Il 2019 aveva segnato un riequilibrio di produzione e consumi, con nuovo record degli scambi e l’Italia leader a volume. Ma il crollo di Horeca ed enoturismo e il lockdown da Covid-19 modificheranno radicalmente il panorama. Per consumi, prezzi medi e profitti, il calo sarà inevitabile, soprattutto in Europa con stime a -35% a volume e -50% a valore
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Quello dell’Oiv – Organizzazione internazionale della vigna e del vino – è il primo tentativo d’interpretare gli effetti sul mercato globale del vino della crisi economica seguita alla pandemia da Covid-19. Lo sguardo offerto dall’Oiv, nella congiuntura di aprile, appare prudente – e non poteva essere altrimenti – ma non intende nascondere le fortissime preoccupazioni per i contraccolpi su export, consumi e produzione.

Il 2019 è stato un anno in cui gli scambi internazionali erano tornati a salire a 105,8 milioni di ettolitri (+1,7%) per un valore record di 31,8 miliardi di euro (+0,9%), in cui il consumo di vino si era stabilizzato a 244 milioni di ettolitri con trend positivi addirittura per Italia e Francia, in cui la produzione era tornata sui livelli medi dopo due anni di estrema volatilità, come il 2017 e il 2018. Ma la crisi economica che si sta delineando in questi mesi è destinata, senza timori di smentite, a cambiare decisamente i connotati al vino mondiale con “effetti devastanti”.

Il mondo vitivinicolo alle prese col coronavirus

L’impatto del Covid-19 sul settore, secondo l’Oiv, comporterà un radicale cambiamento dei canali distributivi. Attualmente, i feedback che arrivano dai 47 Stati membri consentono di delineare uno scenario radicalmente nuovo, ben descritto dal direttore generale, Pau Roca, in una video conferenza ballerina dalla sede di Parigi (per problemi tecnici alla rete), che porta a prevedere “una diminuzione dei consumi dovuta anche al calo del potere d’acquisto delle famiglie, una riduzione dei prezzi medi e, pertanto, del valore delle vendite, dei ricavi, dei conseguenti margini e dei profitti per le imprese vitivinicole”.

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L’inattività del canale Horeca, unita al crollo dell’enoturismo e all’esiguo volume scambiato online, potrebbe provocare per la sola Europa una diminuzione nei volumi superiore al 35%, con valori destinati addirittura dimezzarsi (-50%). Insomma, a subire i colpi più pesanti sarebbero proprio i Paesi mediterranei. Il quadro in divenire, va precisato, non consente all’Oiv di avere dati certi, ma il direttore generale ha voluto sottolineare l’eccezionalità del momento: “Tutti concordano che il lockdown abbia avuto un impatto irreversibile: l’andamento nella riduzione della crescita del mercato è quasi analogo a quella della Seconda Guerra Mondiale e i governi stanno prendendo i provvedimenti del caso. I flussi commerciali” ha rimarcato Roca “potrebbero riprendersi insieme all’economia, ma potrebbero verificarsi anche alcuni cambiamenti permanenti”. Tradotto: nulla sarà più come prima.

Scambi mondiali: espansione interrotta

L’indice d’internazionalizzazione del mercato ha raggiunto nel 2019 il 43%, il che significa che oltre 4 bottiglie consumate su 10 nel mondo hanno superato i confini del Paese di produzione. È facile prevedere che tra un anno non sarà così, con l’emergenza sanitaria – ci si augura – alle spalle, quando il mondo del vino non brinderà all’ennesimo traguardo degli scambi a valore. Coi suoi 31,8 miliardi di euro (dato record), il 2019 ha suggellato un percorso di risalita dopo la crisi finanziaria del 2008 che, a sua volta, interruppe la serie positiva che durava dal 2000, provocando un -10% nel volume d’affari all’export. Intanto, nel 2019, la Francia, si è confermata leader indiscussa con 9,8 miliardi di euro e precede l’Italia con 6,4 miliardi. Entrambi i Paesi vedranno ridurre questo cammino di espansione. I motivi sono chiari: “Le economie in recessione” scrive l’Oiv “non costituiscono al momento dei mercati promettenti e da sviluppare. Nel corso di questa pandemia, a essere più colpiti sono stati i Paesi che coincidono coi più grandi consumatori (Usa, Uk, Germania; ndr)”.

Italia leader a volume nel 2019

Analizzando la congiuntura 2019, l’Italia si è ripresa lo scettro di primo esportatore mondiale a volume (21,6 mln/hl), superando la Spagna (21,3 mln/hl), e totalizzando valori a 6,4 miliardi di euro confermandosi al secondo posto sul podio dopo la Francia (9,8 mld). Un quinto del vino esportato nel mondo è Made in Italy, sottolinea l’Oiv nel rapporto di congiuntura, che evidenzia anche le buone performance quantitative di Spagna, Canada e Cile, a fronte dei cali di Australia, Sud Africa, Ungheria e Ucraina. A valore, bene la Nuova Zelanda (+84 milioni di euro), in calo Spagna (-234 mln) e Sud Africa (-73 mln). In generale, il vino imbottigliato è rimasto stabile e rappresenta circa il 53% del mercato a volume e ben il 70% delle quote a valore.

Sparkling driver del mercato

Ancora una volta gli sparkling wine hanno guidato la crescita, con un +2,5% in quantità e un +4,9% nei valori nel corso dello scorso anno. Il continuo successo del Prosecco nel mondo spiega in parte questo trend: l’Italia può così vantare il 19% delle quote a volume di bollicine esportate, davanti a Francia (14%) e Spagna (9%). Questa categoria di vini, con appena il 9% delle quantità, vale oggi il 21% dell’export mondiale. In un focus dedicato (con dati 2018), l’Oiv fa sapere che la produzione di sparkling per la prima volta ha raggiunto i 20 milioni di ettolitri (+57% dal 2002), con i volumi dell’Italia cresciuti del 9% dal 2008. Sempre nel 2018, i consumi hanno toccato i 19 mln/hl, con Germania, Francia, Stati Uniti, Russia e Italia che rappresentano oltre il 60% del consumo globale di vino spumante.

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L’andamento di sfusi e bag in box

Per quanto riguarda lo sfuso (e qui si torna ai dati 2019), l’abbondante raccolto 2018 ha portato su i volumi (+4,9%) facendo calare i valori (-6,6%), con l’Italia che ha registrato un incremento del 30%. Sul fronte bag in box (confezioni tra 2 e 10 litri), questa nuova categoria, tracciata negli scambi internazionali con un apposito codice dal 2017, vale il 4% degli scambi a volume e il 2% a valore: Germania, Sud Africa e Portogallo guidano la classifica dei produttori.

Consumi: Italia in crescita

Il 2019 ha segnato una stabilizzazione del livello di vino consumato nel mondo, a 244 milioni di ettolitri, dopo il calo che si era registrato nel 2018. L’Oiv evidenzia (con dati ancora provvisori) che lo scorso anno l’Europa ha bevuto il 53% del vino mondiale (128 mln/hl). Da sottolineare la crescita dello 0,9% dell’Italia (a 22,6 mln/hl), della Germania (+2% a 20,4 mln/ hl), del Regno Unito (+1% a 13 mln/hl) e della Spagna (+2,3% a 11,1 mln/hl); lieve calo per la Francia (a 26,5 mln/hl) e segno negativo per Portogallo, Olanda e Belgio. Gli Stati Uniti, con 33 milioni di ettolitri si sono confermati nel 2019 il più grande mercato per i consumi di vino nel mondo, con incrementi dell’1,8% sul 2018, a ritmi più lenti degli anni precedenti. La Cina è stimata a 17,8 mln/hl, con un calo del 3,3%, che potrebbe essere determinato,s scrive l’Oiv nel rapporto di congiuntura, con gli effetti di una raccolta scarsa degli ultimi due anni. Stabile il livello del Giappone, in crescita i mercati sudamericani, come Argentina (+1,3%), Brasile (+0,5%) e Cile (+4,6%). Forte diminuzione in Sudafrica (-4% a 6,2 mln/ hl) mentre è stabile l’Australia a 5,9 milioni di ettolitri.

Superfici stabili

Le superfici vitate a livello globale si sono stabilizzate. Il livello di 7,4 milioni di ettari del 2019 conferma un trend in atto dal 2016. L’Europa ricopre 3,2 mln/ha e ha visto crescere il suo vigneto con Francia (794 mila ettari), Italia (708), Portogallo (195) e Bulgaria (67). In calo le superfici in Spagna (966, ancora prima in Ue), Ungheria (69) e Austria (48). Fuori dal Vecchio continente, dopo dieci anni di espansione, rallenta la Cina (855 mila ettari vitati e secondo posto al mondo); negli Stati Uniti prosegue il calo iniziato nel 2014 e ora i livelli sono poco sopra i 400 mila ettari; in Sud America si segnala il +17% del Peru (a 7 mila ettari), mentre il Sud Africa è stabile a 128 mila ettari di vigneto, così come l’Australia (146 mila). La Nuova Zelanda è in decisa crescita e tocca un nuovo record: 39 mila ettari e +1,6 per cento.

Produzione 2019 nella media

Dopo lo scarso 2017 e il 2018 sovrabbondante, il 2019 ha restituito un livello produttivo nella media, stimato dall’Oiv a 260 milioni di ettolitri (esclusi succhi e mosti), con una riduzione dell’11,5 rispetto al 2018. Nel dettaglio, Italia (47.5 mln/hl), Francia (42.1 mln/hl) e Spagna (33.5 mln/hl) valgono assieme il 48% della produzione globale. Tutta l’Europa, tranne il Portogallo, ha segnato una diminuzione dopo i volumi eccezionali (superiori a 290 milioni di ettolitri) registrati nel 2018. La Cina conta una produzione vinificata di 8,3 milioni di ettolitri, con un calo del 10%; il Nord America vede gli Usa in decremento ma non tanto per i noti incendi che hanno devastato la California in ottobre, quanto per una strategia di contenimento della sovrapproduzione, ora a 24,3 milioni di ettolitri. Il Sud America è al di sotto delle medie quinquennali. Spicca, in particolare, il -34% del Brasile (a 2 mln/hl). Il Sud Africa è a 9,7 mln/hl (+3%) ma ben al di sotto dei livelli medi, a causa della persistente siccità. Giù anche l’Australia (-6%) e la Nuova Zelanda (-1%).

Emisfero sud: vendemmia condizionata dal Covid-19

Il sud del mondo è alle prese con la nuova raccolta 2020 che, come ha spiegato il direttore dell’Oiv, è stata “inevitabilmente condizionata dalla nuova situazione determinata dalla pandemia da Covid-19”. L’impatto del virus e delle misure per contenerlo, a tutti i livelli, porta l’Oiv a stimare un calo generalizzato, con poche eccezioni. Nel dettaglio, l’Argentina perderà l’11% delle produzioni (11,6 mln/hl), il Cile il 12% (10,5 mln/hl) e il Brasile l’1% (2 mln/hl); in controtendenza l’Uruguay (+11%). Per il Sud Africa, stimata una produzione vinificata a +5% a 10,2 mln/hl. In calo sia Australia (-4% a 11,5 mln/hl) sia Nuova Zelanda (-2% a 2,9 mln/hl).

a cura di Gianluca Atzeni

Articolo uscito  sul numero di Tre Bicchieri del 23 aprile

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