, però, premia solo la Nuova Zelanda (+7,6%). Infine, nota positiva per il Belpaese: l’Osservatorio Uiv mostra che, tra i primi dieci Paesi, è l’unico a non scendere neanche in termini di prezzo medio (5,93 dollari al litro nel 2020). Se si guarda agli ultimi otto anni, si è passati da 5,53 del 2013 a 5,93 dollari al litro, mentre il prezzo medio francese – pur restando più alto in termini assoluti – è passato da 10,15 del 2013 a 8,13 euro al litro del 2020, in un calo progressivo che solo in parte riguarda dazi e pandemia.

a cura di Loredana Sottile

Articolo uscito sul numero di Tre Bicchieri uscito il 14 gennaio

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