L’unico Paese ad avere già uno standard nazionale green è la Nuova Zelanda che in 10 anni ha incrementato l’export del 76%. In Europa, l’Italia sarebbe la prima. Così dalla sua assemblea generale, Uiv traccia una roadmap in quattro punti, mentre una ricerca Wine Intelligence conferma l’importanza della certificazione
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Dopo la firma del decreto sulla sostenibilità vitivinicola (vedi articolo Il Mipaaf approva lo standard di sostenibilità vitivinicolo: Italia prima in Europa), arriva la promessa del ministro delle Politiche Agricole Stefano Patuanelli: “Entro settembre si arriverà anche al disciplinare” ha detto nel corso dell’annuale assemblea generale di Unione italiana vini su “Sostenibilità, transizione del Pnrr e obiettivi del vino”.

Il prossimo passo dell’iter sarà la nomina del CoSVi, ovvero Comitato della sostenibilità vitivinicola. “In questi giorni” ha rivelato Giuseppe Blasi, capo dipartimento delle politiche europee e internazionali e dello sviluppo rurale del Mipaaf “stanno partendo le richieste di designazione del Comitato che poterà al disciplinare”.

Giuseppe Blasi
Giuseppe Blasi – Mipaaf

I pilastri del disciplinare di sostenibilità vitivinicola

In totale circa 40 punti, basati sui tre pilastri – ambientale, economico e sociale – che daranno modo alle aziende vitivinicole di uniformarsi (per chi ha già una certificazione di sostenibilità il passaggio sarà automatico). “In più” ha aggiunto Blasi “già alcune Regioni stanno inserendo i requisiti di sostenibilità tra i sistemi incentivanti dei Piani di sviluppo rurale, ma il grande salto di qualità si farà con il piano strategico nazionale. E in questo contesto dovrà trovare spazio tutto il processo di armonizzazione nel quale ci siamo impegnati negli ultimi anni”. E che è in linea anche con gli obiettivi del Next Generation Eu, ovvero la transizione ecologica e quella digitale.

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Infine, si attende la nascita del logo unico da apporre in etichetta. Anche su questo il ministro Patuanelli si è impegnato pubblicamente: “Quando avremo il logo unico” ha detto “avremo anche più risorse sulla promozione e sulla sana comunicazione”.

Riccardo Ricci Curbastro
Riccardo Ricci Curbastro – Equalitas

Frutto di una sintesi tra gli attuali protocolli pubblici, come Viva e Sqnpi, e privati, come Equalitas (nato nel 2015 dalla collaborazione tra Federdoc, Unione Italiana Vini, gruppo CSQA-Valoritalia, 3A Vino e Gambero Rosso e presieduto da Riccardo Ricci Curbastro), lo standard sostenibile del vino era stato inserito, lo scorso anno, all’interno al Decreto Rilancio e rimasto in attesa del decreto ministeriale, appena firmato.

La roadmap di Unione Italiana Vini

In questa ottica Unione Italiana Vini ha tracciato una roadmap per non perdere di vista gli obiettivi della nuova certificazione. Quattro i punti indicati: formazione alle imprese; monitoraggio del mercato; riorientamento di fondi (anche Psr e Ocm) per investimenti sulle performance ambientali; promozione del logo pubblico vini sostenibili.

“Si tratta di misure straordinarie che devono diventare strumenti attivi di promozione” ha detto il presidente Ernesto Abbona “Non chiediamo aiuti fini a sé stessi, ma volti ad incentivare la domanda e rafforzare il posizionamento sui mercati”. In questo percorso, l’associazione, che rappresenta l’85% dell’export vitivinicolo, si è detta disposta a continuare il proprio lavoro di trait d’union tra il Ministero e le aziende. “La sostenibilità” ha concluso Abbona “è, in primo luogo, un cambio di paradigma, una transizione culturale che Unione italiana vini intende continuare ad accompagnare e guidare”.

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L’esempio della Nuova Zelanda, che ha già adottato lo standard nazionale

Con il nuovo disciplinare unico di sostenibilità vitivinicola, l’Italia sarà il primo Paese in Europa a dotarsi di una norma pubblica per la certificazione dei vini green. Ad averlo già fatto, c’è solo la Nuova Zelanda che da vent’anni ha intrapreso la via sostenibile, concentrandosi su un’azione integrata di rispetto dell’ambiente, delle persone e su un obiettivo di neutralità carbonica entro il 2050. Oggi, lo stato insulare dell’Oceania può vantare il 96% della superficie vitata certificata e un brand riconosciuto in tutto il mondo. Non a caso, la fogliolina in etichetta, che certifica la sostenibilità delle bottiglie prodotte, è sempre più richiesta e, nell’anno del Covid ha portato l’export neozelandese di vino a crescere – unico tra i top produttori – del 5,4%, per un corrispettivo di 1,13 miliardi di euro.

Secondo le rielaborazioni dell’Osservatorio di Unione italiana Vini sui dati della New Zealand Winegrowers, nell’ultimo decennio (2011-2022) l’incremento dell’export in termini di valore è stato del 76%, che equivale al 150% in più rispetto alla crescita nello stesso periodo del mercato mondiale delle esportazioni. Inoltre, il brand sostenibile premia anche il prezzo medio, che lo scorso anno ha superato i 5,6 euro al litro: quasi il doppio del prezzo all’export del prodotto tricolore.

La ricerca di Wine Intelligence: certificazione criterio fondamentale

L’esempio neozelandese mostra come, al di là dell’aspetto etico, la sostenibilità sia un asset su cui puntare in ottica di mercato. E lo conferma la ricerca di Wine Intelligence “La sostenibilità è ancora importante per il vino?”, presentata nel corso dell’assemblea Uiv da Pierpaolo Penco.

“Negli ultimi anni” ha detto “i consumatori hanno iniziato a considerare la sostenibilità un criterio con cui scegliere il vino, al pari del prezzo o della varietà all’origine. E questo fattore avrà influenza soprattutto su quel segmento di bevitori non appassionati o esperti che compra il vino al supermercato, responsabile della maggior parte dei volumi del settore”. Allo stesso tempo, si sta anche facendo largo la categoria dei cosiddetti Lohas (Lifestyle of health and sustainability), persone che pongono molta attenzione a uno stile di vita sano e sostenibile. “In particolare” ha evidenziato Penco “sono due le tendenze in corso, di cui si deve tener conto per avere dei riscontri sul mercato: la crescita dell’impegno etico e l’attenzione alla propria salute e al wellness in generale. Trend che la pandemia non ha attenuato, anzi ha notevolmente accentuato”. Capire in quale mercato un aspetto è più forte dell’altro è fondamentale nell’impostare una comunicazione mirata. “Ad esempio” ha spiegato il responsabile di Wine Intelligence Italia “il vino biologico in Europa è più collegato al concetto di maggiore eticità, mentre in Giappone, Nord America e Australia è associato all’idea di un prodotto più salutistico. Quindi è importante capire su quale messaggio spingere per avere riscontro”.

Tra gli elementi percepiti importanti come criterio di sostenibilità appare fondamentale la presenza di una certificazione (che si colloca al secondo posto), dopo l’utilizzo della bottiglia di vetro. Infatti, la presenza in etichetta di una certificazione ha un impatto positivo sulle sue intenzioni di acquisto poiché fornisce una soluzione, crea maggiore fiducia e contribuisce a una maggiore riconoscibilità.

a cura di Loredana Sottile

 

L’articolo integrale sul settimanale Tre Bicchieri dell’8 luglio 2021 – Gambero Rosso 

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