Belle notizie: il vino e l'enoturismo danno lavoro a un quarto della popolazione attiva in Moldova, dove il quasi neonato business enoico già coinvolge il 3% del Pil e il 7% dell'export.
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Il vino e l’enoturismo danno lavoro a un quarto della popolazione attiva in Moldova, giovane repubblica ai margini dell’Europa ex socialista dove il quasi neonato business enoico già coinvolge il 3% del Pil e il 7% dell’export. Così la Moldova – ufficialmente Repubblica di Moldavia, indipendente dal ‘91 – punta molto sul turismo del vino e sulla qualità della sua produzione. Già con ottimi risultati. Ne abbiamo parlato nel numero di ottobre del Gambero Rosso, qui un assaggio.

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Palazzo del governo di Tiraspol con la statua di Lenin, in Transnistria

La leggenda del simbolo del vino moldavo

Scolpite su un portale della cantina post-sovietica Vinuri due cicogne tengono nel becco un bel grappolo d’uva. Ci troviamo a Comrat, una sgraziata cittadina della Gagauzia, la regione autonoma di lingua turcofona della Moldova meridionale: a ovest c’è la Romania, a sudest l’Ucraina e anche quaggiù, a poca strada dal Mar Nero, secondo un diffusissimo detto popolare i bambini arrivano con le cicogne. Ma una vecchia leggenda locale ha fatto diventare questi uccelli eleganti e slanciati il simbolo del vino moldavo per eccellenza, grazie a meriti conquistati sul campo. Si racconta, infatti, che a metà ’400 durante il regno di Ştefan cel Mare (Stefano il Grande) uno stormo di cicogne lanciò grappoli d’uva sulla fortezza di Soroca ai soldati stanchi e affamati: che finalmente nutriti e di nuovo in forze respinsero l’assedio dei tartari. La tradizione vitivinicola della Moldova ci regala un’altra favola. Stavolta il protagonista è un contadino, che dopo inutili tentativi dei medici, riuscirà a far guarire un regnante locale curandolo con uva e vino. Allora, in segno di ringraziamento, fu fondato il monastero di Rudi.

L’importanza del comparto vinicolo

Ad ogni modo tra leggende popolari e realtà odierna, la Moldova è un Paese a forte trazione agricola tornato da qualche anno a coltivare i suoi migliori sogni: la favola del vino, la promessa dell’enoturismo, la buona novella del cibo. Niente di nuovo sul fronte occidentale (anzi orientale), ma qui alla periferia dell’Europa ex comunista, in un Paese di soli 2,3 milioni di abitanti (tantissimi gli emigrati, soprattutto in Italia) l’orgoglio nazionale guarda con forte senso di riscatto a un comparto che vale già il 3% del Pil e il 7% dell’export e che dà lavoro a 200mila persone, cioè al 25% della popolazione attiva. E che – parlando di visite in cantina – ha stimato 200mila visitatori nel solo 2018 (il 75%, va da se, stranieri).

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Proprio l’anno scorso, per coltivare quest’economia emergente, la Moldova ha ospitato la terza edizione della Wine Tourist Global Conference, evento che ha permesso di presentare la piccola Repubblica dell’Est come una nuova destinazione enoturistica.

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Mercatino dell’usato ai giardini di piazza Suvorov a Tiraspol

Moldova, non Moldavia

Chiariamo una cosa. Si chiama Moldova e non Moldavia: il nome fu deciso sulle ceneri dell’Urss per distinguere il Paese dalla regione storica e più vasta della Moldavia, area che comprende territori anche in Romania e Ucraina. Archiviato il passato sovietico e diventata Repubblica indipendente nel ‘91, la Moldova rimane una piccola e piuttosto contraddittoria nazione grande non più di Piemonte, Liguria e Val d’Aosta, situata a nord del Mar Nero. Non manca di attrazioni culturali e paesaggistiche, con una buona tavola tutta da scoprire.

Non c’è piena consapevolezza sul patrimonio gastronomico: caduto il comunismo abbiamo rivolto lo sguardo all’estero perdendo l’orgoglio delle nostre cose. Solo adesso ricominciamo ad apprezzarle – ci racconta Nata Albot, giornalista tv e scrittrice di cucina – ma non abbiamo ancora uno chef leader d’alto livello capace di reinventare la tavola moldava e di creare un fenomeno, come avvenuto altrove. Dobbiamo inoltre migliorare la sostenibilità: nel nostro passato sovietico non c’è stata alcuna attenzione per l’ecologia e solo da poco sta prendendo forma una nuova sensibilità, grazie soprattutto ai produttori d’eccellenza”.

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Botti con scritte in cirillico nella cantina post-sovietica Vinuri de Comrat, a Comrat, nella regione turcofona della Gagauzia

Il settore del vino fa passi da gigante

Il settore del vino e dell’enoturismo fanno invece passi da gigante. Il punto di svolta fu l’embargo imposto dalla Russia – il primo nel 2006, l’ultimo nel 2013 – per frenare la tentazione europeista della giovane Repubblica, colpevole d’aver firmato accordi di libero scambio con la UE. “Soprattutto quello del 2006 è stato dannoso per le cantine, ma a causa di questo shock le aziende sono state costrette a esplorare nuovi mercati, in particolare l’Europa occidentale. Così sono state fortemente motivate a ricercare la qualità”, riassume Alexei Burciu, responsabile del settore vino per il Moldova Competitiveness Project, un ampio progetto di sostegno economico e imprenditoriale supportato da fondi di agenzie governative di Usa e Regno Unito – USAid, UkAid – e dal governo Svedese.

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Cantina Castel Mimì, in fondo le camere dell’albergo interno

Di cantina in cantina

Tra le più attraenti c’è Cricova, una grandissima azienda statale con una ragnatela di 120 km di gallerie (80 per il vino, 40 come miniera) che scendono fino a 100 metri di profondità nel sottosuolo. All’interno i turisti (ben 70mila l’anno, dunque sugli standard delle migliori cantine-turistiche italiane e non solo) si muovono in pulmino… La storia enologica di Cricova comincia negli anni del proibizionismo russo, quando la miniera fu utilizzata per nascondere le bottiglie. Scelta da Putin per festeggiare il suo compleanno si narra anche che il famoso astronauta russo Yuri Gagarin, perdendosi tra le immense gallerie, fu ritrovato ubriaco il giorno successivo.

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La cantina “urbana” Atù, vicino Chişinău

Ma la più grande di tutte, la più grande del mondo per il Guinness dei Primati, è Mileştii Mici, a 20 km dalla capitale Chișinău: stipa 2 milioni di bottiglie in una trama di 120 km sotterranei, su un totale di 250. Fondata nel 1827 Purcari non ha queste dimensioni ma è tra le più apprezzate cantine grazie a etichette come il Negru de Purcari. Di recente, forte delle sue 50mila visite l’anno, si è organizzata con percorsi di wine&bike tra le vigne e ha aperto camere a forma di botte per l’ospitalità. Porta invece la firma del designer italiano Arnaldo Tranti la cantina Castel Mimì, raffinata destinazione enoturistica: pernottamento in camere di design e ristorante gourmet con orto dedicato alla cucina rivisitata della chef Svetlana Baranova.

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La cantina post-sovietica Vinuri de Comrat, a Comrat, nella regione turcofona della Gagauzia

Il tour delle cantine e dei produttori di caviale continua nel numero di ottobre del Gambero Rosso.

a cura di Massimiliano Rella

QUESTO È NULLA…

Nel numero di ottobre del Gambero Rosso trovate il tour delle cantine completo, con un focus sui produttori di caviale. Un servizio di 12 pagine che include anche un approfondimento sui vitigni autoctoni, il parere di Patrizio Gasparinetti e Nicola Tucci (enologi e consulenti di Gitana Winery in Moldova), i 10 vini consigliati dall’esperto Andrei Cibotaru, le 10 cantine più premiate nel 2019, gli indirizzi dove mangiare e bere da non perdere, con tanto di utilissima mappa per orientarsi meglio.